L’elefante e l’eschimese

Gli abitanti del polo nord si abituano all’immobilità. Vorrebbero battere le mani e i piedi, tirare le braccia dentro il parka e frizionarsi le costole, ma il salmone artico o la foca che intendevano fiocinare scapperebbe.

 

Gianùk stava accanto a un buco nel ghiaccio come un pupazzo di neve impellicciato quando un elefante si issò dall’oceano, causando un ghiacciomoto. Pesci e foche schizzarono via.

 

L’elefante sbuffò, barrì, ruppe il ghiaccio e ricadde in acqua diverse volte prima di trovare uno strato abbastanza spesso da reggerlo. Si scosse come un cane, sbattendo oscenamente le orecchie e la proboscide.

 

Gianùk squadrò l’elefante fumante e issò la fiocina. La riabbassò. Le zanne del bestione erano l’avorio di una mandria di trichechi. Migliaia di punte di fiocina e coltelli per tagliare la neve gli danzarono davanti, beffeggiandolo.

 

“Wow,” disse Gianùk, quando tornò la quiete. “Non sapevo che gli elefanti nuotassero.”

 

“Oh, siamo nuotatori provetti,” disse l’elefante. “Ma non credevo di arrivare così lontano.”

 

“Da dove sei venuto?”

 

“Dall’Africa,” disse l’elefante.

 

“Com’è, lì? Fa caldo?”

 

“Sempre più caldo.”

 

“Sai, anche noi abbiamo questo problema. Il ghiaccio non si estende come quando ero piccolo, e come avrai notato, non è solido ai margini. C’è neve marcia dappertutto. Gli orsi polari sono disperati.” Anche Gianùk lo era, ma gli inuit evitano di usare la prima persona.

 

L’elefante non era indifferente ai problemi di Gianùk, ma stava guardando i ghiacciai in lontananza. Sembrava che si ritirassero. Il suo istinto di pachiderma gli disse che doveva raggiungerli.

 

“Qui invece c’è un bel fresco,” disse l’elefante. “Proprio quel che cercavo. Dalle mie parti stanno abbattendo la giungla e recintando la savana per creare pascoli per le mucche. Dovevo sloggiare di continuo, e senza gli alberi viene sempre più caldo. Quando giunsi alla Costa degli Scheletri, dove non esiste nemmeno l’ombra di un’ombra, mi buttai in acqua per rinfrescarmi, e proseguii.”

 

Gianùk era trasognato. “Quindi in Africa c’è calura, eh?”

 

“Persino un caldo boia.”

 

“E ci sono alberi.”

 

“Ne rimangono ancora parecchi, qua e là, ma… ”

 

“E mucche, hai detto?”

 

“Oh sì, sempre più mucche. Mi stanno antipatiche, ma non le invidio.”

 

Gianùk non lo ascoltava più. Le mucche erano bestie docili, facili da arpionare, non come i salmoni artici o le foche. In Africa, non si sarebbe dovuto trasformare in una statua di ghiaccio, pur stando all’erta per orsi polari famelici.

 

“Che bel silenzio,” disse l’elefante, girando di qua e di là la testona. “Scommetto che non si sente mai una sega a motore.”

 

“Ogni tanto passa una motoslitta,” disse Gianùk. “Fanno più o meno lo stesso rumore.”

 

La tramontana polare ululò. Un lupo artico rispose. Il paesaggio sembrava una sconfinata perla barocca. L’elefante sospirò. “Mi lascerò crescere il pelo. E visto che non ci sono altri elefanti a contendersi il territorio o le femmine – correggimi se sbaglio – le zanne mi diventeranno enormi.”

 

Il solo pensiero di tutto quell’avorio fece quasi impazzire Gianùk. “Raccontami dell’Africa,” disse. L’idea di un continente composto interamente da terra ferma lo riscaldò.

 

“Avresti dovuto sentire mio padre,” disse l’elefante. “Barriva dei tempi in cui ci si poteva avventurare per la savana per lune intere senza vedere altro che erba alta e alberi del fuoco. Gli acquitrini erano le nostre piazze. Le mandrie si scambiavano novità e stabilivano rapporti di amicizia senza pensare alla dominanza. Gli omini con le lance si nascondevano, al nostro passaggio. Non più.”

 

“Gli alberi. Raccontami degli alberi.” Gianùk aveva fatto una battuta di caccia nella tundra quando il ponte di ghiaccio era ancora solido. Aveva visto cespugli che fruttavano mirtilli rossi, bacche di nuvola, susine artiche, ribes della brina.

 

“Bisogna stare attenti: giaguari e pantere fanno la siesta all’ombra, in alto, dove passa un po’ di corrente. Se uno di loro ti si butta sul collo, son dolori, credimi.” Si girò, scostando l’orecchio per far vedere le cicatrici all’omino impellicciato.

 

Gianùk non guardava nemmeno. Sognava una pelliccia leopardata, o nera, nel caso della pantera. Tremò deliziato. In Africa non si sarebbe dovuto nemmeno mettere la pelliccia, se non se la sentiva. “Quanto vorrei arrampicarmi su un albero e cogliere la frutta.”

 

“A parte l’arrampicata, noi elefanti facciamo così. Le trattiamo male, le povere piante.” Si pentiva di aver divelto, calpestato e schiacciato tanti alberi. “Non lo farò più,” pensò.

 

“Una volta mangiai una banana,” disse Gianùk. “L’ho scambiata per due pellicce di foca col capitano di un icebreaker nucleare russo. Non se ne vedono più. Ma ti dirò: era deliziosa.”

 

“Le banane non sono male.” All’elefante erano venute a schifo. Si ricordò di sbronze di banane fermentate, e poi delle capanne di fango che aveva distrutto, degli omini terrorizzati che aveva pestato. Sospirò di nuovo quando pensò che non ne avrebbe mai più assaporate.

 

“Non troverai abbastanza da mangiare qui, grosso come sei,” disse Gianùk. “Anch’io sono dimagrito parecchio, ultimamente. Non posso aiutarti.”

 

“Me la caverò.”

 

“Come sono, le palme?”

 

L’elefante non ne aveva mai viste, ma volle rallegrare il buffo piccolo cacciatore in pelliccia. “Hai gusto,” disse. “Le palme sono graziose. Danzano nella brezza, fanno un fruscio che concilia il sonno, e il loro frutto è dolcissimo e nutriente.”

 

“Oh.” Gianùk chiuse gli occhi. Un grosso salmone artico sfrecciò sotto il ghiaccio sotto i suoi stivaletti mukluk.

 

“Non avete alberi qui.”

 

“Zero. Ma arrivano uccelli, e le balene passano tutti gli anni. Sono sempre meno però.” Gianùk sapeva che se mancavano balene, era anche colpa sua. Le sagre del grasso di balena erano solo un ricordo. Il sapore del lardo cetaceo gli sarebbe mancato, in Africa. A meno che la carne di ippopotamo fosse così deliziosa come aveva sentito.

 

L’elefante aveva incrociato balene mentre nuotava verso nord. Oltre a dargli indicazioni e incoraggiamento, si erano pure offerte di condividere il loro cibo. Però mangiavano solo roba microscopica, e poi l’elefante aveva rinunciato al mangiare perché le sue abitudini dietetiche erano distruttive dell’ambiente. Non quanto le abitudini di certe altre specie, ma pensava: se si vuole cambiare qualcosa, bisogna iniziare da se stessi. L’elefante si sentiva snello e tonico dopo la lunga nuotata.

 

Il ghiacciaio più vicino si sfaldò. Caddero blocchi di ghiaccio grossi come grattacieli di Manhattan, o portaerei nucleari. L’acqua diede loro una calda accoglienza, ruggendo approvazione.

 

L’elefante saltò quasi dalla pelle. Gli batterono le zanne. “È la fine del mondo,” pensò. “Sono arrivato troppo tardi. Non c’è posto per noi elefanti da nessuna parte.”

 

Gianùk sbadigliò. “Ho visto di peggio,” disse. “Addio iglù.” Gianùk poteva costruire un rifugio di neve in mezz’ora, se doveva, ma la neve edile scarseggiava. Era svilente tornare da una battuta di caccia e trovare squagliata la casa provvisoria e affondati in mare i pochi, essenziali averi. Ora portava tutto con sé nel kayak.

 

Il legno per la sottile imbarcazione era stato trascinato al polo nord lustri fa dalle correnti. Il bisnonno di Gianùk l’aveva piegato e piallato, aveva ricoperto il telaio con intestino di tricheco. Il kayak era la sua seconda pelle e le gambe, nell’acqua gelida che dava vita e morte. Gianùk non aveva mai imparato a nuotare. Non serviva a niente: se finivi in acqua, era questione di poco. Forse ora resistevi qualche minuto in più, ma non sembrava un miglioramento.

 

Vecchi eschimesi partivano in crociera su lastre di ghiaccio fluttuanti, quando avevano consumato i denti. Le loro mummie a galla sugli iceberg erano romantiche e dignitose. Ora gli anziani erano mangime per squali della Groenlandia.

 

Gianùk non aveva trovato moglie, né fatto figli. “Hai piccoli?” chiese all’elefante.

 

L’elefante si era ripreso dalla nostalgia. “Oh, certo, ne ho letteralmente a tonnellate. Avevo una mia propria mandria, sai.” Mentiva. L’esilio induce a inventare storie per sentirsi forti.

 

“Ho deciso di non riprodurmi,” disse Gianùk, ma non era vero. Chi sta da molto tempo nello stesso posto può raccontare ciò che vuole a chi arriva da fuori. “Sono un lupo solitario. Non ho responsabilità, non c’è nulla che mi trattenga. Sono padrone del tempo, vado e vengo come voglio.”

 

“Che bello,” disse l’elefante, anche se non gli sembrava.

 

“Banane,” disse Gianùk. “Noci di cocco. Palme coi datteri ovunque guardi. Allunghi la mano e prendi tutta la frutta che vuoi: l’Africa.”

 

“Certo,” disse l’elefante. “E puoi fare il bagno.” Non disse, stai attento ai coccodrilli e alle anguille elettriche.

 

Un lastrone di ghiaccio grande quanto uno stadio da pallacanestro passò loro regalmente accanto. Gianùk raccolse fiocina e lenze e le sistemò nel kayak. La barchetta forse gli sarebbe servita, in Africa. Carica, non pesava quasi nulla e oltre alla tuta di pelliccia era tutto ciò che aveva al mondo. Della quale non avrebbe avuto bisogno, in Africa. Avrebbe potuto scambiare tutto per un capannone di fango. Oppure avrebbe imparato a costruirselo da solo.

 

Non sapeva che per costruire abitazioni del genere ora ci volevano permessi ufficiali. I masai e i dinka erano diventati schizzinosi nei confronti di chi voleva trasferirsi nei loro kraal.

 

L’elefante avrebbe potuto avvertire Gianùk, ma non era sicuro cosa intendesse fare il piccoletto impellicciato, che comunque sembrava deciso. L’elefante voleva avere tutto per sé quello sfavillante mondo di ghiaccio, almeno per un po’.

 

Nemmeno Gianùk disse, “stai attento agli orsi polari. Sono cattivi, e maledettamente tenaci.” Buttò il kayak sull’iceberg, e vi saltò con grande agilità. Salutò l’elefante con la mano. Si tolse una muffola e puntò in alto verso nord. “Uh! Guarda! L’aurora borealis!”

 

Quei sipari di scintille sembravano fluttuare nella corrente di una musica celeste. Gli sarebbero mancati.

 

L’elefante guardò le luci del nord, di una bellezza aliena. “Allora è questo il richiamo che ho seguito,” pensò. “Me ne accorgo solo ora.”

 

L’elefante si diresse a passo lento verso quel bagliore dinamico. Avrebbe trovato la porta d’entrata dei ghiacciai. Si sarebbe unito ai suoi antenati pelosi, dalle zanne lunghissime.

Un racconto di Matthew Licht

Illustrazione di Alessia Arti

Un pensiero riguardo “L’elefante e l’eschimese

  1. Evoca fiabe colte, c’è una malinconia e una sottile vena di malizia da parte di entrambi i personaggi che tradisce la nostalgia di un passato narrato da altri ma vissuto nell’intimo di ognuno. Bello e struggente, con il ghiaccio che continua a sciogliersi…

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