il rosmarimo Narrandom_ Blog di racconti

Il rosmarino della nonna

Quella sera Luisa notò che il borbottio dell’acqua nel pentolino di rame era più ovattato del solito. Si alzò dalla sedia di legno facendo cigolare le ginocchia, abbassò la fiamma del fornello, prese una tazza dalla credenza, vi spremette metà limone con le dita nodose e uscì sul balcone. L’aria fredda di inizio dicembre colse Luisa alla sprovvista. Chinò la testa tra le spalle stanche, col vento che le arruffava la capigliatura in un impeto di immotivata scortesia. Mosse qualche passo – senza alzare troppo le pantofole dalle piastrelle – verso destra, dove la pavimentazione si allargava in un’ampia veranda e poi si restringeva in corrispondenza del balcone del figlio di Luisa, e della sua nuova compagna.
Tenne una mano ben salda sul parapetto mentre avanzava fino al vaso del rosmarino, – Una tisana di limone e rosmarino prima di andare a letto allevia l’ipertensione e regola il livello d’insulina – aveva consigliato il dottore. Liberando un rantolio, Luisa piegò la schiena ricurva verso la pianta e ne strappò un ramoscello. Da qualche anno aveva perso totalmente il senso dell’olfatto, ciononostante se lo avvicinò al viso – su cui le rughe avevano tracciato curve gentili – e notò un verde pallido, caduco, invecchiato.
Si chinò nuovamente sul vaso e vide che alcuni rami erano ingialliti, molte foglie penzoloni.
Fino a ieri stava bene, accidenti!
Rincasò prima che il freddo le entrasse nelle ossa e buttò nella tazza il ramoscello, ma non bevve la tisana quella sera. Luisa sentì la gambe molli, si stese sul divano, tirò la coperta di lana fin sopra la testa e si addormentò, più tardi del solito.

Il giorno dopo, nella tisana abbandonata sul ripiano della cucina, il limone aveva corroso il rosmarino, di cui rimanevano come delle ossa galleggianti nell’acqua di un color verde malaticcio.
Dev’essere stata la Erica, sobbalzò Luisa appena sveglia.
Aspettò che ogni parte del corpo rispondesse a dovere prima di alzarsi dal divano per trascinarsi, ancora indolenzita, fino al vaso del rosmarino.
Alla luce del giorno la pianta appariva ancor più sofferente, diversi aghi erano sparsi nella terra scura, su cui Luisa notò una macchia ancor più scura. La terra era bagnata.
Eppure non ho innaffiato la pianta, e non ha piovuto di notte, e anche se pioveva il vaso è coperto dalla gronda. Non può essersi bagnato da solo.
Mentre Luisa affondava le dita nella terra, come per sondare il terreno in cerca di conferme, Erica uscì sul balcone. La sua conformazione alta, massiccia e i suoi movimenti sicuri le infondevano una sospetta autorevolezza – una solennità che Luisa riteneva eccessiva per quella donna, se non del tutto inappropriata. Teneva l’annaffiatoio con la mano sinistra e si apprestava a bagnare i gerani rigogliosi che teneva nei vasi assicurati al parapetto. Erica si girò verso Luisa e la salutò con un netto cenno del capo e un sorriso lasciato a metà. Odiava quel suo sorriso ipocrita. L’anziana donna le voltò le spalle e restò dietro la tenda finché la nuora non rientrò in casa, la casa di suo figlio, la casa che lei e Gino avevano costruito per suo figlio, a distanza di una veranda perché non si allontanasse troppo.
Luisa sobbalzò quando il timer sul tavolino le ricordò che era ora della medicina, quella delle diciotto, la pillola per il colesterolo.
Quando si avvicinò nuovamente al rosmarino si accorse che c’era dell’acqua nel sottovaso. Quella lì deve averci messo il sapone o il sale o qualche veleno del diavolo per ridurmelo così. Non avendo più il senso dell’olfatto non poté stabilire se ci fosse un odore insolito nella terra, così immerse l’indice avvizzito nell’acqua e se lo mise in bocca. Aveva un sapore ferroso, innaturale. È stata lei di sicuro. Ma non aveva abbastanza prove, doveva coglierla con le mani nel sacco.
Decise di aspettare che Erica tornasse ad avvelenare il rosmarino. L’avrebbe sicuramente fatto di notte, così Luisa trascinò la sedia proprio davanti alla finestra, abbassò la tapparella solo per metà e scostò leggermente la tenda così da tenere sott’occhio l’arbusto malandato.
Spense le luci, si strinse nella coperta e aspettò.

Aspettò per ore, al buio e in silenzio, guardando il suo misero rosmarino al freddo sotto i raggi lunari.
Adesso lo utilizzava quasi esclusivamente per la tisana serale il suo vecchio rosmarino, erano ormai lontani i tempi in cui serviva ad aromatizzare i conigli, le faraone, gli arrosti domenicali, accompagnati dalla polenta che bisognava girare col cucchiaio di legno sempre nello stesso senso altrimenti fa i grumi, mangiati intorno al tavolo, quando c’erano più sedie intorno al tavolo, quando i figli erano ancora i suoi bambini, quando Gino c’era ancora, e lei dormiva nel letto con Gino e non sul divano, e c’erano tutti e tutti dormivano nei propri letti e la casa non sembrava così grande, così vuota, quasi inutile, e lei aveva ancora forza nelle braccia e nelle gambe e poteva camminare fino alla chiesa e fino al lago, e aveva la memoria buona, e non c’erano le pillole da prendere e poteva mangiare il cioccolato, quello bianco che Gino le portava dalla Svizzera quando ancora non aveva il cancro e andava giù a curare il giardino che era pieno di fiori e lei poteva ancora sentirne il profumo, ed era pieno di vita, come la vita in questa casa, coi figli e poi i nipoti, prima che se ne andassero in altre case, a farsi una famiglia, come quella che c’era qui quando il rosmarino serviva per preparare il pranzo della domenica, prima che calasse la sera, prima che i raggi della luna si posassero su rami vecchi e malati. Prima che la vita diventasse un’attesa.

Al suo risveglio, Luisa vide il rosmarino completamente ingiallito, secco, piegato su se stesso; il sottovaso ancora pieno d’acqua. Quella strega della Erica deve aver aspettato che mi prendesse il sonno. Ricordò di essersi appisolata, giusto un attimo, di aver sognato e di essersi svegliata con la nostalgia ancora annidata tra le pieghe della coperta.
Ma non finisce così.
Luisa si infilò il cappotto, prese una busta per la spesa e un cucchiaio di legno con cui sradicare il rosmarino ormai in fin di vita. Poi scese le scale, aprì la porticina arrugginita che dava sul giardino, prese una vanga dalla rastrelliera – dove ancora erano in fila gli arnesi di Gino – e iniziò a scavare una buca con le poche forze che le rimanevano.
Adagiò il rosmarino nel terreno umido e lo ricoprì di terra. Riposa in pace.
Diede un ultimo sguardo agli strumenti del marito, risalì le scale col fiato corto – fermandosi ogni tre o quattro gradini – e tornò al balcone.
Non è finita qui, signorina!
Attraversò la veranda ansimando, arrivò al parapetto in cui erano in bella mostra i gerani di Erica, giovani e perfetti – arroganti, li strappò con tutta la rabbia che ancora stringeva in quel corpo vecchio e li lanciò giù, a ricoprire il marciapiede di foglie e fiori vermigli.

Allo stremo delle forze, Luisa tornò a casa.
Si tolse il cappotto. Andò nella camera rimasta vuota da mesi e si richiuse la porta alle spalle; si stese sul suo lato del letto, aprì il cassetto sotto al comodino dove ancora c’era una tavoletta di cioccolato bianco e se ne mise in bocca un bel pezzo; si tirò la coperta fin sopra la testa e aspettò che il cioccolato si sciogliesse.

 

Illustrazione di Jasmine Milanesi

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

Un pensiero riguardo “Il rosmarino della nonna

  1. Bravo Davide, sei riuscito in poche righe a far emergere una vita intera!
    Luisa intenerisce il lettore nel suo presente misto di passato, e allo stesso tempo fa trasparire tutta la sua forza e determinazione forse ormai completamente persa in tempi andati…

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