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Brava, Giovanna

Quella mattina il tempo era cambiato, e l’inverno sembrò arrivare tutto in una volta. L’erba del giardino, verde fino al giorno prima, era sporcata da spruzzi di brina bianca. Non un solo uccello a cinguettare tra i ciliegi spogli.

Giovanna aprì la porta di casa e l’antifurto cominciò a lanciare un leggero fischio. Digitò il codice di sicurezza che i signori Cicero le avevano dato ed entrò. Com’era giusto che fosse, la casa era vuota. La luce gialla artificiale dell’anticamera creava un forte contrasto con il bianco lattiginoso del cielo e i tacchi vertiginosi svegliarono i cani che le vennero incontro.
Giovanna li accarezzò, si tolse la giacca di pelle e la appese all’attaccapanni all’ingresso, dopodiché raggiunse il primo acquario, quello dei pesci pagliaccio.
Misurò il giusto quantitativo di mangime e lo rovesciò nella bocchetta.

Per qualche istante rimase a guardare quei piccoli animali accalcarsi e lottare per delle misere alghe disidratate e provò pena per loro. Passò al secondo e poi al terzo acquario, i Black Molly e gli Osteoglossum si contorsero nella medesima lotta.

I Cicero erano brave persone. Cordiali, non più giovanissimi, furono i primi ad accogliere Giovanna nel nuovo quartiere. Il signor Franco aveva fondato un’azienda di cosmetica, la signora Rosa ne gestiva la contabilità. Da anni, quando i coniugi si assentavano per qualche vacanza in giro per il mondo, Giovanna si occupava dei bisogni degli animali presenti in casa.

Venne il turno dei pappagalli. Boris e Pasternak le perforarono i timpani con qualche verso, Giovanna pulì la gabbia e nutrì anche loro.
Infine, riempì le ciotole di Nip e Tuck.

Negli ultimi tempi, i signori Cicero le chiedevano anche un altro servizio, Franco lo chiamava scherzosamente “momento Cabaret”. Così Giovanna salì al piano di sopra ed entrò nella camera da letto, che trovò esattamente come l’aveva lasciata il giorno prima. Era un ambiente spoglio, se paragonato alle altre stanze della casa. Un letto matrimoniale, due comodini, un ampio specchio di fronte al letto, una parete di armadi. Installata appena sopra lo specchio, una webcam.

Giovanna la accese; lo specchio parlò.
«Sei arrivata. Sei in ritardo, oggi.»
«Perdonatemi, signore».

I signori Cicero erano davvero brave persone. Qualche anno prima, quando Giovanna passava le notti in bianco a cercare di placare le urla indemoniate di suo figlio neonato, alcuni vicini citofonavano nel cuore della notte, stanchi e furiosi, perché il bambino non li faceva dormire. Ma non i Cicero. Loro si mostrarono da subito gentili e solidali, le portarono tisane al finocchio – rimedio contro le colichette sin dall’origine del mondo – e si offrirono di aiutarla nelle piccole faccende quotidiane.

«Come posso ricambiare?» chiedeva sempre, riconoscente.

«Sto bene vestita così, signore?»
«Sei divina. Continua a guardare lo specchio. Ora metti la musica».
Giovanna fece partire i Radiohead.
«Guarda lo specchio, non distrarti. Cominciamo».

When you were here before
Couldn’t look you in the eye
You’re just like an angel
Your skin makes me cry

E Giovanna cominciò. Dapprima improvvisò alcuni passi di danza, semplici, dettati dalla canzone. Per un momento le vennero in mente i giorni in cui riusciva a farlo solo dopo aver bevuto, e quasi se ne vergognò. Quanto rumore per nulla, in fondo.
Poi, con calma, cominciò ad abbassare la zip del vestito nero che indossava.
«Girati. Fammi vedere come muovi quel culetto».
Si girò, mostrando la schiena allo specchio. Fece scendere le maniche del vestito sui suoi fianchi, dopodiché tornò a guardarsi riflessa.

You float like a feather
In a beautiful world
And I wish I was special
You’re so fuckin’ special

Sfilò l’abito, che cadde a terra nell’attimo esatto in cui le spalline del reggiseno scivolarono sulle sue braccia. Tolse anche quello. Continuò a ballare, in tanga di pizzo e Louboutin. Regalo della signora.
«Ti va di fare una cosa in più, per noi?»
«Mia signora. Non sapevo… pensavo non ci fosse, oggi.»
«Ti va?»
«Cosa desiderate?»
«Vorrei ti toccassi quel bel seno che hai. Lo puoi fare, per me?»
«Io… credo di sì.»
«Fammi vedere».

But I’m a creep, I’m a weirdo.

Giovanna cominciò a passarsi l’indice lungo i contorni rossastri dell’areola. Cercò di controllare la sua ansia. “L’ansia non esiste. Non è che paura della paura”, si ripeteva.
«Brava ragazza, così, e ora i capezzoli. Pizzicali; stuzzicali. Chiudi gli occhi».
Giovanna pensò alla lista della spesa. Pane, insalata, uova, fagiolini. I tegolini per Filippo…
«Brava. Ora toccati».
Spalancò gli occhi azzurri alla telecamera accesa.
«Come?»
«Non devi spaventarti, tesoro. È solo per una volta. Toccati per noi.»
«Mia signora, io non credo…»
«Tieni gli occhi chiusi. Sapremo ricompensarti, lo sai», disse il signor Cicero.
«Facci vedere come fai. Facci vedere come sei brava. Lo so che lo vuoi fare», continuò la signora.
Giovanna rimase pietrificata per un secondo. Cercò di inumidirsi le labbra, ma la gola si era inaridita improvvisamente e non riuscì a deglutire.

What the hell am I doing here?
I don’t belong here.

«Questo è troppo. Non era negli accordi.»
«Hai ragione, tesoro. Non te lo chiederemo in futuro, fallo solo una volta, per noi. E poi, Filippo potrebbe avere bisogno dell’apparecchio, tra poco. Saremo assolutamente felici di occuparci di tutte le spese.»
«È un ricatto.»
«No, ma cosa dici? Non cambierà niente, anche se non accetti. Ma se lo fai, Giovanna, ti sorprenderai di quanto sappiamo essere generosi e grati».
C’era stato un periodo, all’inizio della loro frequentazione, in cui Giovanna aveva rifiutato la proposta; davanti a quella nuova prospettiva, spogliarsi e ballare allo specchio pareva così poco.
Respirò a fondo un paio di volte, buttò fuori tutta l’aria dai polmoni e, ad occhi chiusi, infilò due dita negli slip.
«Levale. È talmente più comodo senza, cara.»
E Giovanna se le sfilò.
Cominciò ad accarezzarsi l’inguine, prima su e poi giù. Si sfiorò il pube e cercò il clitoride. Lo spinse con i polpastrelli. Soffocò un gemito.
«Non trattenerti!» la voce del signor Cicero sembrava un’implorazione.
Aprì la bocca. Continuava a strofinare, ora le dita, ora il palmo, ora il pugno. Le gambe tremavano.
Infilò un dito nella vagina, poi due, poi tre. Il movimento della mano si fece ritmico e veloce.
«Continua. Facci vedere quanto sei brava».
Ma Giovanna non li sentiva.
«Non fermarti!»

She’s running out the door
She’s running
She runs runs runs runs

Non si sarebbe fermata comunque. Spinse fino all’orgasmo, finché cuore e vagina pulsarono allo stesso ritmo. Una goccia tiepida le rigò l’interno coscia. Aprì gli occhi, li sentì lucidi. La sua mano sinistra, bagnata e calda, formicolava.
Dallo specchio, la signora Cicero ripeteva:«Brava, Giovanna. Brava.»

 

Foto: Camilla Berardo

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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