Gli effetti speciali non erano granché

Mastico le cose perché nei miei denti, quando lo faccio, sembra passare la corrente.
E questa cosa, masticare oggetti a caso e spesso mani che provano ad accarezzarmi, è una delle critiche più feroci nei miei confronti. Ma quando lo faccio, masticare cose appunto, sento davvero qualcosa attraversare il mio corpo, una manifestazione, un’energia che mi riporta al terreno.
Sono ripetitivo e assuefatto da ciò che vedo, ma questo perché negli ultimi tempi vedo sempre le stesse cose, le stesse persone. Una volta non era così, una volta ogni giornata portava con sé qualcosa di sacro. Un’asse portata via dal vento, una palla arancione mai vista prima, nuovi denti affilati. Mi stanco facilmente e allo stesso tempo mi rendo conto di avere una dipendenza fulminea verso gli oggetti, sono capace di stare a fissare uno stesso punto per ore. Quindi credo sia vero, come ho sentito dire l’altro giorno mentre ero in cucina, che in fondo sono una creatura semplice.
Deve essere proprio vero, perché la mia unica valvola di sfogo ormai è diventata masticare le cose.
La parte che odio di più di questa casa è la camera da letto, e so che questa mia avversione è scaturita dal fatto che non mi lasciano mai entrare lì dentro. Forse anche per questo passo le mie giornate a osservare gli oggetti. Non ho stimoli, solo certezze, e delle certezze non me ne faccio niente. Non sono le certezze a tenermi incollato al terreno.
Quando mi hanno portato qui è stato il giorno peggiore della mia vita che, a sentire da quel che dicevano in cucina, mentre entrambi sorseggiavano il loro caffè con quelle faccette tonde e per niente simpatiche, sarà una vita piuttosto breve rispetto a quella che vivono loro. La cosa non mi preoccupa affatto. Anzi, da quando sono qui mi sento di dire che sarei più tranquillo là fuori all’addiaccio che in questa casa piena di cose che non posso nemmeno sfiorare, muri color uovo, odori che mi trafiggono la mente e che non riesco a spiegarmi.
Per me è sempre stata questione di complicità. Quando mi trovavo in gabbia e li vedevo passare, sapevo che non sarei stato scelto. A forza di sentir parlare la gente di fronte al mio muso avevo capito che questo non era, ecco, esattamente adorabile. Quindi mi rannicchiavo tutto, buttavo fuori le anche, mi rendevo piccolo e incapace. Ed ecco partire le esclamazioni e i piagnistei. Così andavano avanti, verso un’altra gabbia. È una fortuna che loro non siano mai riusciti a capire il perché agissi così, visto che la mia è una vera e propria fobia; tutti in fila mano nella mano, con le loro tasche piene di biscotti magari, o quelle facce giallognole sotto le luci impietose accanto alle gabbie, mi facevano proprio schifo. Fingermi ancora più brutto e bastardo ai loro occhi era la sola opzione che avessi per scacciarli.
Per uno come me non è una passeggiata rigettare ma se avessi potuto farlo a cuor leggero lo avrei fatto ben volentieri e non avrei neanche dovuto fingere. Piccoli, ingenui, pieni di pietà. Immaginavo che la vita che dovevano condurre dovesse essere di stenti ma soprattutto di un’infinita e colossale ricerca di prestigio. Qualcuno doveva aver dato loro l’ordine di strisciare su questa terra per provare compassione e nel provare a farlo in maniera sempre più efficiente si sono imbruttiti. Non avrei mai voluto andare via con uno di loro. Ma per uno come me, grosso e spigoloso, il pelo di un colore brutto come la corteccia vecchia, non c’erano grossi rischi.

Poi un giorno sono arrivati questi due che quasi facevano più schifo del solito e appena li ho visti, mano nella mano, mentre esalavano fiocchi di condensa dalle bocche dietro le sciarpe ho capito che due disgraziati del genere si sarebbero fermati proprio davanti alla mia gabbia. Non so, chiamatela sensazione, preveggenza. Credo semplicemente che fossero così brutti, l’incarnazione di tutte le mie paure più ataviche, la compassione, il rispetto, tutte macerie fasulle e incomprensibili persino a loro probabilmente, che era chiaro che si sarebbero portati a casa proprio me. Già mi prudevano le gengive e al tempo stesso già capivo che non sarei mai riuscito ad attaccarli davvero.
Ho abbandonato la mia gabbia ululando e ricordo poco del viaggio verso questo luogo.
Per tre giorni non sono riuscito a orientarmi e avevo paura che uno di quei due sudici esseri pieni di ego mi mettesse le mani addosso. Speravo che rinunciassero e che mi portassero indietro, che mi riconsegnassero alla mia gabbia.

Che questa monotonia mi maledica. Anche adesso fisso un angolo del muro e spero di vedervi comparire una cosa, qualsiasi cosa. Un oggetto nuovo, una forma incandescente.
Non uscirò mai più da qui.
Loro mi hanno mostrato ai loro amici, e se avessero avuto intenzione di lasciarmi andare non lo avrebbero mai fatto. Poi avrebbero dovuto giustificarsi.

Qualche sera fa erano entrambi sul divano, intrecciati, hanno bevuto molto e guardato un film pieno di rumori. Alla fine lui ha detto che gli effetti speciali non erano un granché. Ma cosa ne vogliono sapere di effetti speciali. Sono due pinnacoli di ossa e carne, due costruzioni che vanno avanti a forza di parole. Gli effetti speciali erano i temporali e la cautela che dovevo mantenere quando fuori era freddo e nella mia gabbia lo spazio si rimpiccioliva fino a farmi credere che non mi sarei più svegliato. Loro sono senza motivo e direzione. Si sopravvalutano, ci manderanno alla rovina, tutti quanti.
Pagherei oro per poter mordere uno di loro a fondo, poter sentire quanta corrente riesce a contenere il mio corpo. Ma non voglio toccarli.

Un racconto di Diletta Crudeli

Illustrazione di Maria Sciannimanico

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