Arti-Eva Luna Mascolino- Narrandom

Una perdita di tempo

Alla nonna avevano regalato un orologio digitale. Così non ti sforzi a leggere, le avevano spiegato. Si vede anche al buio, se ti svegli di notte, e ti fa pure da sveglia. Puoi sapere che giorno è oggi, puoi mettere un timer quando cali la pasta e, soprattutto, non devi stare lì a contare: a interpretare il tempo ci pensa lui, tu dovrai solo guardarlo.

La nonna lo aveva scartato e se l’era rigirato fra i nodi delle mani. Il cinturino non è di pelle, aveva osservato. Con questa frase voleva dire anche altre cose, fra cui: non assomiglia all’orologio del nonno, non è morbido da accarezzare e potrebbe provocarmi un’allergia.

Allora le avevano risposto che era in silicone – un materiale anallergico, che in qualche settimana si sarebbe abituata a quella consistenza grigio fumo, e che gli orologi vecchio stile non andavano più di moda. Erano vecchi, per l’appunto.

Bisognava adattarsi, stare al passo con i tempi – e pure con il tempo. Per riuscirci serviva un orologio digitale col display retroilluminato, anche se la nonna non conosceva il significato di quelle parole e aveva appena compiuto ottant’anni.

Qualcosa me ne farò, ne concluse. Un po’ perché non voleva deludere la sua famiglia, un po’ perché non voleva essere refrattaria alle novità. Le piaceva intrufolarsi nei vicoli della tecnologia, spiarla con i suoi occhiali spessi e provare a immaginare dove stesse portando l’umanità. Ci capiva poco, naturalmente, ma si sforzava tanto.

Anni prima aveva giocato al flipper, per dirne una, e aveva a casa una macchinetta per il caffè, un allarme antifurto, una TV a cristalli liquidi e un climatizzatore. Non confondeva mai i telecomandi e i tasti da premere, ed era indipendente anche nel programmare lavatrice e lavastoviglie. Utilizzare un orologio digitale non sarebbe stato poi un dramma.

Almeno, così pensava. Quando gli altri erano andati via, però, la nonna aveva preso a smanettare con il regalo, nella speranza di familiarizzare con l’impostazione della sveglia. Quella sì che le sarebbe tornata utile, dato che le batterie dell’orologio da comodino si consumavano sempre troppo in fretta e in momenti poco adatti. Alla vigilia di Ognissanti, per esempio, quando lei aveva appuntamento con le amiche per andare al cimitero, o la domenica mattina nel periodo della Quaresima.

Mentre studiava i numeri lampeggiare e cambiare di continuo, si stizzì un poco. Non tanto perché il meccanismo fosse meno intuitivo di quanto si sarebbe aspettata, quanto perché osservò una strana anomalia nel suo nuovo gadget, una malformazione legata al tempo. Se, nel quadrante a cui era abituata da una vita, il tempo era tutto presente lì, racchiuso in un cerchio immaginario da cui non poteva sgocciolare via, qui il tempo era praticamente invisibile.

Le lancette non lo accarezzavano, la batteria non lo alimentava, il cinturino non lo braccava più. Non c’era più, al polso, il tempo. E questa era già di per sé una constatazione traumatica, a cui peraltro ne seguì una ancora peggiore. Per via di quel marchingegno, infatti, il tempo non solo era sparito, ma aveva perfino smesso di scorrere. Prima la nonna lo vedeva stiracchiarsi come un gatto, nel tentativo della lancetta dei minuti di spostarlo un po’ più in là. Era testimone oculare di un perenne passaggio di stato, impietoso e precisissimo.

E adesso? Il tempo, impalpabile com’era diventato, adesso saltellava. Scompariva un numero e appariva il successivo. Non c’era nessun processo, nessun alternarsi delle coordinate spaziali dentro a quelle temporali: il tempo sembrava diventato un amante capriccioso – anzi, un nipote su WhatsApp che comunicava a intervalli impossibili da calcolare e le cui parole apparivano dal nulla sullo schermo. Come per magia, o come per inganno.

Per la nonna era troppo. Poteva accettare altri tipi di display, altri ragionamenti, altre mentalità alla base dei pulsanti dai quali si faceva assistere nel ménage giornaliero. La sua idea di tempo, tuttavia, non aveva intenzione di sacrificarla all’altare della modernità. Gli si era affezionata, ormai, e riteneva giusto custodirlo per come lo aveva conosciuto: un compagno fedele, non un dongiovanni pronto a dileguarsi alla prima occasione.

Perciò, prese lo smartphone che le avevano regalato due compleanni prima e lo sfiorò in corrispondenza dell’icona di Amazon. La figlia le aveva detto di averlo acquistato online proprio in quel gigantesco mercato internazionale, al cui circuito avevano finito per fare iscrivere pure lei. Così puoi lasciare una recensione quando ti ordiniamo qualcosa che ti piace, avevano aggiunto.

Lei lo aveva fatto spesso, in effetti, tanto con il Bimby quanto con l’amplificatore Bluetooth. Sempre poche parole di elogio, con la punteggiatura al posto giusto e cinque stelle su cinque al prodotto. Stavolta, invece, aveva digitato con foga:

Imballaggio buono e prodotto come da descrizione, anche se mi rifiuto di servirmene e ne sconsiglio l’acquisto: è, letteralmente, una perdita di tempo. E noi ne abbiamo già così poco che dovremmo evitare di ricorrere pure a certi stratagemmi ai limiti del diabolico.

1/5 stelle.

Inviare? Sì.

 

Un racconto di Eva Luna Mascolino

Illustrazione di Alessia Arti

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