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Lussuria

“Ventidue, ventitré, ventiquattro, venti…”
DRIIIN!
Gustuovo, il delizioso timer a forma di uovo che le aveva regalato la sua coinquilina Carlotta, trillò con violenza e Camilla smise di contare le stelline fluorescenti attaccate al soffitto della sua camera da letto. Gliene mancavano poche.
Si ritrovò sotto Zeno, il suo fidanzato, che le diede un altro paio di colpi prima di venire nel profilattico.
«Sì, cazzo!» fece lui, pulendosi con il rotolo di carta igienica sul comodino.
Camilla continuava a guardare il soffitto: una stellina aveva tre punte staccate dal muro e la cosa la uccideva di fastidio, al punto che preferì guardare lui.
«Che c’è?»
«Mezzora di fila! Sono una bomba, amore!» Zeno puntò alla sua bocca, Camilla girò leggermente il viso, facendosi baciare sul collo.
«Complimenti! Pareva di più…»
Da quando quegli idioti dei compagni di calcio gli avevano inculcato l’idea che se un uomo non dura per più di mezz’ora non è un vero uomo, Camilla era costretta a subire le performance sessuali di Zeno accompagnata dal ticchettio di Gustuovo. Si dimenticava sempre di rimetterlo a posto, così doveva pure sorbirsi il cazziatone di Carlotta.
«Mangi qualcosa prima dell’allenamento?»

«No, meglio di no. Mi sa che vado.»
Camilla guardò Zeno, magro come un chiodo, cercare di malavoglia le sue mutande sporche tra gli abiti gettati sul pavimento, e poi rimettersi la t-shirt e i pantaloni della tuta.
«Cami?»
«Dimmi.»
«Ti è piaciuto, almeno un po’?»
«Mi è piaciuto moltissimo».

Non le era piaciuto per niente.
Si infilò nella doccia per lavare via i segni di quella scopata insulsa. Guardò il doccino, le venne in mente il suo ex e subito ne sentì la mancanza. Non gli mancava proprio lui, in verità. Matteo non era il massimo della cortesia e dell’igiene orale, si dimenticava di andarla a prendere a lezione, passava le giornate nella nullafacenza e non aveva intenzione di trovarsi un lavoro – lei che lavorava al teatro della provincia dai suoi diciotto anni – , ma il suo pene… beh, il suo pene era enorme. E bello. Gli aveva dato un nome: Ufo Robot, per via di come “si trasformasse in un razzo missile” nel passare dalla posizione di riposo all’attenti.
Matteo, dono di Dio. Quella tautologia la emozionava.
Se il suo pisello fosse stato un monumento, sarebbe stata la Tour Eiffel.
Un St. Mary Axe di carne e sangue.
La Monna Lisa di tutti i peni.
Prima della loro prima scopata, Camilla lo avvisò, “guarda che non sono mai venuta con un uomo”, lui le sorrise e le diede un morso sul collo.
«Cami, le vedi le stelle che ci sono sul tuo soffitto? Contale, che stasera ti faccio venire il doppio».
Come tutte le più belle cose, Matteo durò poco, pochissimo; le lasciò un vuoto incolmabile e una ricetta per il Monuril non ripetibile.
Ora, accanto a un ragazzo buono, per carità, ma scialbo e dai pantaloni poco forniti, Camilla non riusciva a togliersi di dosso un senso di profonda frustrazione.
Zeno, dal canto suo, non ce l’aveva nemmeno così piccolo. Certo, alla media nazionale non ci arrivava, ma poteva difendersi egregiamente nei decathlon minori. In Cina sarebbe stato una misura massima, per dire.
Uscì dalla doccia, più insoddisfatta di quando ci era entrata. Le veniva quasi da piangere; si gettò sul letto.
Fu allora che lo notò.
Gustuovo, bello, bianco, dalla forma così ergonomica. Lo toccò con le dita, lo trovò così liscio.
Già che era nuda…
Ma no, che ti prende, non sei mica una depravata… però guardalo lì, che bello… potrei prenderlo, solo per un minuto… ma no, Camilla, ma neanche a pensarci! È un timer, cristo santo! Ma me lo merito. Mi merito una gioia, no? Un momento. Soltanto per un momento.
Lo inserì, poco alla volta, nella vagina. Era quasi come riavere dentro Matteo.
Con la sinistra teneva ben stretta la base, con la destra continuava a masturbarsi. Stava per raggiungere l’orgasmo quando il timer suonò forte. Lo spavento le fece perdere la presa e un attimo dopo la sua vagina lo risucchiò.
«Oh cazzo».
Si avvicinò allo specchio e spalancò le cosce. Inserì poco alla volta le dita, ma senza successo.
Provò a inserire la mano. Niente di niente.
Stava pensando di provare con il cucchiaio di legno, quando il panico prese il sopravvento. Respirò profondamente per qualche secondo, dopodiché chiamò Anna, la sua migliore amica. In venti minuti raggiunsero il pronto soccorso.

«Mi dispiace, signorina. Dalle lastre non risulta nulla.»
«Ma lo sentite? Lo sentite, vero? Non sono pazza!»
«Lo sentiamo. Ma gli esami…»
«Andate al diavolo!»
La porta dell’ambulatorio non poté sbattere, ma solo perché era a doppia anta.

E qui, proprio qui, per Camilla cominciò l’inferno.
A darle fastidio non era proprio il timer, ma il ticchettio. Pensava che, alla peggio, sarebbe durato un’oretta, ma arrivò la sera, poi la notte, e il rumore non si placava.
E nemmeno la mattina dopo, quando Zeno entrò in casa.
«Amore ma che…»
Camilla fece l’unica cosa che avrebbe potuto distrarlo.
«Scopami.»
In pochi secondi, Zeno si abbassò mutande e pantaloni. «Certo che ti scopo. Ti scopo. Ti scopo tantissimo».
Dopo l’orgasmo (di lui), un meraviglioso silenzio la tranquillizzò.
Non durò neanche un giorno; la mattina seguente il ticchettio riprese.
«Amore, ma che ti sei mangiata Gustuovo?»
Camilla si slacciò il reggiseno, ma Zeno le mise un dito sulla bocca e stette ad aspettare. E, dato che tanto stupido non era, capì immediatamente ciò che era successo.
«Dove l’hai messo?»
Lei abbassò gli occhi.
«Cami, cazzo! Sei impazzita? Non posso pensare…»
«A cosa?»
«Sei malata. Come cazzo ti è venuto in mente?»
«Non sono malata! Lasciami spiegare, non ho fatto niente di male!»
«Sei una porca.»
«E tu non sai scopare!»
«Almeno non devo farmi ricoverare!»
La lasciò accucciata al letto, piangente, sola, come una bomba a orologeria.

«Il prossimo!»
Cookie prese il kleenex accanto al letto e cominciò a strofinarselo sulle tette enormi.
Il sessantenne si spalmò la crema sulle natiche arrossate e si rimise i pantaloni, poi ringraziò e uscì dalla stanza.
Fuori, Carlotta si occupava della contabilità, facendo il conto delle entrate e delle uscite.
«Sono le cinque. Per oggi non ci sono altri appuntamenti. Posso andare?»
«Certo. A lunedì».
Rimasta sola, Cookie si tolse le ciglia finte e il vestito in lattex. Stava per entrare nella jacuzzi, quando Matteo citofonò al suo piccolo studio.
«Che mi dovevo prenotare?» fece lui.
«C’è sempre tempo per te, tesoro».
Il timer continuava a scoccare, imperterrito, da anni, ma ormai lei non lo sentiva più.

Foto di: Camilla Berardo

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

 

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