Plastica - Narrandom

Plastica

Figure silenziose riempiono la sala d’attesa. Ogni tanto una pagina sfoglia, un colpo di tosse, un sospiro.
Accanto a me siede una donna matura: avrà circa cinquant’anni. A giudicare dalla pelle tirata, sulla quale s’increspano timide rughe, è lì per il richiamo del lifting. Le guance e le labbra, riempite di botox fino a scoppiare, sembrano quelle di una bambola di cuoio.
La sbircio con discrezione: un’aria matronale e severa, il broncio di un grande orgoglio ferito dal tempo, dall’avanzare inesorabile della vecchiaia, dentro e attorno ai suoi occhi. I massicci anelli intarsiati picchiettano a ritmo del ticchettio dell’orologio, impazienti. Presto sarebbe tornata giovane: questo era il suo mantra, l’ossessione che le riverberava negli occhi.
Dalla porta, una figura di plastica, un giovanotto artificiale: talmente rifatto da rendere impossibile capire cos’ancora possa avere di naturale. Più che un uomo, un burattino.
La voce baritonale chiama -Il prossimo!
La signora scatta in piedi, con piccoli e rapidi passetti si precipita nello studio.
Rimango solo. La mano scivola in tasca ed estrae il portafoglio, la fotografia che contiene: una foto della mamma.

Le frittelle sfrigolavano nell’olio bollente, schizzando gocce ustionanti tutt’intorno. Le palline di pastella si solidificarono, indurendosi in una crosta dorata.
La mamma le scolò una ad una, su un letto di carta assorbente, per poi coprirle di zucchero a velo e cannella, spargendo dolce profumo speziato.
I bambini sgambettavano per la cucina, le manine protese per dare il loro aiuto.
-Passa il barattolo, tieni il cucchiaio, occhio a non bruciarti.
Impazienti, aspettavano che ognuno ricevesse il suo compenso, la succulenta frittella.
Io seduto sul seggiolone, le gambe paffute a penzoloni, un roseo sorriso sdentato. Avrò avuto un anno, non di più.
Le frittelle fumanti arrivarono in tavola, seguite dalla schiera dei miei fratelli che subito ne fecero razzia. Io tentai di afferrarne una, ma presto mi ritrovai tra le braccia di mamma, che amorevolmente mi guidò verso il suo seno, traboccante latte.
Mi ci attaccai: la mia piccolezza risaltava contro l’immensità di quella mammella, un macigno da cui traevo il mio nutrimento, di fronte all’invidia dei fratellini che masticavano le frittelle, gli occhi gelosi di quel siero di vita.
Tutto era perfetto, io e la mamma, la famiglia riunita e quelle tette totemiche.
Poi tutto si fece concitato e confuso. Forse l’olio si scaldò troppo. Un fornello lasciato acceso. Una colonna di fiamme.
Sopravvissi solo io, chissà come.

Un nuovo cliente entra nella sala e si siede accanto a me, strappandomi alla rêverie della fotografia.
È un signore piuttosto anziano, prossimo candidato per un lifting estremo. Prende in mano la rivista di moda che prima era della matrona e, diffidente, si immerge in una lettura falsata dall’impazienza febbrile. Di sbieco, mi becco pure un’occhiata irritata: forse si aspettava la sala vuota e invece gli tocca aspettare che qualcun altro sbrighi il suo turno.
Ripongo la fotografia nel taschino del portafoglio. Ultimo cimelio della mamma. L’unico oggetto salvato alle fiamme, un’immagine del tutto superflua: che senso ha quest’immagine perfetta, se la sua sostanza è andata perduta per sempre? A che serve questo supporto della memoria, se i fumi che esala rimangono impalpabili? Non ho mai dimenticato la perfezione di quel giorno ideale, che un incendio beffardo ha deciso di distruggere, e non ho mai smesso di soffrirne per la crudele reminiscenza. Ma oggi tutto cambierà.
La matrona esce di fretta, la pelle ringiovanita, la vergogna negli occhi, non osa incrociare gli sguardi: noi siamo testimoni della sua menzogna, legati dal disagio del segreto comune. Incapaci di accettare i mutamenti del tempo, incapaci di dimenticare le nostre età dell’oro.
Ripenso alla mamma e a quel seno perfetto, mentre entro nello studio del chirurgo. Penso al nucleo della mia vita passata, al nocciolo caldo a cui aggrapparmi. Sarebbe tornato tutto.
La barba incolta del chirurgo sbraita un saluto, gli schizzi per le protesi già pronti sulla lavagnetta.
Mi aiuto con la fotografia, per sicurezza: perfette. Una riproduzione eccellente. Più precisa della mia foto. Più dettagliata della mia memoria. Più materiale di qualsiasi ricordo.
Non vedrò più il signore rugoso né la sua rivista: da questa stanza verrò portato via per l’uscita posteriore, fino alla sala operatoria.
Dormirò per ore e quando mi sveglierò il seno di mia madre sarà di nuovo con me. Per sempre.

 

Illustrazione: Tancredi Vasile

 

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

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