5:03

 

5:03

Andrea aveva guardato lo schermo luminoso del cellulare appoggiato sul materasso, proprio accanto al cuscino. Erano settimane che non riusciva a dormire un sonno continuo, si svegliava ogni ora, ogni due se gli andava bene, in uno stato di inquietudine e semicoscienza in cui gli risultava difficile distinguere tra immaginazione e realtà. Dapprima su un fianco, quasi raggomitolato su se stesso, ascoltava il silenzio, l’assenza di un altro respiro oltre al suo nella stanza. Poi si voltava dall’altro lato del letto per essere sicuro, assolutamente sicuro che lei se ne fosse andata. Allora si metteva supino e provava a richiudere gli occhi, che in genere restavano spalancati nel buio, sordi al suo ordine, insensibili al suo desiderio di spegnersi. Cominciava a immaginare il mondo che aveva perso, a vederlo scorrere sulle ombre grigie che le tende disegnavano sul soffitto.

 

5:04

Gli era venuta in mente la luce bianca e calda di quella mattina, incorniciata dalla finestra quadrata. Dopo la prima notte che erano stati insieme, che si erano toccati e appartenuti. Lei che lo guarda negli occhi, nella lama di luce che li colpisce. Gli accarezza il viso e le labbra, poi si alza e va verso il computer, nuda. Mette uno dei suoi brani preferiti, un’altra cosa in comune. Si volta e lo guarda ancora fisso negli occhi, torna a sdraiarsi accanto a lui, senza dire una parola. Gli sorride. Anche lui sorride.

Aveva trattenuto le lacrime, spingendole in fondo alla gola.

 

5:05

Ora la luce della strada, filtrata dalla piccola finestra sopra alla sua testa, creava nel buio un rettangolo un po’ più chiaro che partiva dal soffitto per spezzarsi contro la parete. L’unico respiro che colmava l’aria era corto e accelerato, Andrea non riusciva a riempire i polmoni. Un peso gli occupava lo spazio subito sotto allo sterno. Partiva dai bordi della gabbia toracica per estendersi a tutto l’intestino e risalire verso la gola.

 

5:06

Respira.

Aveva il fiato spezzato.

Con calma.

Aveva provato a convincersi.

Lento.

Aveva sentito il battito accelerargli nel petto.

Fino in fondo.

Andrea si era tolto di dosso il piumone e si era lanciato in bagno. Accesa la luce, si era guardato allo specchio. Aveva due occhiaie profonde e gli occhi troppo piccoli per essere davvero i suoi. Aveva aperto il rubinetto e raccolto l’acqua gelata tra le mani, si era bagnato il viso. Una prima, una seconda, una terza volta. Ne aveva raccolta ancora e l’aveva portata alla bocca per bere, ma un conato di vomito gli aveva invaso la gola costringendolo a sputare. Il freddo gli era penetrato nelle ossa, aveva spento la luce ed era tornato brancolando verso camera.

 

5:08

Sul soffitto si proiettavano cerchi colorati, un’impressione retinica delle lampadine della specchiera. Avevano continuato a muoversi senza sosta, da destra a sinistra, da sinistra a destra, a scatti, per diversi minuti, prima di sbiadire piano piano, lasciando spazio al rettangolo grigio spezzato, alleviando di poco la nausea. Forse ora sarebbe riuscito a riprendere sonno. La sveglia sarebbe suonata, si sarebbe alzato per andare al lavoro, come ogni giorno. Perché, poi? Il peso, però, era sempre lì, soffocante. Aveva i brividi.

 

5:15

Respira. Lento. Con calma. Fino in fondo.

Andrea si era portato le mani ghiacciate dove sentiva il peso crescere. Aveva scostato la maglietta per provare a toccarlo, ma la pelle ancora glielo impediva. Aveva sentito le sporgenze decise delle ultime costole, e lì sotto, subito lì, quella massa che non poteva afferrare e che avrebbe voluto strapparsi da dentro.

 

5:18

Basta. Andrea si era visto dall’alto, steso nel suo letto, solo, con le mani coprirsi gli occhi spalancati. Aveva scostato la coperta e si era alzato per andare in cucina. Aveva aperto il primo cassetto per prendere il coltello di acciaio, lama da 7 centimetri, nuovo, ben affilato.

 

5:24

Andrea era disteso sul letto, con la maglietta sollevata. Teneva il coltello nella mano destra, dritto sopra di sé, dove prima aveva premuto le proprie mani gelate.

Respira. Aveva inserito la lama proprio lì. Con calma. La punta aveva lacerato la pelle, da cui era cominciato a sgorgare un denso liquido nero. Lento. Andrea l’aveva affondata nella carne, a colpire quella massa, quel peso, ad attraversarlo, a trafiggerlo, e aveva continuato a premerla verso il basso. Fino in fondo. A tagliare via tutto, a togliere via tutto. Non era rimasto più niente, solo una macchia blu scuro sulle lenzuola blu scuro, e finalmente l’aria e il freddo che riuscivano a entrare, e la testa che diventava leggera, così leggera.

 

5:51

Andrea aveva guardato lo schermo luminoso del cellulare appoggiato sul materasso, proprio accanto al cuscino.

 

Un racconto di Daniela Moramarco

Illustrazione di Nora

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