Una torre di fango e giocattoli

«Voglio staccare un pezzo di luna col rasoio di papà», disse Chicca, e subito Teo capì che non era una bambina come le altre. Sollevò il capo. Anche la luna non era una luna come le altre, quella notte: era più gonfia del solito, o almeno a Teo sembrava così; e poi era lucida, di un lucido denso e bianco, una grossa mozzarella bagnata di latte.

«Non so se ci arrivi», borbottò. «Il cielo è lontano».

Teo aveva sempre immaginato il cielo come una striscia staccata dalla terra, una specie di nastro blu su cui correvano le stelle e gli aerei; e la luna, quand’era piena, ci rotolava sopra fino a sparire, per fare posto al sole del giorno dopo. Immaginava che nello spazio tra il cielo, che stava in alto, e la terra, che stava in basso, non ci fosse un bel niente, soltanto una fetta di vuoto che separava le cose degli uomini da quelle che gli uomini non conoscevano.

«Vedi la scala laggiù?»

Teo si voltò. C’era un casolare con le finestre illuminate, tante piccole fiammelle nella notte, e vicino all’ingresso sonnecchiava una scala a pioli.

«Vuoi rubarla?»

«Non ci riconoscerà nessuno», disse Chicca. Aprì il suo zainetto e porse a Teo una maschera a forma di lepre, con due buchi ovali al posto degli occhi; poi, infilò una maschera a forma di gatto e attese che Teo indossasse la sua.

«Sbrigati».

Teo esitò. L’aria paludosa aveva risucchiato i suoni della campagna – il fruscio degli alberi, il frinire dei grilli, la croccantezza dei sassolini sotto le scarpe: quella notte era come avere la testa sott’acqua, un’acqua nera che confondeva tutto ciò che Teo conoscesse, ciò che aveva creduto di sapere. Guardò la nuova faccia di Chicca: sembrava tenera e feroce al tempo stesso, col suo muso felino; una mescolanza di bianco e di nero, di miele e di ortiche, che la rendeva in qualche modo speciale. La luce delle stelle rimbalzava sul rasoio che Chicca stringeva nella mano destra. Teo fissò la lama, inquieto; indossò la sua testa di lepre e tacque.

«Andiamo», disse Chicca; mise via il rasoio e sgattaiolò verso la scala. Teo la seguì, ma il cuore gli si faceva più pesante a ogni passo; si fermò di colpo, accucciandosi dietro a un cespuglio di more.

«Che hai?», disse Chicca, inginocchiandosi accanto a lui.

«È sbagliato».

«Non la rubiamo mica, la scala. Dopo gliela ridiamo».

«Tanto non possiamo appoggiarla da nessuna parte».

«Eh?»

«Tra il cielo e la terra c’è un pezzo di niente. Non lo sai? Le scale non si reggono senza un punto dove appoggiarsi. Sei fregata».

Anche se Teo non riusciva a vedere la sua bocca, coperta dalla maschera, sapeva che Chicca aveva messo il broncio. Durò poco, però; appena un paio di minuti e Chicca fu pronta a tornare all’attacco.

«Dietro la casa c’è un cane che dorme».

«E tu come fai a saperlo?»

«Venivo sempre qui con papà. Raccoglievamo le more e i lamponi. Poi papà si è ammalato e non ci siamo venuti più».

«Veramente il tuo papà è stato male?»

Chicca tacque un istante.

«Vicino alla cuccia c’è un cesto coi giochi del cane», disse. «Prendiamolo».

«Ma… perché?»

«Prediamo anche sassi, rami, mucchi di paglia. Tutto quello che troviamo».

«Che ci facciamo?»

«Costruiamo una torre: io mi ci arrampico sopra, stacco un pezzo di luna e scendo».

«E la scala?»

«Non mi serve. Mi serve la torre».

«Tanto non ci arriverai mai, fino al cielo».

«Se mi aiuti ci arrivo».

Teo arrossì senza rispondere.

«Quando abbiamo finito mettiamo a posto. Te lo prometto».

Ci vollero un paio d’ore a tirare su la torre, e Teo si rese conto sin dall’inizio che non era alta abbastanza; Chicca, invece, pareva entusiasta della costruzione: lavorava di buona lena, infilando una pallina di gomma qui, un ceppo di legno lì, e poi un sasso, una manciata di foglie, un orsetto di pezza senza un orecchio, probabilmente staccato dal cane; Chicca gli aveva tolto anche la ciotola, al povero cane, e aveva impastato una specie di pappa mescolando acqua e terra, una robaccia che faceva da cemento per tenere insieme quegli strambi mattoni. A Teo non sembrava una grande idea, ma non glielo aveva detto: era bello starsene lì, sudati, con le maschere di Carnevale pure se Carnevale non era, e i polmoni aperti, e gli occhi brillanti, costruendo una torre di fango e giocattoli che potesse toccare il cielo.

«Ci siamo», disse Chicca, osservando la loro creazione. La torre era poco più alta di lei, tutta sbilenca, e ogni tanto ne veniva giù un pezzo.

«Falla asciugare prima di salirci», disse Teo.

Chicca annuì, sedendosi sotto la torre. Teo si accucciò accanto a lei. Chicca gli poggiò la testa sopra una spalla, estrasse il rasoio dallo zainetto e sfiorò la lama coi polpastrelli.

«Che ci fai con un pezzo di luna?», disse Teo.

«Boh. Lo metto sotto al cuscino prima di dormire. E la mattina quando mi sveglio lo tiro fuori e gli faccio le coccole».

«Dovrai… annaffiarlo, tipo? Dargli da mangiare?»

«No. Starà benissimo così com’è».

Restarono in silenzio per un po’; poi Chicca gridò: «Asciutta!» e saltò su, brandendo il rasoio. Teo si sentiva soffocare dietro la maschera: la torre non avrebbe retto. Chicca sarebbe caduta, e avrebbe pianto così forte da svegliare il cane che avrebbe abbaiato a sua volta, e allora i proprietari del casolare sarebbero usciti e…

«Teo?»

«Che c’è?»

«Credi che la luna perderà molto sangue? A papà è successo così».

Teo si alzò per farsi vicino a lei. Chicca gli dava le spalle. Aveva messo il piede destro sulla base della torre e si era sporta in avanti, premendo i palmi sul fango rappreso per capire dove aggrapparsi.

«Non lo so. Però si può ricucire. Basta trovare un bravo dottore».

«Un bravo dottore», mormorò Chicca, e mentre parlava stringeva i denti, come se quelle parole fossero piene di spine.

Si voltò titubante, cercando lo sguardo di Teo.

Il muso di gatto splendeva nel chiarore della luna, e la calura risputava i suoni della campagna, riempiendo il vuoto tra cielo e terra che a Teo sembrava sempre più piccolo, adesso, meno spaventoso. Il leprotto sorrise: la torre era alta abbastanza, dopotutto, e avrebbe retto; ora poteva esserne certo.

Un racconto di Claudia Grande

Illustrazione di Elisa Inverardi

Un pensiero riguardo “Una torre di fango e giocattoli

  1. Piaciuto.
    Incipit che cattura, a mio avviso.
    Tra l’altro: similitudini congruenti e originali, per come la vedo.
    E altro ancora.

    Consigli la lettura?
    Ovvio.

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