Avarizia_Narrandom

Avarizia

Anna era triste. Questa era l’unica certezza della sua vita.

Era sempre stata triste, da quanto ricordava. Una tristezza diffusa e fastidiosa, un’arsura che infiammava il petto e seccava le labbra, così simile alla sete. Perché Anna – fin da bambina – le aveva sempre confuse, la tristezza e la sete. Forse perché ogni volta che stava male sua madre le porgeva il biberon, lei succhiava qualche sorso e si rimetteva a dormire o a fare versetti incomprensibili.

“Durante lo sviluppo, può avvenire una distorsione della percezione tale per cui un bisogno emotivo viene metabolizzato come necessità fisiologica” le aveva detto una vecchia psicologa, ed era l’unica cosa sensata che le avesse sentito dire. Il resto poteva essere riassunto in un amalgama di aridi luoghi comuni.

Così Anna smise di uscire anche per andare dalla psicologa. Non serviva a niente andare a parlare dei suoi problemi per poi stare ad ascoltare quella vecchia, mentre lei svuotava un bicchiere d’acqua dopo l’altro. Poteva bere anche a casa.

“La felicità è una questione di dare e avere” aveva sentito dire una volta. Di riempire e svuotare, nel suo caso.

Quando aveva cinque anni, la madre regalò ad Anna un bicchiere col suo nome sopra. Era di cristallo, con l’orlatura zigrinata, e ad Anna piaceva il gioco di trasparenze del vetro e dell’acqua mentre lo inclinava per bere.
Di giorno lo portava sempre con sé e prima di dormire lo sistemava sul comodino. Non le piaceva la notte: le veniva più sete. Così riempiva il bicchiere fino all’orlo e si addormentava guardando la luce che filtrava dalle tapparelle e baluginava nell’acqua in tanti brillantini.

Col passare degli anni, nonostante Anna lo custodisse gelosamente, il bicchiere si svuotò del suo prezioso contenuto.

Bevve un sorso il padre, quando se ne andò lasciandola sola con la madre, e poi bevve un sorso anche la madre, lasciandola sola con la sua depressione. Bevve un sorso sua nonna, prima di morire. Bevve un sorso Filippo, quando decise che lei non era abbastanza per lui o che era troppo complicata, a seconda delle versioni. Il resto probabilmente se lo portò via il tempo, facendo evaporare anche l’ultima goccia mentre Anna passava le giornate abbracciata al bicchiere, con la paura che qualcuno le rubasse l’acqua, lasciando l’impronta delle labbra sul vetro per poi andarsene e lasciarla sola e assetata.

Una mattina, Anna si accorse di non riuscire più a respirare senza che le sfuggisse un rantolo dai polmoni, di avere le labbra spaccate, gli occhi sporgenti e la pelle grigiastra.

Così decise che avrebbe iniziato a riempire il bicchiere, senza lasciare che altri ne bevessero.

Ogni giorno usciva di casa in cerca di qualcosa con cui placare la sua sete, con cui colmare tutta l’acqua preziosa che aveva perso negli anni.

Iniziò con piccole cose. Il saluto non ricambiato della signora che abitava al secondo piano, che le rivolse un sorriso buono e pieno di rughe, mentre aspettava l’ascensore. La telefonata di sua madre per chiedere “come stai?” a cui non rispose. Il messaggio di una sua vecchia amica che la invitava a una festa, piena di musica e gente allegra e spensierata, a cui si era presentata senza rispondere all’invito. Il bacio di un ragazzo – conosciuto alla festa – dalle labbra sottili e delicate, che Anna non avrebbe mai richiamato. Era troppo pericoloso.

Ogni volta che tornava a casa, per ogni gesto d’affetto che riceveva – ma che mai si arrischiava a ricambiare – Anna versava un rivolo d’acqua nel suo bicchiere.

Finché un giorno, dopo qualche mese, il livello arrivò fino all’orlo zigrinato.

Quella sera, Anna si addormentò guardando il bicchiere sul comodino, come faceva di piccola.

Fu un sonno agitato tuttavia: Anna, divorata dall’arsura, sognò il suo amato bicchiere esploderle davanti agli occhi, in mille pezzetti di cristallo. Le piastrelle impolverate della camera facevano da unità di misura della distanza tra una scheggia e l’altra, quasi a suggerire la possibilità di un disegno logico rintracciabile nel fatalismo di quell’insolito mosaico.

Quando si svegliò, sudata e ancora ansimante, afferrò il bicchiere con entrambe le mani e bevve fino all’ultima goccia.

Avvertì un senso d’immediato sollievo rinfrancarle il corpo e l’anima esausta, un’onda che le riempì percezioni rimaste insensibili – aride per troppo tempo.

“la felicità è una questione di dare e avere”, le avevano detto una volta.

Corse in bagno e vomitò tutta l’acqua che aveva accumulato.

Completamente svuotata e disidratata, Anna appoggiò la guancia sul gabinetto, con le labbra colanti bava e bile che le avevano impiastricciato tutti i capelli. Pianse, tremante, stringendosi al gabinetto e vomitando ancora.

Anna era triste. Questa era l’unica certezza della sua vita.

E mentre piangeva – deperita e sporca, ancora avvinghiata al cesso – squillò il telefono.

Era sicuramente sua madre, la chiamava sempre a quell’ora. Le avrebbe chiesto “Come stai?” e lei non avrebbe saputo come rispondere.

 

Illustrazione di Maria Caruso

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

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