Scaramanzia

Ogni volta che papà fa pace con la mamma, bussa in camera mia per darmi la buona notizia e tranquillizzarmi. Ormai conosco a memoria le loro liti e so quanto tempo impiegano per chiarire, però continuo a comportarmi come se fosse la prima volta, o come se finalmente fosse l’ultima. Mi alzo dalla scrivania, apro la porta ed evito di guardare negli occhi papà, che nel frattempo si massaggia il gomito sinistro con il palmo della mano destra.

— Puoi finire i compiti in salotto, Nico, se vuoi.

— Sei stato l’ago della bilancia anche oggi?

Le labbra di papà si allargano in un sorriso stanco e io prendo in fretta l’occorrente. A meno che non abbia già finito di studiare, nel qual caso alzo la testa e domando:

— Posso giocare alla Play?

Allora papà mi avverte:

— Solo fino all’ora di cena.

E io mi sento felice con o senza compiti da completare, perché l’importante è che la mamma abbia smesso di urlare. Quando si arrabbia diventa insopportabile, davvero, come se all’improvviso dimenticasse il bene che ci vuole. Se tornassi indietro abortirei mormora spesso fra i denti, per esempio, se vicino a lei ci sono io. Oppure butta via i vestiti di papà, o strappa i suoi libri preferiti, smette di cucinare e alza al massimo il volume della tv. Secondo la nonna non c’è da preoccuparsi, tanto poi chiede scusa con un bacio sulla bocca a papà e con uno sulla fronte a me. E mi starebbe pure bene, se poi non trovasse mille altre ragioni per perdere di nuovo le staffe a distanza di qualche giorno.

Papà dice che ha i nervi a pezzi per via del lavoro. Dobbiamo essere pazienti, mi ripete ogni sera prima di rimboccarmi le coperte, dobbiamo essere noi l’ago della bilancia. Ormai ho dieci anni, lo capisco benissimo. Dal nostro modo di reagire dipendono le sorti della famiglia, quindi bisogna essere tolleranti, evitare di rispondere e piangere il meno possibile. Essere l’ago della bilancia significa proprio questo, d’altronde. Me l’ha spiegato papà.

Ieri, però, le cose sono andate in modo diverso dal solito. I miei genitori si sono coricati senza avere ancora fatto pace, come ho dedotto dal fatto che nessuno è venuto a bussare in camera mia fino a oltre le undici. Non era mai successo prima e per l’agitazione mi sono girato e rigirato nel letto finché la sveglia non ha segnato come minimo l’una.

Per di più, durante la notte ho sognato una bilancia come quella rossa che abbiamo in cucina, ma molto più grande. Era appoggiata sopra il mio armadio e aveva un ago lunghissimo, che assomigliava al corpo e alla testa di papà. Appena realizzavo quanto fosse spaventosamente in bilico, vedevo arrivare la mamma con una pila di magliette pulite da posare. Era andata dritta verso il guardaroba ignorando la mia presenza, perciò avevo provato ad attirare la sua attenzione:

— Mamma, attenta! La bilancia!

— La bilancia cosa?

— Là sopra! Non la vedi?

La mamma aveva sbuffato e aveva ripreso a piegare la mia canottiera arancione con il fulmine, mentre io ancora mi sbracciavo.

— Se non la smetti finirai in punizione per tre giorni, ti avverto.

— Ma lassù c’è papà, mamma! Se si sposta troppo e tu rimani dove sei ti…

— Insomma, Nico! — era esplosa lei, sbattendo entrambe le ante. Si trattava di un sogno molto realistico. — Mi senti o no quando…

La bilancia l’aveva interrotta sul più bello, dopo che lei aveva interrotto me. In equilibrio precario com’era, appena la mamma aveva chiuso con forza l’armadio, aveva oscillato un po’ troppo ed era caduta sulla sua testa, proprio come avevo cercato di indicarle. Io ero rimasto pietrificato, con le braccia ancora alzate in una posizione che ormai appariva strana e inutile. La mamma era per terra, in una pozza di sangue di un rosso ancora più scuro della bilancia, e aveva il viso schiacciato contro il pavimento.

Papà era rimasto al suo posto, solo che era scoppiato in lacrime e ululava come un disco rotto:

— Com’è potuto succedere? È stata colpa mia…

Ero corso ad abbracciarlo articolando poche parole a fatica.

— Tu non c’entri, papà, sono stato io.

— Com’è potuto succedere?

— Volevo che si spostasse e invece l’ho fatta arrabbiare…

— È stata colpa mia…

— No, papà, ascoltami!

— Com’è potuto succedere?

— Dobbiamo aiutarla, papà!

— È stata colpa mia…

Quando stamattina papà mi ha svegliato per accompagnarmi a scuola, ero sudato dalla testa ai piedi e stavo brontolando qualcosa premendomi una mano contro la pancia.

— Nico, stai bene? — si è informato lui con voce preoccupata, mentre mi toccava la fronte.

— Sì sì — ho borbottato mettendomi a sedere contro il cuscino e strofinandomi gli occhi per assicurarmi che non ci fossero né bilance giganti né mamme spiaccicate nella stanza. — Non è niente, ho solo fatto un sogno…

— Che sogno?

È stato allora che mi sono ricordato del discorso di Martina, la mia compagna di banco. Me ne aveva parlato mercoledì dopo la ricreazione, quando era iniziata l’ora di religione. Era arrivato il momento di scoprire se esisteva sul serio quella scaramanzia di cui lei si era mostrata tanto sicura, così ho risposto soltanto:

— Non posso dirtelo, papà. Altrimenti poi non si avvera.

 

Un racconto di Eva Luna Mascolino

Illustrazione di Angelo Policicchio

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