Narrandom_Cerniera_Pagnotta

Bolle di ossigeno

Proxima Centauri non smise di brillare quando Margherita e Marco si diedero il primo bacio.

La nebulosa di Orione continuò a bruciare quando il prete li dichiarò marito e moglie.

Il sole sembrò accogliere con gioia la notizia che Margherita aspettava un bambino, infatti avvennero due esplosioni termo nucleari che portarono la sua temperatura a 13.600.001 k.

La luna non diede segno di interesse quando la macchina di Marco si cappottò sulla strada lasciando sull’asfalto impercettibili granelli di vernice rossa.

Il cirro che si muoveva veloce sopra la cittadina di Carmagnola, si sfaldò in tanti piccoli pezzettini quando la bara col corpo di Marco fu messa nel loculo.

 

 

Prese in mano l’unica foto che gli rimaneva del padre.

Aveva combattuto con la madre per non farla sparire insieme a tutte le altre, nello scatolone in cantina. Aveva pianto per quella foto. Aveva urlato.

Lasciami almeno un ricordo di mio padre, uno solo, non ti chiedo di più.

Margherita aveva ceduto e ora Marco, ogni giorno, si portava la foto del padre in giro per tutta la casa.

La cornice in cui la mise era di legno bruno. Il padre era vestito con una camicia di flanella scaccata verde e blu, teneva in mano una lattina rossa di birra Peroni e sorrideva, con gli occhi chiusi, all’obbiettivo. Marco sapeva che il padre aveva gli occhi blu, tuttavia non riusciva a immaginarselo. Spesso sognava proprio quella foto: il padre lo salutava e spalancava gli occhi neri e sconosciuti. Inutilmente aveva chiesto alla madre più dettagli: aveva delle venature di altri colori? Erano blu o celesti? Quanto erano luminosi? Margherita inizialmente rispose come poté, poi, un giorno, gli confidò che non se lo ricordava. Mentre la madre piangeva, Marco scese in cantina e prese tutte le foto in cui si vedevano gli occhi del padre; le portò davanti a Margherita e gliele mostrò una a una.

In nessuna delle foto la madre riconobbe gli occhi del marito. In alcune erano troppo chiari, in altre scuri, le venature erano differenti, la luce ne cambiava il colore, il flash glieli rendeva rossi.

Non erano così.

In che senso?

Gli occhi di tuo padre non sono così… Non erano così.

 

Mentre il figlio le mostrava le foto Margherita capì che non avrebbe mai più visto quegli occhi che le avevano consumato le labbra. Marcuccio si rintanò in camera e lei prese la foto che il figlio amava tanto. Chiamare Marc col nome del padre era stata una scelta che gli avevano imposto i suoceri. “Deve avere qualcosa di suo oltre al DNA”. Ogni giorno la madre si inventava dei nomignoli da affibbiargli pur di non chiamarlo per nome.

Margherita, con le dita che le tremavano, smontò la cornice e si rigirò la foto fra le mani. Sul retro una scritta: Monte Civari, 15 luglio 2000; Sei come un’esplosione di colori.

L’aveva scattata lei, la fotografia, e sempre lei vi aveva scritto sul retro. Si ricordava di quel giorno, lui le aveva colto dei fiori, lei gli aveva preso dei sassi, poi si erano buttati sul verde e si baciavano tra i fili d’erba gelosi che si mettevano tra le loro labbra.

Margherita, con ancora la foto in mano, si alzò dalla sedia e iniziò a camminare per casa. I suoi occhi si soffermavano su ogni fotografia: i compleanni del figlio, la sua comunione e cresima, i loro viaggi insieme. Di Marco non restava che lui e la sottile malinconia della polvere sulle vecchie foto.

Margherita prese la foto della festa di compleanno per gli otto anni del figlio, la tolse dalla cornice e la portò in cucina. Dal cassetto vicino al lavello prese lo scotch da pacchi e lo mise sul tavolo.

Accostò le foto.

Il rumore dello scotch strappato era lo stesso che avevano fatto le lamiere della macchina di Marco sull’asfalto, o almeno così pensò Margherita.

Si mise in bocca quel sottile strato appiccicaticcio e lo morse. Ne sentì il freddo e il sapore graffiante le avvolse la bocca.

Chiuse gli occhi.

Strappò via una lunga striscia di scotch.

Mentre con la mano sinistra teneva ferme le foto, con la destra applicò la pellicola nella congiunzione dei due scatti; la fece aderire su tutta la superficie, poi girò le foto e unì anche il retro. Margherita si accorse di aver coperto in parte la scritta: Monte Civari, 15 luglio 2000; Sei come un’esplosione.

Un sorriso le avvolse i denti, guardò in alto e girò la foto. Non provò neanche a rimettere lo scotch.

Da una parte Marco circondato dal verde, col sole, il cielo blu come schegge di mare, dall’altra loro, i reduci, che si abbracciavano davanti a una torta di compleanno. Marcolino sorrideva con la bocca aperta, buchi neri come celle di prigione erano gli spazi vuoti dei denti da latte caduti, e i suoi occhi, i suoi occhi tanto diversi da come erano veramente. A dividere la famiglia c’era un muro di scotch marrone, piccole bolle di ossigeno interrompevano la linearità della recinzione. Margherita si chiese se respirandole sarebbe riuscita ad andare dall’altra parte.

Margherita si chiese quale fosse l’inferno: se il cielo terso o i buchi profondi tra i denti del figlio.

 

Illustrazione di Beatrice Pagnotta

Giulio Fenelli

Giulio è romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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