Alina

Qui alla piattaforma tutto è speciale. Noi siamo speciali. Le nursette ce lo dicono sempre, ci coprono di baci.

Le nursette non sono come noi; non sono ospiti. Non sono nate qui, non hanno nessuna mappa. Se ne possono andare, e alcune lo fanno. Quelle che piangono più spesso, di solito, restano solo poche settimane; meglio non affezionarsi.

Noi ci rimaniamo fino ai ventun anni. Ventuno giri del nostro pianeta, ventuno sbiancate che vediamo dagli oblò della piattaforma. Poi finalmente possiamo affrontare il mondo di fuori.

Qualcuno se ne va anche prima, però è raro. Io non vedevo l’ora, ma adesso che ho trovato Alina, non vorrei più andarmene. Eppure il cronologio corre, corre. Come il pianeta intorno a questo sole.

 

— Chiedi di restare di più, — mi dice un giorno.

Siamo a letto, tranquilli e rilassati, e lei rovina tutto con questa idea. Lo sa, che non si può restare di più.

— Lo sai, ci ritroveremo fuori, — dico io, stizzito. Non vorrei doverglielo ricordare sempre, fa male anche a me.

Lei rimane un poco zitta, come se la mia risposta non le bastasse.

— Sì, ma… così dovrò aspettare altri tre anni — dice infine, senza molta convinzione.

So che non è davvero quello, e non so cosa risponderle; mi vergogno del mio tono, le accarezzo l’ombelico. Dopo che abbiamo fatto l’amore mi piace disegnare un percorso col dito sulla sua pancia. Seguo i suoi contorni rossi. Alina la sua mappa ce l’ha su tutto il corpo, e un po’ anche in viso. La attraverso come un confine, mi immergo in lei. Seguo la cartografia delle sue anche, passo sulle natiche. La accarezzo sottile dove è ancora un po’ umida; Alina è la mia carta nautica, lei è la mia bussola. Almeno oggi, domani chissà.

La mia mappa è marrone, non rossa, ma in faccia non ce l’ho. Alcuni hanno più colori, altri soltanto uno; c’è chi ha sotto un’esplosione di venuzze rizomatiche, chi tanti puntini.  Alcuni di noi ce l’hanno dappertutto, ad altri nemmeno si nota. Rami, un ragazzo che stava in camera con me qualche anno fa, mi ha mostrato una volta la sua; era piccola come un dito, violacea, sotto alla sua pianta del piede. Poco ci mancava che Rami nemmeno fosse speciale.

 

A volte alla piattaforma atterra qualche esterno. Ci fanno spogliare, osservano le mappe. Fanno fotografie, prendono appunti. Mi accorgo di come ci guardano; quando i nostri occhi si incrociano l’angolo sotto alla palpebra gli si arriccia in una smorfia. Quando escono loro rimettono sempre le maschere, come fanno le nursette, ma a noi non le fanno indossare, per andare nel cortile interno.

Una volta ho chiesto alla mia nursetta di stanza perché a noi non servissero.

— Voi siete speciali, — aveva risposto soltanto. Sempre con quel velo di tristezza negli occhi, come per un po’ di gelosia. O compassione.

Poco prima di uscire aveva aggiunto, sussurrando:

— Voi siete le mappe del nostro mondo, così come non esiste più. Le mappe di quel mondo a cui dobbiamo tornare.

Non ho capito a cosa si riferisse, ma da quel momento con Alina abbiamo iniziato a chiamarle così. Le nostre mappe. Siamo le mappe del mondo. E Alina sì, lei è la mia.

 

Giovedì è il mio compleanno. Tra tre giorni uscirò. Ho cercato di ignorare la data sul cronologio della mia stanza, ma ora il pensiero è diventato insostenibile. Ascoltiamo musica, guardiamo il mare dalla nostra camera, facciamo l’amore più che possiamo, in ogni pausa che le nursette ci concedono. Ora sì, vorrei chiederlo, anche se so che non servirebbe. Di restare.

— Cosa farai quando sarai fuori?

— Non ne ho nessuna idea, come potrei? Farò quello che mi chiederanno di fare.

— Chiederai di tornare?

— Certo, se potrò.

Ci attacchiamo all’idea che nessuno sia mai tornato perché nessuno è come noi. Che fuori tutto sia così vero che non resta nemmeno il tempo per una visita alla piattaforma. E poi il viaggio è lungo. Così lungo che ti devono addormentare prima di partire. Questo mi fa molta paura. Alina mi rincuora, ma per qualche motivo mi sembra sempre che non ci provi fino in fondo.

Una nursetta mi ha detto che da dove viene lei è passato così tanto tempo che ormai sono tutti morti. Non avrebbe senso tornare. Eppure lei guarda il cielo ogni notte, perché la luce che arriva dal quadrante orientale è proprio quella di quando è partita lei.

 

Mercoledì saluto Alina. Le ho memorizzato un videolog che potrà riguardare dopo la mia partenza, glielo appoggio tra le mani. L’ho diviso in trentotto sezioni, una per ogni mese che le manca per arrivare da me.

— Pensi sempre al passato, al futuro. Non sei mai davvero nel presente.

Credo sia la rabbia, la tristezza di dovermi salutare, che parla per lei.

— Ti sbagli. Qui alla piattaforma c’è solo presente.

Piuttosto io mi sento senza storia; con un passato uguale in ogni giorno, e un futuro opaco, a noi ospiti non rimane che stare nell’istante, come equilibristi, stiliti con un piede solo su una colonna.

 

Giovedì. Non ho quasi nessun altro da salutare, oltre ad Alina. La mia nursetta, sì, giusto lei. Tiro su col naso, non posso nemmeno avere paura, come si fa ad avere paura di qualcosa che non sai cos’è?

— Ci rivediamo fuori, — mi supplica Alina con gli occhi, da dietro al vetro, mentre i due esterni mi accompagnano lungo il corridoio.

Mentre esco vorrei voltarmi, ma uno dei due mi tira, e l’ultima cosa che vedo è l’immagine di sbieco di Alina che si copre il viso. All’improvviso mi pare così fragile, mi sento così in colpa per non poterla più abbracciare.

 

Poi mi allacciano alla vasca, mi inseriscono l’ago e chiudono la cappa. Inizio a sentire freddo, e quel senso di bruciore che hai quando ti si intorpidiscono le mani. Sul cristallo si aprono migliaia di piccole crepe di ghiaccio, frattali che si abbracciano alle vene della retina mentre chiudo gli occhi, e per un secondo vedo un’ultima volta la mappa rossa di Alina.

 

Un racconto di Federico Zagni

Illustrazione di Michele Antolini

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