Tutto il resto

Stavano là, nel vento forte del golfo di N. Quel vento Gina non se lo aspettava, e si stringeva nelle maniche del piumino. Si sarebbe aspettata una brezza, due foglie che volano, delle nuvole, un clima da cartolina. Tutto il resto era là, ed era perfetto. Gina lo aveva sognato mille volte: la sua ossessione quotidiana quando era al lavoro e il tempo non passava mai.

Erano andati al mercato, lei e Guido. Era successo un anno, un anno e mezzo prima. Sembravano parte di un unico, grande sorriso, pensava Gina, e si perdeva nella voglia di tracciare qualcosa intorno. Certo, qualcosa che sapesse di casa, pranzi la domenica, la passeggiata con il cane, un pupo da prendere in braccio, forse, se le resistenze di Guido si fossero abbassate. Il modo di scrollare le braccia, di ridere in quel suo modo nervoso, le aveva lasciato qualche speranza che magari, un giorno.

Intanto, tra le bancarelle del corso, si erano fermati davanti a una stampa. C’era il mare, che spuntava dal nulla, come fosse comparso in quel momento. C’erano le navi, impassibili. L’ultima, la più piccola, si allontanava in direzione del grande vulcano bianco. Ma i movimenti erano soltanto accennati. Non c’era bisogno di altro, c’era solo da star fermi a pensare.

Gina si era fermata, la mano a coprire la bocca, e girandosi aveva sorpreso Guido a fissare lo stesso quadro.

“Guido, ma esiste davvero un posto così?”

“Certo Gina, è il golfo di N. C’è scritto qui sopra”.

“Sarebbe meraviglioso” rispose lei, la faccia immersa nel colore. “Adesso compriamo il quadro e lo mettiamo in camera, sopra la televisione. Poi, appena possibile, appena troviamo un po’ di soldi e un po’ di tempo…”

Guido masticò qualche parola distratta, lo sguardo rivolto ora al cartellino del quadro ora alla cornice.

“Sarebbe meraviglioso, davvero” ripetè Gina, si strinse al braccio di Guido, gli occhi su quella nave, la più piccola. La voglia di andare lontano.

E lontano erano arrivati davvero, e sembrava impossibile con gli aerei da prenotare, gli alberghi dai nomi improbabili, le bizze di Guido che con tutte quelle magagne sarebbe quasi rimasto a casa, e lo diceva come fosse colpa di Gina, dei suoi sogni che non avevano previsto le noie della burocrazia. Ma finalmente erano lì, su una barchetta a motore che con un piccolo sovrapprezzo gli era stata messa a disposizione per tutta la sera. Gina aveva scattato un sacco di foto, e accarezzato il timone dopo averci giocato, ogni leva dei cambi, quasi materna. Era stata su altre barche, abitava comunque in una zona piena di laghi, ma nessuna era speciale come questa.

Guido, dopo qualche minuto di navigazione, aveva fermato la barca e si era seduto a prua, spalle al mare. Guardava qualcosa al telefono, anche se la connessione non c’era, non lì che erano fuori dall’Italia, fuori da tutto. Alle sue spalle si vedeva il grande vulcano bianco.

Gina prese un pacchetto di cracker dalla borsetta e ne gettò qualche pezzetto sbriciolato in mare. Cantò qualcosa di simile a una canzone, un motivetto strano. Guido le sorrise, le disse che era intonata come un gabbiano, e non ci fu più niente da dire.

Era una truffa, o qualcosa di molto simile. C’erano il mare, il vulcano, la barca. E non succedeva nulla. Nulla, almeno, di quello che Gina aveva immaginato.

Prese la bottiglietta d’acqua che aveva comprato prima di partire. Ne bevve un sorso così, tanto per fare qualcosa. “Ne vuoi un po’?” chiese, ma voleva dire tanto altro, spiegare che era un posto bellissimo e non era possibile fare così. Non era giusto. Guido rispose con un grugnito, voltò la testa di un poco verso di lei. “Si sta facendo freddo”, abbozzò, ma era una frase come un’altra.

Come si fa a capire il mare? Gina continuava a domandarselo e pensò che sarebbe stato bello fumarsi una sigaretta, farne brillare la punta nel buio che stava per arrivare. Ma lei non aveva mai provato, e forse nessuno glielo aveva mai proposto.

Guido si alzò e si mise accanto a Gina. Le mise un braccio intorno al collo, in quel suo modo goffo, e le diede un bacio sulla nuca. Erano gesti d’affetto, dopo tutto, gli stessi gesti a cui Gina si era abituata dai primi tempi, dai primi baci insieme. Mi vuole bene, sperò, mentre un brivido la scioglieva nell’abbraccio. Ma non è abbastanza, non può esserlo qui.

Doveva essere possibile apprezzare quella bellezza da soli, perdersi cadendo a picco su quel mare che era quasi un mondo, e adesso sembrava a malapena un vecchio involucro. Doveva ricordarsi della bellezza del mondo, che un giorno forse lo aveva fatto, ma era passato tanto tempo. Se lo voleva scrivere da qualche parte, perché in quel tempo faceva così, si scriveva propositi da rispettare e pensieri che giudicava importanti. Ma non aveva una penna, o un pezzo di carta. Era sola in quello stato d’inerzia, in quell’abbraccio che da qualche parte finiva con Guido. Guido che guardava nel vuoto, che forse non vedeva nulla.

Gina si aggrappò al suo braccio, in silenzio, coprendo la faccia nel suo petto. Non c’era più niente davanti ai suoi occhi.

 

Un racconto di Adriano Pugno

Illustrazione di Maria Sciannimanico

Un pensiero riguardo “Tutto il resto

  1. Incuriosita ma assolutamente fuori tempo massimo. Si può crescere ancora a 83 anni ? Penso di si ma non tanto da fare balzi in avanti …oltre tutto pericolosi. Va bene che mi piace rischiare ma se cado chi mi rialza? Voglio andare avanti ma con gradualità
    Che ne pensi? È possibile.????

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