Pegoraro_Arti_Il cappello forato

IL CAPPELLO FORATO

Prima di entrare al Polvere, il bar meno frequentato del paese, Leo aspira mezza sigaretta con un unico tiro e tossisce con la mano davanti per attutire il rumore. Dai, andrà tutto bene: devo solo mostrarmi sicuro.

Ad aspettarlo – ed ecco svelato il motivo di tanta apprensione – c’è Drake, il reclutatore; sul tavolino ha due birre e in faccia il solito sorriso da “Prima o poi avrai bisogno di me, e farà male.”

Ora, perché Drake abbia contattato direttamente un ragazzino è presto detto: l’apertura estiva del BoomBoomerang è imminente, e con la polizia che tiene sott’occhio gli spaccini serve nuova manodopera.

Giusto un breve colloquio, prima di affidarlo alle istruzioni dei pusher più esperti: il brivido che gli procura il timore negli occhi dei ragazzini è più eccitante di qualsiasi anfetamina.

«Che aspetti, ragazzo? Ho già ordinato da bere.»

Quando lo raggiunge, Leo nota in controluce le ditate sul bancone in granito, e si domanda se è per via dello smercio di coca o se non sia per la scarsa igiene che i suoi amici hanno dato al bar il nome di Polvere. Ma sì, fanculo. Bevi la birra, sorridi quando sorride, ottieni il lavoro che qualche spicciolo ci uscirà pure per riverniciare la Smart.

«È un piacere incontrarla, signor reclut…»

«Drake.»

«…sì. Io mi chiam…»

«Che hai fatto al braccio?»

Leo gratta la crosta e preme sui bordi finché non affiora una goccia. Rifletti, è un test…

«Ma niente, ieri sul tardi, ero dal porcaro, quello fuori dal Blizzard. Uno stronzetto era su di giri, ha tirato fuori le lame davanti a tutti. L’ho… rimesso in riga.»

Il ragazzo sorride, raccoglie il grumo di sangue col polpastrello.

«La mia ragazza dice che rimarrà la cicatrice, dice che è sexy.»

Leo mantiene il sorriso, ma non riesce a guardare Drake.

Il reclutatore osserva lo sfregio, più simile alla disattenzione di uno chef ubriaco che all’affondo di un rissaiolo. Ma sentilo, il pivello che si vanta d’un graffio. «E questa la chiami cicatrice?», mugugna mentre sminuzza erba e tabacco sul tavolo. Che cazzo di generazione. «Di’ un po’, ragazzino, hai visto chi sta seduto laggiù?»

Drake piega la testa di lato, indicando a Leo la parte meno illuminata del locale.

Solo allora Leo si accorge della presenza del reduce, rintanato all’ultimo tavolo dietro al biliardo, lui e il cappello da alpino. Quando gli occhi del ragazzo scrutano il volto che pende dal cappello bucato non riconoscono che oscurità. Rifletti, non mostrarti sorpreso…

«Ancora vivo, il vecchio? O ha trovato l’obitorio pieno?»

Drake posa il bicchiere, preme con l’indice sulla ferita del ragazzo.

«Taci. Ti senti un duro per via di quel taglietto? Hai una vaga idea di come ha fatto quell’uomo a procurarsi un buco sul cappello?»

Leo sorseggia la birra, guarda con finto interesse il sottobicchiere.

«Quell’uomo che tu chiami vecchio è una leggenda che cammina. Non hai mai sentito parlare dell’impresa che ha compiuto, ai tempi della Brigata Ulzio?»

Leo sorseggia in silenzio e pensa che la Smart rimarrà color bianco zingaro ancora per un po’.

«Ha difeso da solo l’avamposto al confine coi francesi, e tu non ne sai niente. I valori, cazzo! Ne hanno parlato per anni: lui e un migliaio di colpi, sul trespolo, contro trecento di quegli altri pronti a stanarlo. E lui ne ha eliminati sessantotto. Il primo giorno. Centocinquanta, il secondo giorno. Trentadue il terzo giorno. Il quarto giorno hanno abbandonato la zona.»

Il reclutatore si gratta la gola, indica un secondo giro di birre al barista. Anticipando l’incredulità del ragazzino, Drake continua a raccontare la leggenda ammettendo che sì, girano varie versioni su come sia riuscito a sopravvivere, ma su un dettaglio non c’è dubbio: «Un proiettile lo ha colpito di striscio, e a conti fatti quel foro e la cicatrice che si porta in testa valgono mille medaglie. La cosa incredibile è che lo si vede in giro col cappello soltanto da pochi mesi, come se per decenni avesse preferito nascondere il simbolo del suo eroismo. Duecentocinquanta morti al prezzo di una cicatrice. Hai capito? Duecentocinquanta.»

Leo, sentendosi in obbligo di dire qualcosa, esclama: «E quand’è che ha detto in giro la storia del cappello?», ma la domanda scivola sul tavolino per poi precipitare nel vuoto.

 

 

Il vecchio si calca in testa il cappello e raggiunge l’uscita. Al solito, il barista gli fa cenno che la bevuta è gratuita, e la leggenda forza un sorriso di risposta senza alzare lo sguardo.

Per Drake, il test è concluso: lui e il ragazzino non dicono più una parola, ed entrambi finiscono in fretta le birre. Sfuggono l’agonia di un colloquio che si è trascinato a fatica come i passi della leggenda. Certo, Leo verrà arruolato presto, ma se questa non è una sconfitta per Drake poco ci manca. O come direbbe lui: “I valori, cazzo!”

 

Se seguissimo il percorso del vecchio, lo vedremmo raggiungere il suo monolocale e lì appendere il cappello a quello che crede essere l’appendiabiti. Soltanto dopo aver acceso la luce si rende conto di averlo poggiato sulla lampada del corridoio.

«Ussignur, di nuovo! L’ho già bruciato l’anno scorso!»

Lo sposta sulla sedia, indugiando con le dita sulla bruciatura che ha spacciato alla gente per eroismo.

«Che desgrasià…»

Sovrappensiero si gratta la testa e si accorge di una leggera escoriazione.

«E questa?»

Bah, non importa.

 

E non importa è anche ciò che sta pensando Leo, mentre sbatte la portiera della Smart.

Un racconto di Luca Pegoraro

Illustrazione di Alessia Arti 

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