Valente per Marasco

La terza cosa che è venuta a mancare

La prima cosa che è venuta a mancare è il sonno.
Mi faccio assegnare spesso il doppio turno, ultimamente. Faccio la notte, dormo quelle quattro ore nello stanzino dei medici e attacco con il turno successivo; con un po’ di fortuna, sono impegnata fino alle otto. Come stasera.
Mi danno trecento euro in più in busta paga, che certo fanno comodo; mi piacerebbe abitare più vicina all’ospedale, solo che a Paolo piace la nostra vecchia casa, perciò non è d’accordo.
La seconda cosa che è venuta a mancare è la solitudine. Tornare a casa e trovare solo buio e silenzio, non dover pensare a cucinare e a pulire, addormentarmi vestita sul divano; tutto questo non c’è più. C’è però Paolo, c’è il bambino, e non è per niente poco, no?
Accanto allo zerbino ci sono le sue scarpe sporche; le raccolgo con la punta delle dita e apro la porta d’ingresso, girando la chiave più lentamente possibile. Magari stanno già dormendo. Per sicurezza mi tolgo gli stivali anch’io.
Ma Paolo è seduto sulla poltroncina in salotto, ha in braccio il bambino, gli dà da mangiare. Fa ondeggiare la ciabatta sulla punta del piede.
“Hai fatto tardi”, mi dice. “Non abbastanza, comunque. È ancora sveglio”.
Mi tolgo la giacca, l’appendo.
“Preferivo il vecchio ciao amore, com’è andata al lavoro”.
Mi avvicino, do un bacio al bambino, Paolo sorride, si sporge e mi bacia sulle labbra.
Apro il frigorifero, è vuoto, apro il freezer. Per un po’ l’unico rumore che sento è il ciucciare del bambino, la sua boccuccia tonda schiocca a ogni sorso. Il lavandino è pieno di biberon e piatti sporchi.
“Com’è andata al lavoro?”
“Bene”.
“Ci sono stati casi interessanti?”
“Due appendiciti a rischio peritonite. Ustione causata da narcolessia”.
“Età del paziente?”
“Tre anni”.
“Cristo santo. Com’è successo?”
“S’è addormentata nel piatto di tortellini”.
“Chissà a cosa pensavano i genitori, povera cucciola. Ha già scolato il biberon, guarda”
“Vedo. Che bravo. E poi è venuto il controllore di Vicenza” gli dico. “L’hanno fatto vedere al Tg”.
Paolo s’è alzato, appoggia il biberon sul tavolo, prende il bambino con una mano sola e se lo incastra sulla spalla. Sposto il biberon, lo metto nel lavello e stendo la tovaglia.
“È arrivato con la mano sinistra ferita. C’era un sacco di sangue, l’ho ricucito io. Dava la colpa agli immigrati e invece s’era fatto male da solo”.
Paolo si avvicina al cassetto delle posate, tira fuori tre forchette e un coltello e li butta sulla tovaglia. “Perché uno dovrebbe accoltellarsi?”
“Non lo so. Perché è stanco, forse”.
Metto a posto una forchetta e la sostituisco con un coltello.
“Allora io che dovrei fare? Accoltellare tutti?”
“Era solo un pensiero”.
“Sarai stata brava, come sempre. Moni, sai che stavo pensando?” Paolo prende a baciarmi il collo. Annuso i suoi capelli e non hanno odore.
Glielo stavo già prendendo in mano.
“Pensavo che oggi potresti fargli il bagno. È tranquillo. A te non sembra tranquillo?” Un rivolo di latte sporca bavaglio e tutina in una scia bianca e bavosa. Lui non lo nota.
Se non avessi lavorato venti ore di fila, se fossi riuscita a fare almeno mezzora di pausa in tutta la giornata, se avessi mangiato, se fossi riuscita almeno ad andare una volta a pisciare, invece di tenermela tutto il giorno che poi la cistite me la becco di sicuro, se avessi indossato le scarpe da ginnastica invece di quelle suole ortopediche scomode da morire, probabilmente non sarei caduta in uno dei suoi trucchetti colpevoli; ma ho sonno, perciò rispondo come farei se con mio marito potessi essere sempre sincera.
“Prima deve digerire. E poi probabilmente farà la cacca”.
Lui fa un sospiro profondo. Rotea gli occhi, la testa, sbuffa. I suoi ricci neri saltano, si agitano, sembrano serpenti.
“Hai ragione Moni, cagherà. E poi cagherà ancora. E poi lo farà ancora. Tanto vale non lavarlo mai, no?”
“Paolo…” Non mi lascia finire, ma tanto non saprei che dirgli se non hai ragione però ti prego stai zitto.
“Il pannolino a cosa serve? Togliamoglielo. Tanto lo sporcherà”.
Comincia a sbottonare la tutina. Il bambino fa un versetto e lo guarda, dolce e tonto.
“Sei ingiusto e anche stronzo”
“Scusa, è che mi sono scordato come si parla con le altre persone”
“Assumiamo una tata”
“O magari ti decidi a fare un po’ la tua parte”.
Lo so che lo fa solo perché vuole farmi male e per nessunissima altra ragione, ma stasera non ho voglia di dargli soddisfazione.
“Vado a preparargli il bagno”.
“Glielo faccio io, stai tranquilla. Non è che se rimandiamo di un’altra sera cambia qualcosa”.
Paolo mi dà le spalle, il bambino mi fissa e fa le bolle.

Se è sdraiato e dorme, non ho alcun problema a toccarlo. Posso sfiorargli la testa, il naso, posso accarezzargli la guancia. Posso rimettergli in bocca il ciuccio pure se so che gli storterà i denti. Posso toccargli l’ombelico, insinuarmi sotto la tuta e infilare il dito dentro la nostra cicatrice in comune. Da seduta penso che potrei prenderlo in braccio, ma da sola non me la sento e se c’è Paolo non voglio. Non posso fargli il bagno perché ho paura di affogarlo, ma mi sembra un atto di buonsenso.
Il mangiare glielo do io: posso staccarmi i capezzoli a forza di usare il tiralatte, e posso metterci il ghiaccio quando finisco. Posso accettare di essere trattata come una mucca, di medicarmi da sola, di leccarmi le crosticine e le pustolette. A volte, mentre il tiralatte mi strizza i capezzoli, mimetizzo il suono del robottino muggendo.
Non posso occuparmi della casa e della spesa, ma posso portare a casa uno stipendio sufficiente per ordinare la cena d’asporto tutte le sere.
Posso trattenere la pipì per nove ore durante un intervento, posso cucire con ago e filo ferite superficiali senza quasi che il paziente se ne accorga, posso lavorare davvero venti ore al giorno e poi tornare a casa e non lamentarmi della casa in disordine, dello sterilizzatore mai utilizzato, delle puzze di neonato.
Riesco anch’io a non accoltellare nessuno.

Busso alla porta del bagno prima di entrare, perché Paolo ci tiene; il rumore dell’acqua che riempie la vasca è forte, ma dolcissimo, al punto che verrebbe quasi da addormentarsi.
Gli chiedo se va bene la pizza per cena. Ha gli occhi socchiusi, un po’ bagnati, mi dice che per lui è tutto uguale. Vorrei avvicinarmi e accarezzargli la guancia, baciargli via le lacrime, stringerlo al mio seno; ma poi mi accorgo che Paolo non ha il bambino in braccio, che non è sul fasciatoio, che la vasca è piena di schiuma.
Mi rendo conto solo ora del fatto che non dormo da sessantasei giorni, ma non sono l’unica.
Nella vasca non c’è nulla; lo cerco nella culla in camera nostra, di corsa, e ci trovo un mucchio di panni appallottolati, mi fiondo in bagno e nella cesta della biancheria, vuota, e infine nell’oblò trasparente, e solo quando apro lo sportello e le urla disperate del bambino si liberano nell’aria, Paolo si sveglia, cerca il bambino ma me lo tengo stretto al cuore, Paolo urla che è colpa mia.
Il bambino è tutto pisciato. Mi viene in mente che dovrebbe essere pulito e profumato e mi metto a ridere, tanto, ma tanto, che le parole di Paolo non sono altro che rimbalzi, come la testa del bambino sul mio seno, e rido ancora, lo bacio, mi rimangio il pianto e rido.
Il pianto deve averlo sfinito. Il bambino dorme quasi tutta la notte, con le dita uncinate alla mia tetta, e io dormo con lui.
La terza cosa che è venuta a mancare è Paolo. Ma credo che, se non altro, avrà ricominciato a dormire bene.

Illustrazione di Sara Valente

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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