Vuoto e pieno

«4390» chiama una voce gentile.

«Eccomi» rispondo.

Da un mese a questa parte sono diventata un numero. Prima ero La Bimba, per i miei, anche a trent’anni passati; Solidea, all’anagrafe; Soli, per mio fratello Michele. Poi, senza che me ne rendessi conto, le lettere si sono fatte numeri e ogni mattina mi ritrovo in questo reparto, tra altri numeri come me, ma non componiamo una tabellina dove tutto torna, dove ogni numero è legato all’altro in una successione regolata.

Siamo numeripercaso.

Siamo numeriperdisgrazia.

Siamo numeripermaledettasfiga.

Ci mettiamo seduti uno accanto all’altro, e nell’attesa ognuno familiarizza con le vite degli altri, tutte messe in pausa come la mia; ci raccontiamo di un figlio, una moglie, un marito che non l’ha presa bene e sta alla larga o non molla un attimo. Poi ci scappa una risata per la battuta di quello che deve irradiare la prostata andata a male, che viene con i volontari e l’auto medica perché non ha nessuno. Esauriti gli argomenti da protocollo, nel silenzio ognuno si sintonizza sul proprio guaio.

Il primo giorno ho creduto di morire. Mi sono sdraiata sul lettino, ho sentito il macchinario iniziare il suo programma e il raggio entrarmi dentro sottile. Il cuore ha preso a rotolare giù, fino ai piedi, e ho dovuto seguire col resto del corpo la fuga scomposta dei battiti. Ho piantato tutto lì, macchinario, programma, raggio. Io e la cosa siamo grati a tutti ma ce ne andiamo, ho pensato. Sono corsa scalza e in mutande verso lo spogliatoio dove c’è solo un gancio per appendere i vestiti e un sacco nero per lasciare il camice a fine ciclo, e mi sono chiusa dentro, fino a che la dottoressa è venuta a bussare. «Non devi avere paura della terapia» ha detto. È così che ho iniziato a parlare col raggio e siamo diventati Io & Raggio.

 

«Sei arrivata alla fine!» dice uno dei numeri; qualcuno batte le mani per me; mio fratello Michele mi sorride e fa la ‘v’ di vittoria; io ho due cubi di piombo al posto dei piedi. «Arrivo, arrivo» ripeto, mentre mi avvio per il corridoio stretto che sa di bunker e isolamento, col suo bianco uniforme e lucido da anticamera del paradiso in una vita d’inferno.

 

Oggi è la ventottesima seduta – l’ultima – e stamani mi sono svegliata con l’impressione che al posto del ventre ci sia un buco nero. Come se fossi testa, collo, busto – pausa – gambe, piedi – fine, due monconi di una strada interrotta. Sarà che con oggi sono quindici, le croci segnate col pennarello indelebile sul calendario, a testimoniare che sono diventata terra arida in cui nulla attecchirà. La dottoressa aveva detto che non era sicuro che sarebbe successo. Invece sì, come i capelli nel lavandino. Ci dicono di un masso alla volta, perché sanno che se ci dicessero che crollerà la montagna intera, ci lasceremmo la cima alle spalle, senza guardarci indietro.

Soli, calma, il ventre è una roba pazzesca, tipo un universo, ma ancora più complesso, contiene fegato, milza, intestino, utero, ovaie, frattaglie varie, cibo, dolore, farfalle, bambini, non può sparire, cercalo e riportalo a casa, ho pensato. Così ho appoggiato il palmo della mano destra sulla pancia e la pelle si è increspata, a conferma che il problema stava sotto, stava dentro. Ho appoggiato anche la sinistra, con l’indice nell’ombelico, magari il segreto era lì, ma non è successo niente. Allora sono corsa alla bilancia, l’ho toccata con la punta del piede, ci sono salita allineando le piante per una pesa esatta, ma quella, anziché dirmi che il peso era lo stesso di quando tutto stava al suo posto, ha dato un messaggio di errore. Le bilance mica misurano il vuoto, ho pensato, e ho detto addio al mio ventre.

 

Mi stendo sul lettino scomodo. Il macchinario fa un click, come per iniziare, ma non parte un bel niente. Entra la dottoressa, mi dice che ha un problema di funzionamento, poi aggiunge: «Stiamo provando a ripristinare, sennò per oggi niente».

E a questo punto mi sento interrotta e sola.

Raggio, ti prego arriva, ho una domanda per te:

chi amerà una donna che il ventre non ha?

Conto uno, due, tre, quattro, cinque, sei, fino a che la porta si apre, è di nuovo la dottoressa. «Rimettiti in posizione, il macchinario è ripartito.»

Sento iniziare il programma e la fitta di Raggio che entra, attraversa pelle, carne, muscolo, ossa e va dritto sulla cosa, per la resa dei conti quotidiana. Chiudo gli occhi e mi metto in ascolto, mentre siamo un tutt’uno.

 

È domenica pomeriggio, fuori piove. Ci sono le targhe alterne, oggi tocca alle dispari muoversi. La targa di babbo finisce col due.

Io e Michele abbiamo finito la lezione di scuola e ora siamo davanti alla tv. C’è il numero del mago. Ha i capelli che sembrano un nido di passeri, ai polsini della camicia ha dei gemelli dorati come dobloni. L’assistente è una biondina carina, indossa un abito ridotto, con i lustrini argentati e le frange. Quando si muove, le frange fitte si spostano tutte insieme, in qua e in là, con pennellate rapide come folate di vento in un prato. Il mago la fa entrare in una scatola nera, alta quanto lei, con un taglio ovale in alto e due cerchi più piccoli in basso, poi richiude con un lucchetto. Ora della ragazza si vedono solo la faccia, che sorride, e le punte dei piedi, che si muovono. Il mago infila due lastre di metallo nelle fessure orizzontali e divide la scatola in tre parti. Fa scorrere a destra il cubo centrale, su delle guide in metallo che sporgono di lato. La biondina continua a sorridere e il pubblico fa un: «Oh!» prolungato.

«Michele! Ora cosa succede?»

«È un trucco, cosa vuoi che succeda.»

«Ma non ha più la pancia, c’è un buco!»

«Lo vedi che muove i piedi e ride? Non è mica morta!»

«Sei sicuro?»

«Ci puoi scommettere.»

Un racconto di Barbara Guazzini

Illustrazione di Angelo Policicchio

2 pensieri riguardo “Vuoto e pieno

  1. Cara Barbara, grazie del tuo racconto. Ho sorriso e contratto il ventre con te. Ripensando ai miei 55 giorni con il “raggio”.
    Grazie ancora. Scrivi che noi leggiamo.

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