Il bambino nero

Marlon è il solito fortunato. La campanella dell’intervallo lo ha salvato ancora una volta, proprio quando la maestra lo stava per chiamare alla lavagna per un’operazione in colonna. Ora potrà continuare a giocare con il telefonino nuovo, con lo smarfon.

“Chi vuole giocare a Charlie Charlie Challenge?” La voce di Vittoria fa tremare la porta e rimbombare l’aula, che si sta svuotando. Spesso esagera con gli urli, quella smorfiosa, però funziona: la maestra non riesce mai a farsi ascoltare da Marlon, lei sì. Rizza le orecchie come un cagnolino e si volta interessato.

“Io!” Il solito Rotella. Farebbe qualsiasi cosa per stare attaccato a Vittoria. Si butterebbe nella Dora, combatterebbe persino contro Christian, il bullo della scuola, quello un po’ ciccione e bocciato. Si alza dalla sedia alla velocità della luce e batte forte il ginocchio contro lo spigolo del banco. Gli occhi gli diventano lucidi, ma ha promesso che Vittoria non lo vedrà mai e poi mai piangere. “Venite al mio posto!”

La smorfiosa passa vicino al banco di Mosi e lo invita a giocare. Mosi è il nostro nuovo compagno. È nero, anzi di colore, come dice la maestra. Dice di sì con un cenno del capo e si lascia portare al banco da Vittoria. Lei lo tiene per mano e la faccia di Rotella quando lo scopre è tutta un programma. Il foglio è già sul banco, diviso in quattro parti uguali. In due, incrociate tra di loro, c’è scritto , in due no. Rotella, con la lingua tra le labbra, mette le matite una in equilibrio sull’altra, a formare una croce. Vuole proprio farsi notare. Marlon è l’ultimo, è sempre l’ultimo. Ha frugato un po’ nello zaino e ha lasciato lì il cellulare prima di sedersi. Tiene le mani lungo le cosce, sotto il banco.

“Charlie, Charlie, ci sei?” Vittoria parla sempre, come durante le lezioni. La maestra l’ha messa in prima fila, ma non c’è stato niente da fare. Vuole essere sempre la prima a rispondere alle domande e a dire la sua su ogni cosa. Charlie non fa eccezione.

La matita esita un attimo, poi avviene il miracolo: Charlie è venuto a trovarli. Vittoria ha una soluzione per tutto, così decide di usare una vecchia filastrocca per decidere chi farà al fantasma la prima domanda.

Scappa scappa monellaccio/ se no viene l’uomo nero/ col suo lungo coltellaccio/ per tagliare a pezzettini proprio te. Vittoria e Marlon si scambiano un’occhiata e quasi scoppiano a ridere.

Il suo dito si ferma proprio sul naso di Mosi, che scopre i denti bianchissimi.

“Charlie, faremo bene verifica di matematica?”

“LA verifica di matematica.” Marlon, il solito saputello. Sempre sulle cose facili, poi.

La matita si sposta piano piano verso il . Mosi sorride e cerca lo sguardo degli altri, senza trovarlo. Ora tocca a Marlon.

“Charlie, sei contento che Mosi è arrivato nella nostra classe?” Prima che Vittoria alzi la voce per dire “SIA” la matita disegna un arco e si ferma sul no. I denti bianchissimi di Mosi non si vedono più, ora.

“Charlie, è vero che quelli come lui rubano il lavoro ai nostri papà?” Il fantasma non ha pietà e risponde . Veloce, come se non avesse dubbi.

“Charlie, è vero che la maestra favorisce Mosi solo perché è… diverso?” Charlie non cambia la sua risposta. Mosi ha gli occhi gonfi e bagnati. Sembrano due palline da ping pong. Abbassa lo sguardo e fa per alzarsi, ma Vittoria gli blocca il braccio: “Non puoi andartene! Se te ne vai prima di averlo salutato con la formula Charlie ti verrà a prendere stanotte e non ti lascerà più. Ti perseguiterà per sempre!” Mosi torna a sedersi. Ha l’espressione di quelli che somigliano a lui nelle pubblicità con i numeri in sovrimpressione. È il turno della smorfiosa.

“Charlie, vuoi che Rotella buchi Mosi con la punta del compasso?” La matita sale ancora nella casella del . Il viso di Rotella si fa bianchissimo. Così vicini, lui e Mosi sembrano una bandiera della Juve. I due poveretti stanno facendo la gara a chi ha più paura. Il primo è un tonto ma anche un buono, non farebbe del male a una mosca senza motivo; il secondo forse fatica a realizzare quello che sta succedendo.

“Ma io non…” Rotella scuote la testa ma non fa in tempo a finire la frase che si trova il compasso di Vittoria in mano. Ha un debole per lei e un terribile bisogno di piacere ai più fichi della classe: quando gli ricapita di poter fare colpo così? Punta il compasso sulla mano di Mosi e, dopo aver sussurrato uno “Scusami” nel suo orecchio, glielo conficca per un attimo nella pelle.

La maestra e i compagni rientrano in classe. Vittoria non vuole rischiare una nota, così recita sottovoce la formula di congedo e butta tutto nello zaino di Rotella. Mosi è ancora immobile, guarda il vuoto. Si copre una mano con l’altra. Rotella gli offre un fazzoletto per asciugare le lacrime, ma lo rifiuta. Tutti sono al proprio posto e la lezione ricomincia.

Come gli altri, anch’io tiro fuori il quaderno dallo zaino e inizio a scrivere le parole del dettato. Diversamente dagli altri, io ho visto tutto quello che è successo. Compresa la piccola calamita con cui Marlon comandava le risposte di Charlie. Comprese le gocce del sangue di Mosi.

Non dirò nulla alla maestra, però. Io sto peggio di Mosi. Per tutto l’intervallo né quei quattro né voi vi siete accorti di me. Nessuno si accorge mai di me. Per questo la mia scalata inizia da molto più giù. Devo essere forte se voglio stare tra i forti. Non posso proprio sacrificarmi per lui.

 

Un racconto di Marco Broggini

 

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