Chirilli_Consogno

Condanna

A trent’anni ho appena finito di girare il mio trentesimo film. “Viaggio al centro di Marcella” si chiama. Prima ci sono stati “Ani ruggenti”, “La dolce fica”, “Non aprite quella sorca”, “Cavalcata con le valchirie” e tanti altri. Tutto è cominciato per caso. Volevo fare l’attore di cinema, di cinema vero, o di teatro, mi immaginavo come un divo di Hollywood, ma nella mia persona scala verso il successo qualcuno aveva dimenticato di montare i pioli. Per pagarmi la scuola di recitazione ho tentato qualsiasi lavoro. Ho fatto il lavapiatti, ho consegnato le pizze a domicilio, ho pulito i cessi di un cinema. Quello forse è stato l’impiego migliore. Mi pagavano una miseria, è vero, e me ne tornavo a casa con la nausea che per farla passare ci voleva una tazza di whisky. Prendevo la bottiglia che mio padre teneva affianco al divano. Quello dormiva, io la svuotavo e poi allungavo ciò che rimaneva con l’acqua. Facevo una cosa buona per me e, in fondo, una buona pure per lui. Comunque quel lavoro mi piaceva. Amavo l’odore dei popcorn, rimanevo ore ad annusare le poltroncine, collezionavo i biglietti strappati dei film storici. E a fine giornata mi lasciavano vedere un film gratis. Quanti ne ho visti. I film mi piacciono tutti. Mi piacciono le commedie, i drammi, i thriller, i film storici, le biografie, i film dei supereroi. Tutti, insomma. Ma il mio preferito è C’era una volta in America. Mi ricordo che quando hanno fatto la versione restaurata e integrale alla multisala dove lavoravo me lo sono visto due volte di seguito senza staccare. Per otto ore non ho pisciato, non ho mangiato, non ho bevuto. Alla fine non mi hanno pagato la giornata, ma ero felice, anche se non quanto quella sera che, su un volantino abbandonato in sala, lessi del provino. D’altronde, quando ti senti un rifiuto e la spazzatura ti manda un segnale, ignorarlo è una colpa imperdonabile.

Dovevano girare un lungometraggio drammatico e cercavano attori senza troppe pretese economiche. Mi licenziai la settimana prima della data stabilita e studiai per tutti i giorni successivi, pure la notte. Preparai un monologo di Shakespeare tratto dal “Riccardo III”. “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tutte le nuvole che incombevano minacciose sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo dell’oceano”. Bellissimo. L’appuntamento era alle nove, ma io la mattina alle sette già stavo fuori all’appartamento di Via Foria dove si sarebbe tenuto il provino. Alle nove in punto premetti il pulsante del citofono. “No words entertainment”.

“Terzo piano” rispose una voce cavernosa. “La porta a destra dell’ascensore”, soggiunse. Sulle scale eravamo in tre. Oltre a me c’erano un tipo pelato sulla trentina con dei bicipiti grandi come la mia testa e un adolescente con degli occhialini neri e le lenti spesse come un culo di bottiglia. Suonammo al campanello. Dopo pochi secondi la porta si spalancò e due tette enormi strizzate in un corpetto fluorescente ci si pararono davanti. Sopra quei seni prodigiosi una voce ci invitò con pudicizia ad accomodarci: “Assettatv’ uagliù, mo verimm’ che sapit fa”. Ci sedemmo su delle poltroncine un po’ lise e lerce, ma tutto sommato comode. La gentile signorina, dalla stanza adiacente dove si era prontamente rintanata, urlò: “Gargiulo Michele! Tocca a te!”. Il collega erculeo mi fece un occhiolino, si stiracchiò e corse dentro. Guardai l’altro attore che era rimasto con me in sala d’attesa con fare interrogativo. C’era qualcosa in quella situazione che non mi convinceva. Non era l’appartamento, non erano quelle poltroncine vintage e neppure le dimensioni artificiali della ragazza che ci aveva cordialmente accolti. C’era qualcosa di sospetto, ma non capivo ancora cosa.

“Che parte fai tu?”, proruppe all’improvviso il mio vicino.

“Io porto il Riccardo III”. Risposi altezzoso e sicuro di me.

“Non lo conosco, mi spiace. Io faccio Clark Kent. Gli occhiali sono per finta. Quando mi levo il travestimento da fesso poi divento Superman”. E terminò ammiccando con un ghigno in cerca di complicità, come a sottolineare un sottinteso che francamente non colsi.

“Certo io sono più classico, ma pure i film tratti dai fumetti mi piacciono. Dipende da che scuola di recitazione cercano”, mi limitai a rispondere, ricevendo di rimando un’espressione sbigottita.

Dopo una mezz’ora la porta della stanza accanto si aprì e il sosia di Mastro Lindo ne uscì madido di sudore e con i vestiti stropicciati. “Le faremo sapere”, gli sussurrò nell’orecchio la pettoruta signorina. Quello, ansimando e senza proferire parola, uscì dall’appartamento tenendosi l’anca con la mano destra.

“Di Gennaro Tan… che ca… Tancredi! È il tuo turno, fai presto”.

Mi sollevai dalla poltrona e varcai la soglia della stanza dei provini con un sorriso enorme stampato sulla faccia. Ero emozionato, il mio primo provino. Il mio primo film”.

“Che cazzo ridi Di Gennà?”, mi freddò da dietro a una scrivania una voce che apparteneva a un anziano signore con occhiali da sole e camicia hawaiana. “Ma che cazzo di nome tieni?”, protestò vibratamente.

“A mio madre piaceva il Gattopar…”, non riuscii a terminare la frase. La caricatura partenopea di Hugh Hefner mi interruppe bruscamente: “Vabbuò, non me ne fotte niente. Fammi vedere che sai fa’”.

Mi ripresi senza esitazione dal momento di disorientamento e attaccai con voce profonda e calma: “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di…”.

“Di Genààà! Ma che cazzo fai? Ma si scem?”, esplose come un vulcano Hugh. “Ti devi spogliare. Poi al resto ci pensa Elena”, disse sorridendo verso la segretaria fluorescente che, accanto a lui, masticava con finezza una caramella, mostrandola con ostentazione, lasciando con magnanimità che potessi goderne con gli occhi.

“Scusate, ma qui non cercate il personaggio maschile per il remake italiano di Colazione da Tiffany?”, tentai l’ultima resistenza con le poche forze nervose che mi erano rimaste.

Da dietro la scrivania partirono due risate che mi investirono come un treno in corsa. “Colazione? Chist è strunz, Elena” sospirò il vecchio. Poi si fece serio all’improvviso, mi scrutò attentamente e ruggì: “Senti bello, qua non teniamo tempo da perdere. La vuoi fare questa cazzo di parte in Eiaculazione da Tiffany o te ne vai a fanculo adesso?”.

D’un tratto tutto mi fu chiaro. Non so dire precisamente cosa accadde. Forse pensai al fatto che avevo lasciato il lavoro e che al cinema non mi riprendevano più oppure a mio padre che non abbandonava il divano da due anni. Magari semplicemente mi persuasi in quel momento che come attore, attore vero intendo, non avrei mai avuto un futuro. Aogni modo, misi su una faccia seria, tirai giù la cerniera dei jeans e lasciai che cadessero da soli alle caviglie. Lo stesso feci con gli slip.

L’anziano produttore adagiò gli occhiali da sole sulla scrivania, rivelando due occhi scuri come una tempesta, e fischiò. Quella che da poco avevo scoperto chiamarsi Elena, invece, spalancò la bocca. Un alito di menta e anice mi fece vacillare. Infine, non riuscì a trattenere l’entusiasmo: “Tancrò. Trancè. Vabbuò, Di Gennà. Quel cazzo sarà la tua benedizione”. Sorrisi compiaciuto, ma dentro di me serbavo il convincimento lucido e rassegnato che quel cazzo sarebbe stato la mia condanna.

E lo è stato. Da dieci anni, come un operaio che ogni mattina raggiunge il cantiere con gli attrezzi del mestiere, il sottoscritto, Tancredi Di Gennaro, meglio noto nell’ambiente come Riccardo 30, timbra il cartellino presso l‘industria del sesso, ufficio intrattenimento cinematografico. Quanto sudore versato. Quanti gemiti soffocati. Quanti amori dissolti nel nulla. Non esistono ferie né permessi per malattia per noi eredi di Priapo. A Napoli si dice che “’o cazz’ non vo’ pensier”; evidentemente neppure l’influenza.

A volte, però, come oggi, riesco a evadere, a eludere la sorveglianza del mio Cerbero, la mitologica mangiatrice di uomini e chewing gum. Così raggiungo il teatro che, solitario, si erge nella piazza di fronte alle mie prigioni. Spengo il cellulare, punto il faro al centro del palco e, trionfante nel cono luminoso, recito il mio inno alla vita e alla libertà: “Ora l’inverno del nostro scontento è reso estate gloriosa da questo sole di York, e tut…”.

“Di Gennààà! Ma chi ti credi di essere? Alain Delon? Torn a faticà!”.

Mi hanno trovato anche stavolta. Domani me lo taglio.

Un racconto di Nicola Chirilli

Illustrazione di Federica Consogno

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