Narrandom_Guido_Verin

Rosa non si sveglia

L’aria umida s’appiccica alla pelle, appesantendo l’atmosfera, rendendo faticoso il respiro. Incredibile che non accendano i condizionatori, dopotutto questo è un ospedale. Rosa è avvolta nelle coperte fradice di sudore, gli occhi chiusi sulla maschera dell’ossigeno, il braccio bucato dal tubo della flebo, il dito pinzato in un apparecchio che mi hanno detto serve a monitorare il battito cardiaco. Credevo che questi strumenti facessero costantemente rumore, coi loro bip! intermittenti, ma in realtà sono apparecchiature mute: la stanza è del tutto silenziosa, come se il tempo si fosse cristallizzato. Nessun suono, nessuna distrazione, così per ore.

Rosa continua a dormire e io aspetto che si svegli.

 

Le gocce di sudore sulla sua fronte hanno raggiunto il punto critico e cominciano a scivolare sulle tempie, sulle labbra, sulla nuca, bagnandole i capelli castani. Il fastidio del caldo la fa mugolare nel sonno, io scatto in piedi pensando che quello sia il momento del risveglio, ma nulla, rimane incosciente.

Con un fazzoletto, asciugo i rivoli della fronte e tampono anche il mento e il collo. Le abbasso le coperte, per farle prendere aria, e rimango a fissare la sua pancia, che prorompe sotto il bianco camice d’ospedale, come una collina coperta di neve, che sotto gli strati candidi nasconde terra bruna. È strano pensare a quanto tempo sia passato dall’ultima volta che ho visto Rosa e comunque sentire con forza la presenza delle radici che a quella terra bruna non sono mai state veramente strappate.

Si avvicina il mezzogiorno e il caldo ora è davvero straziante, mi prende un capogiro, ho bisogno di bere.

Entrambi sudiamo copiosamente, come fontane dai lenti singhiozzi, il sale del sudore sembra volere riaprire vecchie ferite.

 

Provo a ricordare, a dare una forma a una memoria troppo forte per essere contenuta, troppo grande per dargli una forma, e quando penso di essere quasi arrivato a comprenderla, un lungo acuto strazia il silenzio della stanza. Balzo in piedi, mi avvento sul letto, su Rosa, gli occhi vitrei, il petto immobile.

-Rosa?

Non mi risponde più: ho aspettato per ore, forse per anni, che si svegliasse, ma non ha fatto altro che scivolare lentamente da un grado di sonno a un altro, sempre più profondo.

Il fischio dell’elettrocardiogramma continua a sovrastare ogni altro suono, mentre i medici accorrono nella stanza, mentre io sprofondo nella sedia ancora troppo sorpreso per formulare un qualsiasi pensiero.

-Mamma?

Da quanto tempo non usavo quel nome. Ci sono cose destinate a non aggiustarsi mai. O a farlo quando non ne vale più la pena.

 

E dopo tutto ciò, le strette di mano, le pacche sulle spalle, le condoglianze incravattate, i discorsi di consolazione su ciò che abbiamo tutti perduto. Non sanno che ho perduto qualcosa che non è mai stato mio, nonostante una malriposta fiducia in qualche diritto di nascita che, ora lo so, il destino non sempre ci assegna. Ma non me la prendo: sono drammi personali e personali rimangono. Non pretendo che siano capiti. Daranno interpretazioni di tutto, perché interpretare è ciò che ci tiene a galla.

Rosa è stata messa in una bella bara di abete, già posizionata sul carrello che la condurrà al forno. Già, quel forno che presto sarà pieno di fiamme, di calore, come un utero che si apre e richiama tutti gli esseri nati a sé. E pure io lo sento, quel richiamo che mi porta a entrare, a stringermi a lei, a sentire già le guide metalliche muoversi: presto io e la mamma saremo avvolti dalle fiamme.

Un tempo dicevano che il fuoco era l’origine di tutto, che in esso si trovavano l’inizio e la fine, che i contrari vi si riconciliassero, e che nei suoi infiniti mutamenti rimanesse sempre uguale a se stesso.

Forse non noteranno la mia assenza tra le file dei luttuosi fino a quando non riuscirò a trattenermi dall’urlare. Ma sarà il mio ultimo urlo, il pianto catartico di una creatura che non è più riuscita a sopportare l’assurdità di sé, il lamento gioioso del generato che torna nell’accogliente non-essere, che questa carne insensata è davvero troppo pesante da portare.

Un ultimo sguardo a mamma, gli occhi chiusi e l’espressione serena. Le nostre ceneri sarebbero state il nostro più profondo legame e forse lo avevamo sempre saputo.

Illustrazione di Verin

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

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