Ira_Marano_Narrandom

Ira

Mamma era rannicchiata sulle piastrelle di terracotta, a metà rampa di scale. L’occhio destro era una poltiglia di carne in cui il bulbo lattiginoso spiccava come un cratere lunare. Dondolava, stringendosi le ginocchia al petto, stretta nei brandelli della camicia da notte di seta. Incredula, fissava la parete bianca, e dal suo petto risalivano dei singhiozzi convulsi, ossessivi e incessanti.

Avrei voluto gridarle di tacere, ma il ronzio nelle mie orecchie, il flusso del sangue che sembrava volermi erodere il cervello, non accennava a diminuire.

A malapena celato da quello stillicidio di dolore, s’insinuava un altro suono, come un’eco, una specie di risucchio, seguito da un rantolo.

In piedi, al centro della sala, boccheggiavo come dopo una lunga apnea, e sentivo il muro d’ossigeno solidificarsi attorno al mio corpo, farsi viscoso come la pellicola trasparente. L’aria era ovunque: si ammassava nella mia bocca, nelle narici, tentava d’infossarmi gli occhi, bruciava sulla pelle come edera velenosa

Mi inginocchiai, cercando di sconfiggere quella barriera d’ossigeno plastificato che mi sorreggeva e mi soffocava al tempo stesso, e mi accovacciai accanto al corpo.

In alcuni punti, sentivo la maglietta umida diventare pesante. Era il sangue: schizzi di sangue sulle pareti, sulle mattonelle gialle, sulle mie scarpe, fra i miei capelli.

L’odore di ruggine era rivoltante. Quel liquido denso, di un rosso vivo, si allargava in una pozza che tentava di lambire le punte delle mie All-Star.

«Respira?», mugugnò mamma fra un singhiozzo e l’altro.

Guardai mio padre, i suoi ricci scuri spruzzati di grigio, le spalle larghe su cui un tempo mi arrampicavo, quando ero una principessa e lui il mio destriero.

Osservai il suo volto ceruleo, immobile, e il reticolo di rughe che si aprivano ai bordi delle labbra sottili come tante stelle marine.

«Anna, respira ancora?», ripeté mamma con più decisione.

Il rantolo alle mie spalle non accennava a placarsi.

Infilai la manica del maglione sopra la mano e afferrai l’impugnatura del coltello, stando attenta a non toccarlo direttamente. La presa era scivolosa per via del sangue, ma non mollai, nel medesimo modo in cui, da bambina, papà mi esortava a tenermi aggrappata all’altalena per non volare via.

Era iniziata come una pioggerella sottile, e in quel momento, sul limitare dei miei sedici anni, non c’era una parte di me che non fosse sommersa dall’acqua.

Piccoli mal di pancia che si manifestavano quando le controllava il cellulare, mentre lei era in bagno.

Minuscole fitte, se si avvicinava a Beatrice e, sfruttando il candore dei suoi sei anni, sussurrava promesse di regali in cambio di un resoconto dettagliato su come mamma avesse trascorso la giornata finché lui era a lavoro.

Crampi, la volta in cui le urlò contro di essere una puttana.

E poi quella sensazione, come quando mi schiacciai le dita nello sportello della macchina, il giorno in cui le mollò il primo ceffone.

Sei mesi di trucco pesante e scuse banali per non uscire di casa, nemmeno per fare la spesa. Sei mesi passati a premere forte le mani sulle orecchie di Beatrice, lassù, in cima alle scale, quando le grida sovrastavano il volume della televisione. Tremavo, quando l’audio di un film saliva d’improvviso, perché sapevo già che, nel giro di mezz’ora, ci sarebbe stato un silenzio di piombo, e mi sarei chiesta, per la millesima volta, se non l’avesse ammazzata.

Beatrice si infilava nel mio letto ogni notte, ma non ero in grado di rassicurarla.

Un pomeriggio, con il corpo attraversato da spasmi e la mente annebbiata, mentre con una mano le teneva la testa e con l’altra la riempiva di pugni, avevo afferrato una sedia e l’avevo colpito sulla schiena.

Lui se ne era a malapena accorto, aveva allentato la stretta sui suoi capelli e si era voltato a guardarmi, ma i suoi occhi parevano vagare sul mio corpo senza riconoscermi. Aveva ripreso a picchiarla, ignorando le grida di mia sorella e il mio muto disprezzo.

L’aria, che entrava e usciva dai polmoni, era diventata tossica. Tossica come i miei pensieri, come quel nocciolo duro al centro dello stomaco che non accennava a sgonfiarsi, tossica come i lunghi silenzi a tavola, come il fastidio che mi serpeggiava sottopelle se papà tentava di fare una battuta, quando tutto era finito, o scoppiava a piangere e chiedeva scusa, e giurava che non l’avrebbe fatto mai più.

Sfilai il coltello dalla coscia di mio padre e uno schizzo di sangue caldo mi bagnò le labbra.

«No».

«Cos’ha fatto? Cos’ha fatto?», cantilenò mamma.

«Quello che andava fatto», risposi, lasciando andare il coltello. Toccò le piastrelle e il suono riecheggiò nella stanza, frantumando il muro d’ossigeno che tentava di soffocarmi.

Mi voltai e cercai di sorridere alla piccola Beatrice.

Non si era mossa di un millimetro, ancora in piedi nello stesso punto, a qualche passo dal corpo riverso sul pavimento.

Oscillava, le spalle sembravano panni stesi in una giornata ventosa, gli occhi sbarrati, la mascella tesa in un ghigno di pietra da cui fuoriusciva un risucchio, seguiti da un rantolo. I pugni stretti lungo i fianchi e una forza rabbiosa trattenuta a stento.

«Me la porteranno via», disse mamma continuando a fissare la parete.

«Non succederà. È solo una bambina».

«Anna», balbettò Beatrice, come risvegliandosi di colpo.

«Tranquilla, amore, sta solo dormendo».

Beatrice risucchiò l’aria nei polmoni producendo lo stesso suono di un lavandino svuotato. Feci un passo per raggiungerla e, appena la sfiorai con la punta delle dita, sembrò afflosciarsi su se stessa come un palloncino sgonfio.

E nella stanza calò il silenzio.

 

Illustrazione di Viola Marano

 

Giovanna Giordano

Giovanna nasce in padania da genitori terronici, dal nord ha imparato ad alcolizzarsi di vino, dal sud a mangiare come se non ci fosse un domani. Da piccola ha frequentato tutte le scuole cattoliche che Verona offriva, infatti poi è diventata atea. Da grande vuol far parte del fronte liberazione nani da giardino.

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