Pale Ale Supernova

S’incontrarono a Greenwich, in un pub semivuoto che puzzava di fumo e sudore. Lei aveva cercato con lo sguardo il tavolo più isolato, lontano dal bancone e dal chiacchiericcio della TV accesa; lo trovò in fondo al locale, accanto alla vetrata.

Erano le sei e il cielo cominciava a oscurarsi. Ormai da un mese non vedeva altro che buio; la luce era poca e innaturale, e quasi sempre accompagnata da pioggia e vento. Pensò che le sei, a casa sua, erano l’orario della merenda, e una fitta di nostalgia le colpì il fianco.

Una cameriera anzianotta con le guance sfumate di un blush troppo rosa la raggiunse con il menù della cena, vi diede una rapida occhiata e ordinò una Pale Ale.

Se ne stava seduta a quel tavolino, attenta a non appoggiare le maniche del maglione sulla superficie di legno appiccicosa; tirò fuori dalla borsa una bottiglietta d’acqua e inumidì un fazzoletto. Lo sfregò energicamente sul tavolo, senza riuscire a scalfire gli aloni rotondi lasciati dai boccali da chissà quanto tempo. Ricordava avevano un nome.

«È tua la Pale Ale?»

Alzò lo sguardo mentre cercava di grattar via lo sporco con l’unghia dell’indice.

Un ragazzo rossiccio in kilt e glengarry le sorrise e lei nascose le mani sotto il tavolo. Allo Scotsman Pub – l’aveva letto sul menù – i camerieri erano obbligati a indossare una divisa ridicola, che lasciava le gambe scoperte. Alla vista di quei peli biondi che sbucavano dai polpacci, stretti nei calzettoni di spugna, trattenne una risata. Annuì e si sporse per prendere la birra.

Il ragazzo tirò fuori dal gonnellino uno straccio bagnato e lo passò sul tavolo, e lei notò un tatuaggio sul polso, una specie di stella ghiacciata. Lo sporco rimase.

«Ti cambio tavolo?»

«No, grazie, va benissimo qui.»

«Non sei di queste parti, vero?»

«No, non esattamente»

«Spagna?»

«Italia.»

«Cosa ti porta in questo posto, nel culo del mondo?»

Lei sorseggiò la sua birra.

«Come ti chiami?»

«Io? Andy»

«Come il bambino di Toy Story»

«Già, come il bambino di Toy Story», sorrise.

«E tu? Come ti chiami?»

«Cos’hai sul polso, Andy?»

Lui si guardò intorno, come per controllare se la sua presenza fosse necessaria, dopodiché indicò la sedia di fronte a lei.

«È libero?»

«Sto aspettando una persona».

Lui afferrò lo schienale e si sedette.

«Quando arriva gli cedo il posto»

«Non ho detto che aspetto un uomo»

«Mi sto sbagliando?»

«No»

«È una prerogativa delle belle ragazze,» disse, dando uno sguardo fuori dalla finestra «aspettano sempre un uomo».

Lei avvicinò il bicchiere al viso e abbassò lo sguardo.

«Non devi servire altri tavoli?»

Si pentì immediatamente delle parole usate e si morse la guancia. Ma lui stropicciò la mano sinistra sul mento barbuto e alzò un angolo della bocca in un movimento che ricordava un sorriso.

«Non ora. Comunque, è una cometa», e le mostrò il polso.

«Ti interessi di stelle?»

«Non mi interessano le stelle. Non più di quanto mi interessino la pioggia o il sole»

«Perché tatuartene una, allora?»

«L’anno scorso ho visto la cometa di Halley. Ero fuori con alcuni amici, e lei ha attraversato il cielo. Loro non l’hanno vista, io sì. Quel momento… Potrebbe non ripresentarsi più, capisci?»

«Cosa ti è piaciuto? Il fatto di averla vista tu e non gli altri?»

«No. Il fatto di averla vista. È stato un attimo, ma ora quell’attimo è mio. E ci sono persone che vivono la vita senza nemmeno accorgersi di ciò che accade intorno… scusa, ti annoio.»

«No. Per niente». Finalmente, fu lei a sorridergli. «Con tutta probabilità saremo morti, quando ricapiterà»

«Certe cose avvengono una sola volta nella vita». Il sorriso di lui si fece più largo.

«Sai come si chiamano questi?»

Gli indicò gli aloni.

«È colpa dei tavoli. Sono vecchi. Noi ci passiamo lo straccio tutti i giorni. Con permesso».

Si alzò prima che lei potesse spiegargli che la sua fosse solo una curiosità.

Guardò l’angolo dove il ragazzo aveva appena girato, aspettò ricomparisse.

Due mani le chiusero gli occhi, da dietro. Le toccò, sentì le dita gelide, maschili.

«Honey… ho fatto tardi, scusa».

«Non ti ho visto… mi sono messa qui, apposta per vederti arrivare.»

Matt le diede un bacio sul naso, si sedette sulla sedia di fronte a lei, aprì il menù e lo lesse con fare attento. Lei alzava lo sguardo, di tanto in tanto, finché non si accorse di Andy che, uscito dal suo nascondiglio, faceva dietro-front.

«Ho una sorpresa per te»

«Matt… come si chiamano questi?»

E indicò, di nuovo, lo sporco incrostato sul tavolo.

«Sono i residui della birra incrostata, amore»

«Fin qui ci arrivavo… ma hanno un nome. Lo sai?»

«Residuo. Alone. Sporco. Quello che preferisci. Cameriere!»

Matt si sporse dalla sedia e toccò il braccio di Andy, in un modo che lei trovò maleducato e gentile allo stesso tempo.

«Ci porti un doppio cheeseburger e una birra media? E una caesar salad, per favore».

Il ragazzo segnò l’ordine sul taccuino, lo riscrisse e ne lasciò una copia al tavolo davanti a lei.

«Consegnatelo in cassa al momento del pagamento».

Lei prese in mano il foglietto, guardò la grafia un po’ tondeggiante e cominciò a spiegazzare un angolo con la punta delle dita.

«Ragazzi, guardate! La supernova!»

La voce di uno dei baristi si fece perentoria.

«L’hanno detto al notiziario! Sta per esplodere!»

Tutti, ma proprio tutti, uscirono dal locale e si accalcarono nella strada deserta; lei alzò gli occhi al cielo, Matt fece lo stesso.

Era il 23 febbraio 1987 e la stella Alpha, nella Grande Nube di Magellano, squarciò la notte in un lampo di luce bianca e rossa.

Lei cercò Andy con lo sguardo, lo trovò poco distante, accanto alla porta del locale.

Non guardava il cielo, guardava lei.

Ricambiò per pochi secondi, dopodiché abbassò gli occhi verso il foglietto.

Un cheeseburger, una caesar salad, una birra media. Mancava la sua Pale Ale. Girò il foglietto. C’era scritto “Culaccino. Ho chiesto a tutta la cucina. Andy”.

«Hanno accettato la mia richiesta.»

«Come?»

«Il trasferimento! Avevo una sorpresa, ricordi? Entro fine mese potremo stare insieme davvero.»

Matt le strinse un braccio attorno ai fianchi e lei riprese a guardare il cielo.

«Santo cielo, Lara, una supernova che esplode! E quando ci ricapita?»

Mai più, pensò lei. Mai più.

 

Illustrazione: Candida Leonforte

 

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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