Miele

Quelle notti erano lunghe, nel modo in cui sanno esserlo quelle notti.

Era difficile che si addormentassero subito, perché entrambi avevano tutta l’intenzione di spassarsela, anche se Olive faceva la preziosa. Si stavano ancora conoscendo, e lui le toccava le cosce e la riempiva di baci. Erano baci pieni d’affetto, onesti, che, per due che si stanno ancora conoscendo, può significare che presto si sposeranno.

A quel tempo Erri aveva dei capelli folti e duri, e a volte, quando era in imbarazzo, se li riavviava con le mani. La sua carnagione era scura e aveva una muscolatura sfacciata. Aveva un paio di occhi neri che sembravano semi e un piccolissimo neo rialzato accanto alla narice sinistra. La sua particolarità più preziosa erano quelle occhiaie così pronunciate e color nero fumo. Sembrava sempre che lo avessero gonfiato di botte e a dire il vero a volte era successo, Erri era un uomo parecchio istintivo. Ma le sue occhiaie erano stabili, e a Olive piacevano molto, quelle occhiaie la facevano sentire protetta.

 

Di lavoro Erri guidava i camion, faceva su e giù ogni giorno e quando l’aveva detto a Olive, se n’era quasi vergognato, perché non era la stessa cosa di dire “Faccio il medico” o “Sono il sindaco”. Pensava che Olive fosse sprecata per lui, che era così rude e la toccava con quelle mani spellate e grandi. A dire il vero a lei piacevano quelle mani, le piaceva la differenza di dimensioni con le sue, quando lui gliele baciava fingendo di essere un galantuomo. A Olive piaceva il modo in cui lui la trattava e il fatto che, a tavola, o in qualsiasi altro posto fossero, lei gli rivolgeva lo sguardo, accorgendosi che lui l’aveva preceduta. Quando succedeva, entrambi abbassavano gli occhi, e Olive fingeva di spazzolare la tavola, sorridendo.

Quelle notti erano lunghissime e dalla finestra della camera da letto arrivavano i fasci di luce dei lampioni, che si stagliavano sulle coperte, ripartendole. Sotto, c’erano i loro corpi. Per tutta la notte, si guardavano a fondo, e a Olive quasi veniva da piangere, come se quel momento fosse così bello da provocarle del dolore.

Erri era diverso da lei, più taciturno, perciò reggeva il suo sguardo, tirando su con il naso ogni tanto, finché lei si avvicinava alle sue labbra.

 

La casa in cui vivevano era modesta, senza pretese, e quando lui partiva per delle consegne in posti lontani, a Olive sembrava di impazzire, così cominciava a fare avanti e indietro, rassettando ogni cosa e soffiando via la polvere dai soprammobili. Al suo rientro, Olive lo aspettava in camera da letto, con indosso una sottanina color vaniglia. Lui gliela sfilava pinzando le bretelline con le dita. La guardava dall’alto al basso, inclinando la testa a seconda che si soffermasse sul profilo destro del corpo o sul profilo sinistro. Olive gli sorrideva sciogliendosi la crocchia di capelli castani che si muovevano nell’aria. Lui la toccava fin lì sotto e lei chiudeva gli occhi, abbandonandosi. In quei momenti, prima di perdere del tutto la percezione delle cose, le capitava di pensare a quando era ancora una bambina e aveva scoperto un alveare nel giardino di casa. Per parecchio tempo l’aveva stuzzicato con un ramo, anche a costo di farsi pungere, perché era curiosa. Adesso sentiva quella stessa scoperta dentro di sé, e le provocava del piacere.

Anche a Erri piaceva, e lo si capiva da quei rantoli primitivi che culminavano sempre in una sorta di affanno maldestro e sibilante. Allora lui la prendeva per i fianchi e la alzava in aria, mentre le gambe di lei si avvinghiavano al sedere di lui e, aggrappati così, si accasciavano sul letto, impregnando le lenzuola di sudore e di furia.

Riemergendo, succedeva spesso che lei emanasse un’energia travolgente, così lo riempiva di domande.

«È come se ci fosse tanto miele, non credi? Dico che qui, tra noi, è come se ci fosse un’inondazione di miele fresco, come un fiume giallo, non trovi?». E poi: «Penso che andremo a vivere in una casa più grande e avremo dei bambini. Potremo avere dei bambini, non trovi?».

«Sì, dico che è ok. È ok per me».

Molte di queste domande mettevano Erri in imbarazzo: per il fatto che Olive avesse tutto questo amore per lui, al punto da pensare di coinvolgerlo nel progetto di una famiglia.

 

«Sai che le api sono abituate a vivere nei tronchi perché non gli piace essere disturbate? Il fumo serve per ammansirle. Quando vengono invase dal fumo, le api si caricano di miele e non attaccano più».

 

Adesso la loro camera da letto era di certo molto più grande della precedente. Di solito si addormentavano dandosi le spalle e lo spazio vuoto che restava tra loro era così grande da farci stare un’altra donna.

Da un po’ di tempo, Erri aveva preso a russare.

Olive dormiva male, con la faccia contratta, come se fosse in continuo sforzo. Spesso le capitava di svegliarsi e, se usciva da un sogno bello e profondo, il russare di Erri la ripiombava dov’era. Allora si voltava dalla sua parte e lo guardava restando tesa, il petto di lui faceva su e giù, come quando, all’inizio, stava sopra di lei, attento a non farle del male. Succedeva che a Olive venisse da piangere, perciò tornava a dargli le spalle, strofinandosi il naso con la manica del pigiama e riaddormentandosi esausta e con gli occhi pieni di muco.

Erri non ci pensava. Il pensiero di lei era diventato stantio, come se Olive fosse un pezzo di pane ammuffito e lui avesse paura di toccare una cosa andata a male. Andava a dormire prima di lei e si svestiva tenendo la luce della camera accesa. Si infilava il pigiama e si sedeva sul bordo del letto, guardando la parete di fronte per cinque, dieci minuti. Forse pensava che avrebbero dovuto imbiancarla e che stava cominciando a creparsi. Spegneva la luce, scivolando sotto le coperte e facendosi il segno della croce.

Olive arrivava a letto molto dopo perché si addormentava sul divano. Si trascinava fino alla camera, trovando Erri dormire a pancia in su e con le braccia conserte, e provando il fremito di volerlo svegliare e di farsi prendere. Oppure voleva gridare fortissimo: «Come puoi farmi questo?», e mettersi a piangere subito dopo, strattonandolo come un pupazzo e continuando a dire: «Svegliati, svegliati, tornerà il miele», baciandolo in fronte, dappertutto.

Un racconto di Sara Micello

Illustrazione di Maria Caruso

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