Il cane mangiava solo farfalle

La verità è che non ho voglia di raccontarla.

Nemmeno mio padre lo faceva spesso.

Mio padre dicevano tutti che era muto come una tomba.

Io Alex non sapevo cosa voleva dire una tomba.

 

Immergo il retino ammaccato di un colino da tè nell’ampolla. Il motivo è pescare il pesciolino rosso. I tentativi sono due. Di lì a poco il pesciolino rosso giace sul palmo di una mano e quel palmo si chiude in un pugno. Dentro il pugno chiuso il pesciolino rosso si dimena. Il pungo chiuso avanza davanti al corpo – nel breve tragitto dal bagno alla cucina – e dentro al pungo chiuso sempre il pesciolino rosso si dimena.

 

La prima cosa che ho imparato: sapessi o no cosa volevano dire le cose accadevano incessantemente. Cose che spesso io Alex mi ritrovavo a scrivere; senza un motivo se non quello di scriverle. Ma quando poi le rileggevo allora non sembravano accadute mai.

 

Nella cucina l’altra mano raggiunge una manopola, la stringe. La manopola gira in senso orario e subito l’acqua scorre dal becco di un rubinetto d’acciaio. L’acqua è limpida e fredda, riempie la metà di un bicchiere che in principio era un vasetto di Nutella. Sul ripiano della cucina, sotto al pugno chiuso, sta il bicchiere mezzo pieno. Il pugno pigramente si dischiude e il pesciolino rosso riappare boccheggiante sul palmo della mano che si capovolge. Di lì a poco entrambe le mani sono vuote, il pesciolino rosso fa un tuffo nel bicchiere mezzo pieno d’acqua e in un istante del pesciolino rosso stesso.

 

Per esempio un giorno il cane della vicina si è ammalato.

Ricordo il nome della malattia perché ha un bel suono:

Osteosarcoma.

Quello del cane invece l’ho dimenticato.

A volte penso dimenticare è la cosa migliore che possa capitarmi.

 

Adesso lo so, una malattia è l’alterazione di qualcosa che accade. Alcune malattie sono reversibili, altre ancora permanenti. Permanente è quando una cosa accade per sempre. Per esempio a lui il cane hanno dovuto amputare una zampa, di quelle posteriori.

 

Il pesciolino rosso ha un’infezione alla vescica natatoria. Qualsiasi cosa voglia dire il pesciolino rosso nuota in cerchio a pancia all’aria nel bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere viene afferrato dalle mani e alzato dal ripiano della cucina. Le mani trasportano il bicchiere contenente l’acqua e il pesciolino rosso davanti al microonde. Una mano si stacca dal bicchiere. La mano preme un tasto, lo sportello si apre. L’altra mano inserisce il bicchiere all’interno dell’elettrodomestico. Le mani adesso sono nuovamente vuote e il pesciolino rosso è dentro al microonde, nel bicchiere mezzo pieno d’acqua e del pesciolino rosso stesso.

 

Ero in cortile quando il cane della vicina è tornato dal veterinario. Zoppicava, il pelo rasato a zero intorno al moncherino fasciato, sul bendaggio croste di sangue rappreso; sembrava un giocattolo rotto, di quelli conservati per nostalgia. Io Alex non l’ho riconosciuto subito. Quel cane a tre zampe era lo stesso di prima, ma anche un altro cane.

 

Lo sportello del microonde viene richiuso dalla mano. L’interno è buio, il pesciolino rosso – un’ombra piccola – gravita dentro al bicchiere, al di là del vetro dello sportello del microonde.

 

Lui mio padre mi ha detto la memoria dei pesci rossi può essere definita selettiva; vale a dire i pesci rossi hanno una qualche coscienza di ciò che accade o è accaduto in precedenza, ma non sanno esattamente di cosa si tratta. Per esempio, se tu Alex gli dai da mangiare in una ora particolare del giorno, allora quello se lo ricordano.

 

Niente di più. Un’intera esistenza dedicata a questo.

La memoria dei cani invece è diversa, più simile alla nostra, più consona al dolore.

 

Ricordo una volta ho chiesto a mio padre secondo te il cane guarirà.

Mio padre l’ha guardato severo. È rimasto per un po’ così a fissare il cane che inseguiva goffamente qualcosa; dopo ha scosso più volte la testa e – a nessuno in particolare – ha detto che importa, non avrebbe fatto alcuna differenza.

Allora ho chiesto perché papà.

Lui mio padre si è voltato, ha detto adesso vai a giocare Alex.

Dove i bambini giocano, lì accadono le cose.

 

La luce si accende e il piatto comincia a girare. Di lì a poco il pesciolino rosso bolle vivo all’interno del bicchiere d’acqua, dentro il microonde acceso. Io Alex torno in bagno, mi siedo sulla tavoletta e bevo a canna dalla bottiglia di sciroppo per la tosse guardando l’ampolla vuota.

 

Quel cane è vissuto ancora qualche anno dopo l’intervento. Dopo l’hanno seppellito in giardino. Ricordo che al cane ho portato dei fiori, perché mi hanno detto si fa così quando qualcuno muore e va sottoterra. Credo perché le cose morte vanno nascoste; così come i cani seppelliscono le ossa. Occorre occultare la morte con la bellezza delle cose. La bellezza dei fiori e della terra.

 

Io Alex mio padre non so dov’è sepolto.

Mio padre è morto senza i miei fiori.

 

La prima volta che ho visto una tomba era quella del cane di cui non ricordo il nome.

Mentre poggiavo i fiori sul letto di terra ho chiesto a qualcuno perché il cane si è ammalato, e quel qualcuno ha risposto succede così, Alex.

Allora io ho insistito sì ma perché.

E quel qualcuno sempre ha risposto il cane mangiava solo farfalle.

  

La differenza tra un uomo che muore e un animale che muore è l’uomo lascia indietro delle cose per essere ricordato.

Lui mio padre ha lasciato il suo diario, e il diario inizia in questo modo:

La verità è che non ho voglia di raccontarla.

Seguono diverse pagine bianche.

Allora ho capito cosa dicevano tutti.

Quel silenzio: mio padre era così.

 

Una mano alza il sedile del water, l’altra svuota il bicchiere contenete l’acqua bollente e il cadavere del pesciolino rosso nel vaso. Io Alex premo il tasto di scarico e un getto d’acqua porta via la minuta carcassa. Di lì a poco non accade più nulla. Di lì a poco non provo dolore. Ma dal fondo di un bicchiere vuoto – che poi è l’occhio aperto del mondo – può sembrare che stia piangendo.

 

Un racconto di Lorenzo Marvica

Illustrazione di Nora

 

 

 

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