Elena -Narrandom_ Blog di racconti

Elena

Quella mattina il vento di scirocco s’alzò presto nella Cala e con le sue carezze tiepide sorprese Salvo e i suoi vent’anni: sfiorava quelle mani sopraffine, dee affusolate, che armeggiavano col chiavistello nella porta della bottega, s’infilava tra i capelli e li spingeva a coprire i suoi lineamenti strani, gli gonfiava la maglietta solleticandogli il corpo tozzo, sfiorandogli la pancia grande e il petto flaccido, un po’ sformato.

Entrò e si mise alla pialla, Salvo, che era turbato da uno strano bruciore; gli strizzava lo stomaco e il basso ventre come uno straccio bagnato, lo rendeva inquieto, il cuore gli batteva forte e le mani erano scosse da un lieve tremore.

 

Quella mattina Elena risaliva le viuzze della Cala, pietra e vetro, e sembrava non accorgersi di rapire come al solito lo sguardo d’ogni uomo che incrociava; e restituire a tutti quanti i cocci di sogni troppo in alto per non precipitare in frantumi quando lei spariva alla vista, continuando per la sua strada. Elena era il gioiello della Cala, la baciata dalla terra e dal Signore, Elena era la fimmina: con la pelle color miele che le avevano lasciato in dono i mori, con gli occhi azzurri, troppo azzurri, il tesoro degli Jarl di Sicilia e il seno grande infine, e sodo, un regalo di nascita di mamma levatrice. 

Aprì la porta della bottega, Elena, portandosi con sé un po’ di scirocco; le marionette, rintanate nei cantucci delle loro armature, colsero lo spiffero come un invito: in un domino di corpi lassi si facevano schioccare a vicenda, rumore di noci sul legno, di nocche sul vetro, un concerto diffuso. Lei si aspettava mastro Gianni e invece si trovò davanti il figlio, Salvo si chiamava, ma per tutti era il ragazzo dei Pupi; lui alzò lo sguardo dal tavolo, spalancò un po’ gli occhi, lei gli sorrise.

 

Con Elena, la figlia di Maria la levatrice, ci aveva fatto le scuole assieme; fino alla terza elementare, s’intende, ché poi lui aveva lasciato perdere, tempo sprecato dopo che hai imparato a scrivere le lettere diceva papà Gianni e anche lui era d’accordo, ché l’unica cosa che ci era mai importata erano i Pupi. Ci piacevano così tanto i pupi perché erano eroi belli e coraggiosi, e lui lo sapeva che non era né bello né coraggioso; allora da picciriddu s’era messo a imitare il padre, si intagliava i suoi Pupi e se li portava nel letto, la notte, e loro in cambio lo difendevano dai brutti sogni e dal buio, che ci faceva tanta paura. 

Poi Elena era entrata nella bottega e Salvo aveva scoperto che i Pupi non erano davvero la sola cosa che ci importasse a questo mondo; che nei suoi sogni c’era posto anche per quella ragazza venuta direttamente dal cielo. Era bravo, Salvo, aveva più talento di qualsiasi falegname avesse mai calpestato la terra polverosa della Cala; e anche se lui non si rendeva conto papà Gianni lo sapeva bene, Salvo ha le mani sopraffine diceva sempre a tutte le persone, trattenendo a fatica l’orgoglio – ché l’orgoglio per i figli non sta mai bene darlo a vedere – ma quelle mani, era vero, ce le aveva date Dio in persona. Però da quando aveva rivisto Elena le mani a Salvo ci si erano rotte; e non era più riuscito a farci un Pupo, che è uno.

In compenso aveva cominciato a scolpire delle bambole che ci ricordavano lei, delle bambole bellissime e con gli occhi di zaffiro, e passava il tempo che Salvo le faceva sempre più nude, sempre più nude, finché non arrivò il punto oltre cui non poteva più andare: perché Salvo una donna nuda non l’aveva mai vista per davvero; e se era facile immaginare una cosa liscia là sotto, non riusciva proprio a figurarsi come potessero essere le minne delle fimmine, cosa ci potesse essere là sotto che faceva tutto quello spessore.

Ma una cosa la sapeva: da Elena Salvo non ci voleva tornare a mani vuote. Così un giorno si fece coraggio e chiese a papà Gianni, che lavorava allo scalpello, si fece coraggio si avvicinò e ci fece: volevo chiederti, com’è il corpo d’una donna nuda? Il padre sorrise. Lasciò cadere il martello sul bancone e poi disse: profumato come un fiore, Salvo, profumato come un fiore.

Fu qualche giorno dopo che Elena trovò una bambola di legno sull’uscio di casa. Le assomigliava ed era vestita di un piccolo panno di stoffa bianco, di quelli che si usano per pulire i trucioli di segatura.

 

Elena lo sciolse e vide che sul petto della bambola erano intagliate due rose.

 

 

Illustrazione di Candida Leonforte

 

Luca Marinelli

Luca nasce tanto tempo fa in un carciofo alieno, a Roma sud. Per questo si è appassionato alla fantascienza. Vorrebbe vincere il premio Nobel per la pace e/o essere nero come il suo mito Barack Obama.

 

 

2 pensieri riguardo “Elena

  1. Elena, brilla nello scenario della Cala, tra sguardi sognanti e luccichii di vetro, molto simili ai suoi occhi azzurri. Ci accompagna con i suoi prorompenti seni lasciandoci immaginare uno scenario di vento caldo e profumo di mare.
    Salvo, personaggio indifeso e semplice, dal grande cuore. Il suo aspetto si contrappone in maniera forte e decisa alla sua tenerezza. La sua salvezza è lo scoprire che la sua abilità è infinita ed è proprio Elena, con la sua luce, ad indicargli la strada.
    Salvo dimostra di essere molto di più, è capace di trasformare una insicurezza in un’opera di sopraffina beltà, e i fiori ne sono la dimostrazione.
    L’accento sulla prima persona plurale, come se fossimo noi a ricevere quella bambola, ci conduce attraverso un racconto ricco di dolcezza ed emotività che con la sua semplicità ci fa attendere il seguito.

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