Bianco

Aveva una moglie bellissima. Se ne ricordò un attimo dopo aver finito di accatastarne le ossa all’angolo dietro il tavolo di mogano.

Le nocche erano state poi immerse lentamente nella botte colma di grasso di maiale lasciato a macerare mesi prima. Per portare quel pesante barile nella sua mansarda c’erano volute ore di spinte e sollevamenti: lo posava sul primo gradino, poi sul secondo, poi sul quinto e sul sesto. Su, in alto, fino alla porta di ferro chiusa a tre mandate.

“Nessun dolore” ripeteva una vecchia canzone alla radio mentre le mani dell’uomo colavano sporco ovunque sul pavimento.

Voleva sposarsi e farlo in fretta e senza troppi complimenti.

Passò il pollice ancora macchiato di nero su un teschio ben posizionato sulla terza libreria a destra, tra Sofocle e le sue riviste di Playboy.

Sulla fronte lattea dell’osso rimase una macchia e subito un’altra. Due linee nere parallele come le pitture facciali degli indiani d’America. L’uomo non si scompose. Si avvicinò alla porta e prima di chiudersela alle spalle per scendere al piano inferiore si fermò sul primo gradino e contemplò l’ordine e il caos di quella stanza. Il posto perfetto in un mondo imperfetto, pensò. Poi uscì a caccia.

Morena aveva ventotto anni, gli occhi chiari e la pelle olivastra. Capelli lunghi, scuri e lisci che ad accarezzarli sembrava di scorrere i polpastrelli sulle lame dei pattini per ghiaccio. L’uomo l’aveva conosciuta al bar della carambola settimanale. Serviva ai tavoli e non parlava una parola di italiano. Passava intorno alla gente silenziosa come uno spettro, quasi sperasse di essere invisibile agli occhi dei clienti.

Lui l’aveva notata. L’aveva convinta a uscire insieme con i suoi modi da prestigiatore, rose dal cilindro e parole ammalianti. Lei capiva poco o forse nulla, ma i fiori li sapeva annusare.

Si erano sposati in maggio e in paese nessuno faceva altro che parlare di quell’uomo divorziato dieci volte e di nuovo a nozze. Morena aveva imparato a memoria i voti nuziali e a dire “grazie” e “scusa”. L’aveva portata in quella casa grande come una reggia, il giardino dismesso e la piscina piena di rane.

Poteva andare ovunque ma non in mansarda.

Se si avvicinava anche solo col naso alla scala che portava al piano superiore, lui si levava la cintura, e quello era il segnale che doveva andare a nascondersi in fretta; per il resto della giornata la trattava in modo gentile e premuroso.

Tutte le sere tra le ventuno e le ventitré si chiudeva dietro la porta di ferro, poi scendeva a dormire e lei aveva imparato a infilare il cotone nel naso per il puzzo che lui emanava quando entrava nel loro letto.

Una volta Morena, passando davanti alla mansarda, sentì l’uomo inveire contro qualcuno, ma al mattino non aveva avuto il coraggio di chiedere spiegazioni.

L’occasione arrivò presto: sicura che il marito non sarebbe rientrato da lì a un’ora, Morena salì la scala fino alla porta di ferro.

Girò le tre mandate rapidamente. Un’impazienza che l’aveva resa frenetica la percorreva come una scarica elettrica nei muscoli. La prima cosa che vide appena spalancò la porta fu un grosso barile dal quale sembrava provenire lo stesso odore nauseabondo che emanava la pelle del marito.

Girò l’angolo e dietro la soglia quello che vide la lasciò senza fiato.

Una serie di teschi erano ordinati tra gli scaffali di tre librerie. Centinaia di ossa erano pulite e accatastate sul pavimento, bianchissime contro il legno marrone del parquet. Indietreggiò in preda al panico e si ritrovò con le spalle contro il petto del marito.

Mentre le girava la cintola contro la gola, la giugulare di Morena pulsava mille battiti al minuto.

“Anche tu”, ripeteva piano l’uomo. “Anche tu”.

La donna spinse l’uomo verso la botte di grasso, sulla quale inciampò, rovinando a terra: lei gli si avventò contro, colpendolo più volte con il pesante coperchio del barile. Carica di adrenalina, Morena continuò a inveire sull’uomo anche dopo che aveva esalato l’ultimo respiro.

Continuò a colpire il cadavere tutta la notte. Si svegliò alle prime luci del mattino circondata dal sangue e dal grasso che era strabordato dal barile. Il corpo martoriato del marito era a pochi metri da lei, sotto il macabro ossario.

Passandosi le mani sulla faccia ancora assonnata, toccò le labbra e la lingua percepì un sapore nuovo. Era ferroso e morbido allo stesso tempo. Morena pensò che in fondo le piaceva.

“Nessun dolore” ripeteva una vecchia canzone alla radio mentre la donna colava sporco ovunque sul pavimento della mansarda.

Voleva sposarsi di nuovo e doveva farlo in fretta, senza troppi complimenti.

Passò le dita macchiate di nero sulla fronte lattea del teschio di suo marito, ormai ben posizionato nella libreria tra Sofocle e Playboy.

 

Un racconto di Emilia Bifano

Illustrazione di Costanza Capponi 

 

Emilia Bifano

Emilia nasce in terra calabra, poi due anni fa attraversa lo stivale e si trasferisce a Torino. Il suo superpotere è il multitasking. Da grande vorrebbe vivere in un paese delle meraviglie disegnato da Miyazaki e prodotto da Tim Burton dove l'unico cibo conosciuto è la torta al cioccolato.

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