Scoperte tardive

– Non farlo! Lo sai che poi ti resta la cicatrice. Quante volte te l’ho detto!

Tante, pensò lei, ma quella sarebbe stata l’ultima. E comunque proprio non sopportava quelle piccole asperità sulla sua pelle liscia, era più forte di lei; per un po’ passò e ripassò il polpastrello sulla superficie ruvida, incerta, le sembrava di fargli uno sgarbo, ma poi non resistette e con un colpo secco dell’unghia staccò la piccola crosta. Una goccia di sangue brillò sul bianco della pelle.

Lui sospirò.

– Ecco! Aspetta, vado a prenderti lo spirito.

Lei stava per dirgli che sarebbe stata meglio l’acqua ossigenata ma poi pensò che l’alcol avrebbe bruciato sulla ferita e un po’ di dolore fisico le avrebbe fatto bene.

Lui tornò con il batuffolo rosa e bianco. La guardò sobbalzare al contatto con il liquido e si chiese come diavolo si erano messi in quella situazione. Era tornato per prendere dei libri che aveva dimenticato nel trasloco e, senza capire come, erano finiti a letto. Questo avrebbe complicato tutto e reso la cosa ancora più dolorosa. Penso che “doloroso” era la parola che di recente aveva più spesso associato alla storia con lei. E lo sarebbe stato a lungo.

Lei spostò il braccio per posare il batuffolo sul comodino e il movimento le scoprì il seno. Quando avvertì il suo sguardo, provò un desueto senso di pudore e si tirò su il lenzuolo.

Lui si accorse di guardare il suo corpo con un’attenzione diversa. Le indicò un segno sulla caviglia.

– Questa è una scottatura?

– Sì, la marmitta della moto di mio fratello. Avrò avuto sedici anni. Non l’avevi mai notata?

– No.

– In effetti ho tormentato a lungo anche questa ferita e mi è rimasto il segno. Però ci sono affezionata, mi ricorda lui.

– Ci andavi d’accordo? Me ne hai parlato raramente.

– Ero sua sorella minore.

Disse quelle parole con trasporto, ma si rese conto che non significavano granché. Doveva spiegarsi meglio. Stava per continuare a parlare, ma poi si fermò, e alla fine disse:

–Ma sarebbe inutile cominciare a parlartene ora, no?

– Già. – rispose lui.

Per un attimo tacquero, entrambi sopraffatti dal rimpianto. Lei si riprese per prima.

– Questa invece me la sono fatta con te, – disse indicando una piccolissima cicatrice di fianco alla bocca. Lui non aveva mai notato neanche quella. Proprio ora scopriva dettagli del suo corpo che in quegli anni insieme gli erano rimasti ignoti. Si chiese quante cose di lei non conoscesse.

– E quando?

– È stato quella volta che c’eravamo messi a fare l’amore sull’erba, nel parco a Monte Mario, ma come c’era venuto in mente? Nella fretta di rivestirmi mi sono graffiata con un rovo, un segno leggerissimo, però in tutti questi anni è rimasto lì.

Lui passò lievemente il dito sul segno quasi invisibile, come per imprimerlo nella memoria.

– Non ci avevo mai fatto caso.

Aveva un tono così triste che lei pensò si mettesse a piangere. Quando invece riprese a parlare, sembrava quasi allegro.

– Vediamo se sai come si chiama questa.

Aprì le mani stendendo le dita e indicò una fossetta che si era formata tra la base del pollice e il polso. Lei scosse la testa.

– Tabacchiera anatomica. Ci mettevano il tabacco quando era abitudine sniffarlo. Ce l’hai anche tu.

Lei fece lo stesso gesto, ma la sua mano era un po’ grassoccia e la fossetta si vedeva poco. Ci rimase un po’ male, e con tono di sfida disse:

– Allora vediamo se tu hai questo.

Gli prese un polpastrello e lo accompagnò lungo il suo dito medio della mano destra. Lui avvertì una piccola sporgenza.

– Si chiama il callo dello scrittore. Si è formato alle elementari, quando ho imparato a scrivere, e non è più andato via. Oramai sono tantissimi anni che uso poco la penna, ma lui rimane lì. È forse l’unica cosa del mio corpo di quella età che è rimasta uguale. Tutto il resto è cambiato, il tono della pelle, la durezza delle unghie, la voce; i capelli si sono allisciati e scuriti, gli occhi si sono allontanati, il naso e le orecchie sono cresciute; il viso e le gambe, le braccia, non c’è più nulla che sia rimasto lo stesso. Solo questo piccolo callo è rimasto uguale, le vestigia dell’infanzia.

Lui passò di nuovo il dito su quella piccola convessità, e pensò a lei bambina, per la prima volta da quando la conosceva, e fu preso da una tale tenerezza che affondò il viso tra i suoi capelli.

– Forse dovremmo andare –, disse lei.

– Sì –, rispose lui, ma nessuno dei due si mosse.

La guardò negli occhi e sorrise.

– C’è una cosa che so di te che neanche tu conosci. Lo sai che nell’iride dell’occhio sinistro hai un puntino nero, proprio vicino alla pupilla? Si vede bene quando c’è molta luce, ma è talmente piccolo che tu non puoi averlo visto nello specchio, non ti sei mai guardata così da vicino come ti guardo io a volte, quando siamo a letto vicini come adesso. Credo di essere l’unico a conoscere quella macchiolina. Ora la vedo benissimo, è appena più scura del resto, e non è proprio tonda, piuttosto ovale, e un po’ inclinata di lato. Quando ci siamo lasciati, l’anno scorso, e poi ci siamo rimessi insieme, l’ho cercato, quel puntolino che solo io conoscevo, e ritrovarlo mi è sembrato volesse dire che eri tornata davvero, e che eri la stessa, un po’ sciocco, no?

– No, per niente; perché non me l’hai mai detto?

– Non lo so. Ci sono tante cose che non ti ho mai detto. Ma è inutile dirtele ora, no?
– Già.

Un racconto di Fiorella Malchiodi Albedi

Illustrazione di Maria Sciannimanico

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