Il bracconiere

Nero e niente. Contrito in mezzo al niente. E dentro il tubo crasso, dove scende il bolo e poi si spacca in mille, sentivo un incalzare di esplosioni tanto forte che avrei chiamato la mia pancia un quasi cimitero di bombe in esplosione. Sapevo che ero stato sequestrato e che forse avevo ucciso un ragno, un gatto, un serpente, un daino o un rinoceronte per intascarmi un po’ d’avorio, una scimmia, un orso bianco, una cimice. Non ricordo. Non so. So che quella bella donna stronza se fai del male a un animale ti chiude in mezzo al niente. E poi mi sento torturato e mi si ingigantisce una palla d’odio dentro quasi facesse emorragia come una vena che si spacca nel cervello. E nel mezzo del nero del niente mi sento stanco e forse stanco di temere la mia morte. Perché è stronza quella donna. Razionalizzo. Ha problemi affettivi quella puttana. Razionalizzo. Non ricordo se ho ucciso un serpente, una capra o solo un gatto che camminava sotto la luna bianca e io l’ho stirato con la ruota, per sbaglio. Si è messa a urlare ieri sera e sembrava un pupazzo di neve con i pomodori rossi al posto dei bottoni che mettono i bambini per fare occhi verosimili. Urlava e mi ha premuto la coscia perché il mio piede spappolasse l’acceleratore e mi schiantassi sul platano con lei che amava gli animali, quando ho per sbaglio ucciso il gatto. Ho ucciso qualcosa di più grande forse, perché strilla bestemmie e mi imbratta la faccia con sputi. Sono un bracconiere. Perdo sangue dalle mani, il ventricolo sinistro o destro mi pare in necrosi accelerata. Sono un bracconiere e lei è una puttana. Razionalizzo. Una donna stronza. Razionalizzo. Sono un bracconiere e la donna è mia moglie. Sono intrappolato. Stavo passando lo straccio sulle tende e mi chiamava “amore” perché lo stavo facendo bene e poi subito mi ha sequestrato nel nero perché aveva starnutito e la polvere era troppa e non avrei dovuto passare lo straccio poco umido sopra una tenda di vernice scura, in estate, con l’afa e 34 gradi all’ombra. Non so fare niente: sono un bracconiere e le pulizie non le so fare. La pasta la cuocio troppo e mi sembra dura, la cuocio poco mi sembra molle. La donna puttana strilla e mi punta il coltello per tagliare le verdure o la mia testa. Leggo e mi affatico, secondo la donna stronza, poi non leggo e sono un ignorante goffo. Non so leggere. Stiro la camicia e lascio sempre delle pieghe sul colletto, se la stiro troppo bene la camicia sembra finta. Non so far niente, secondo la puttana. Razionalizzo. Sono un incapace con i denti marci, le mani grasse e il QI basso e una moglie dicotomica. Con le orecchie sento suole in gomma avvicinarsi: sento il ferro di una lama penetrarmi la trachea freddata. Tremo. Sono morto. “Amore.” “Sono un bracconiere.” “Perché hai ucciso il gatto?” “Sono stato stronzo.” “Amore.” “Me lo avevi detto tu che ero un bracconiere.” “Non è vero.” “Ma io me lo ricordo.” “Non è vero.” “Mi dici sempre che ti uccido e poi ti faccio innamorare.” “Non è vero, amore, tu non sei un bracconiere.” “Mi dici sempre che sono un bracconiere e poi un salvatore.” “Non è vero.” “Mi dici che sono un uomo buono e poi un cacciatore.” “Non è vero, stronzo, bracconiere.”

 

E adesso una finestra. Entra luce, tanto forte. Apro gli occhi e godo il sole che filtra attraverso la polvere e vola tra le travi masticate dai tarli. E tra un’ora, un giorno vedrò di nuovo il buio del niente e quella puttana dicotomica è mia moglie. Amore e odio, nero e bianco, pace e guerra. E mi rinchiuderà nel nero. Nel niente, nell’odio, per poi, in un attimo, farmi vedere il sole. Poi nero.

Sono uno stronzo bracconiere, chiuso in una mansarda, da una stronza pazza e dicotomica.

 

Un racconto di Camilla Corrizzato

Illustrazione di Verin

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