nora- lorenzo

Pag-Pag

Il ragazzo filippino Jerry preme il tasto ➤ sullo stereo portatile e riprende a svitare lentamente. La serratura della porta deve avere almeno vent’anni e lui gira il cacciavite con forza – chino su un ginocchio solo – stringendo l’impugnatura gommata con entrambe le mani.

Se c’è una faccenda da sbrigare allora la-bocca-di-mia-madre dice possiamo sempre contare su di lui Jerry; e se io Alex non sono a scuola / oppure al parco chissà, allora sono contento di starmene seduto sul mio sgabello a guardarlo lavorare. Mi piace per due motivi: uno) lui Jerry sa riparare proprio tutto; due) mentre lo fa canta.

Nel canto di lui Jerry non c’è lingua. Non pronuncia parole vere e proprie. Fa come dei piccoli lamenti / brontolii che vibrano all’interno della gola.

Il ronzio dello stereo accompagna sempre la stessa melodia. Una musica tradizionale molto antica chiamata Kulintang. Questa musica – spiega lui Jerry – viene suonata con uno strumento composto da gong, simili a pentoline, messi in fila orizzontale su una cassa di legno decorata. Bisogna colpire i gong con delle bacchette di bambù. Kulintang è molto malinconica. Una specie di musica sacra, come l’organo in chiesa la domenica. Da ascoltare con questo – conclude lui Jerry, massaggiando il petto magro e incavato, lì dove c’è il cuore.

Mentre ascoltiamo Kulintang parliamo il meno possibile. Le parole sono sporcizia – mi confida lui Jerry, chiudendo la cerniera immaginaria della sua bocca. Bisogna saperle dosare / pronunciare l’essenziale. Perciò teniamo alta la musica; e se per caso lui Jerry schiocca le dite verso la cassetta degli attrezzi e mima il gesto di svitare un bullone, allora io Alex so che devo passargli la chiave inglese.

Il-corpo-di-mia-madre fuma una sigaretta davanti al frigorifero aperto. Sopra la camicia da notte c’è il solito golfino rosa di Hello-Kitty. Due mollette da bucato reggono a stento la strana acconciatura che pende dalla nuca.

Lui il ragazzo filippino Jerry si volta per un attimo a guardarla → toglie il cappellino da baseball → asciuga il sudore dalla fronte con la manica della felpa → se lo rimette → punta l’indice a una scatolina di plastica.

Ha già tolto le due viti interne dalla serratura e le infila tra le labbra nell’instante in cui la-mano-di-mia-madre afferra il collo di una bottiglia e richiude lo sportello. Io Alex passo la scatolina a lui Jerry che ci sputa le viti dentro e si rimette ad armeggiare con le estremità del pomello. Le-gambe-di-mia-madre trascinano il resto del corpo al tavolo e il dorso della sua mano le stropiccia gli occhi gonfi. La mano trema nel gesto di portare la sigaretta alla bocca. Dopo un lungo tiro lascia cadere il mozzicone in una tazzina. Ciò che resta della sigaretta si spegne e un’altra viene subito accesa.

Lui il ragazzo filippino Jerry schiocca le dita un altro paio di volte mentre smonta vecchi pezzi di ferraglia arrugginita e io Alex continuo a svolgere il mio ruolo di aiutante con entusiasmo. Di lì a poco lui Jerry fissa il chiavistello, installa la nuova serratura e sostituisce il pomello con una maniglia. Finito il lavoro si alza e, scrollata via la polvere dai pantaloni, sorride soddisfatto; poi preme il tasto ❚❚ sullo stereo.

Quella sera, mentre gli-occhi-stanchi-di-mia-madre studiano la nuova serratura, la bocca di lei succhia sidro da una cannuccia e dice il ragazzo filippino Jerry in realtà ha quasi quarant’anni. Lui Jerry è cresciuto nella baraccopoli di una città chiamata Manila. Vicino a una grande discarica.

Una discarica, vengo a sapere, è un posto molto sporco e io Alex lo immagino come un luogo senza musica / pieno di parole.

 

Invece un giorno il lavabo della cucina si intasa e la-bocca-di-mia-madre scandisce le parole: bisogna chiamare subito Jerry.

Quel pomeriggio, ascoltando Kulintang, lui Jerry schiocca le dita allo sturalavandino. Versa un prodotto oleoso e puzzolente nello scarico e si mette a osservare l’orologio a muro. L’etichetta sul retro-bottiglia dice:

“Conservare sottochiave e fuori dalla portata dei bambini. In caso di ingestione consultare immediatamente il medico. Far Agire per dieci minuti”.

Nell’attesa lui Jerry estrae una busta di carta dal suo zaino. Fa cenno di avvicinarmi. Dentro la busta ci sono delle strane fotografie. Vuole mostrarmele. Alcune immagini – prova a spiegarmi, sfogliandole – sono state scattate da un piccolo aereo. La maggior parte inquadrano dall’alto una gigantesca baraccopoli. Una distesa di fango e lamiera lunga decine di chilometri. Altre ancora ritraggono Jerry – denti sporgenti / braccia scheletriche – insieme a quella che credo essere la sua famiglia.

Gli chiedo è qui che sei nato; lui Jerry annuisce infilando un paio di guanti in lattice. Controlla nuovamente l’orologio → fa scorrere l’acqua per qualche secondo → apre le ante sotto il lavabo, svita una parte del tubo di scarico e, facendo luce con una piccola torcia, ci infila le dita dentro.

Le-gambe di-mia-madre fanno un balzo all’indietro e la-bocca-di-lei emette un gridolino strozzato. A quanto pare a intasare lo scarico era il cadavere di un topolino. Lui Jerry rimane impassibile. Solleva il corpo bagnato del topolino per la coda e lo avvolge nello scottex. Si avvicina al secchio dei rifiuti → preme il pedale con il piede e lascia cadere la piccola mummia nell’umido → estrae il sacchetto e ne chiude le estremità con un nodo → toglie i guanti, lava le mani e va a sedersi sul mio sgabellino giallo col sacchetto puzzolente in grembo.

Lui Jerry – la voce morbida – vuole raccontarmi una storia. Dice, anzi canta, quando era bambino aspettava il tramonto accampato tra i rottami della scarica, in mezzo ai topi / agli scarafaggi. Ricorda nel buio il bagliore dei fari e il baccano dei camion che scaricavano l’immondizia.

Kulintang continua a suonare e lui Jerry tamburella le dita a tempo sulla plastica del sacchetto. Intona il racconto di come lui il piccolo Jerry passava le sue giornate cercando di catturare quanti più cani randagi. Manila ne è piena. Un modo era prenderli al collo con un lazo; per i più vecchi bastava una rete da pesca. I suoi genitori lo avevano fatto in passato e lui Jerry avrebbe insegnato ai propri figli un giorno. Loro la famiglia tenevano i cani chiusi in una gabbia per giorni, sul retro della baracca, senza cibo né acqua.

Quando erano abbastanza affamati lui il piccolo Jerry prendeva una carriola, un grosso secchio e una paletta. Trainava la gabbia – provvista di ruote – nel cuore della discarica, lì dove avrebbe liberato il più malmesso dei randagi. Se io Alex chiedo perché facesse una cosa del genere lui Jerry risponde semplice i cani in preda alla fame si mettevano a rovistare tra i rifiuti alla ricerca di qualcosa di commestibile.

Quello che lui il piccolo Jerry cercava erano carne scaduta, residui dei macelli, avanzi dei fast food. Seguiva le orme del cane e non appena il bastardo trovava qualcosa lo scacciava con il bastone di una scopa. Lui Jerry raccoglieva la carne con la paletta → riempiva il secchio → si spostava in un’altra zona → apriva la gabbia → ricominciava da capo.

I genitori di lui Jerry rivendevano la carne raccolta a certi ristoranti, intascando qualche rupia per sopravvivere. Qui la carne veniva ripulita – di solito fritta nell’olio, oppure bollita in grandi pentole – per poi essere servita come una zuppa. Questa pietanza – spiega lui Jerry – si chiama Pag-Pag. Per molti è l’unico pasto possibile.

La-bocca-di-mia-madre si contrae in una smorfia disgustata. La mano versa due calici. Ne porge uno a lui Jerry.

Io Alex chiedo cosa significa Pag-Pag; mentre lo faccio ripenso al marcio delle parole.

Lui il ragazzo filippino Jerry rimane in silenzio per qualche secondo. Beve, assaporando il liquore. La testa oscilla aspettando che il suono del Kulintang si affievolisca. Quando il disco si interrompe lui Jerry stringe il sacchetto della spazzatura e, alzandosi dallo sgabellino giallo, risponde vuol dire scrollare via lo sporco.

Un racconto di Lorenzo Marvica

Illustrazione di Nora

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