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Cose-Nomi-Città

Sara si è presa i pidocchi. L’ho vista mentre si grattava la cute questa mattina a colazione. Le ho rasato la testa con la macchinetta. Se l’accarezzo mi sembra uno di quei prati artificiali dei campi da calcio. Quando si è guardata allo specchio ha iniziato a gridare. Ha chiamato il mio nome, più volte, senza riuscire ad articolare lo spavento di non riconoscere più il suo riflesso.

“Calma”, ho provato a rassicurarla. Ha preso a graffiarsi le tempie, a strapparsi le ciglia dalle palpebre. Le ho bloccato le mani e l’ho buttata sul letto ancora sfatto. Mentre scalciava tra le lenzuola, le ho tagliato le unghie, corte, fino a farla sanguinare. Ha finito di piangere e si è accucciata sul pavimento. Ha appoggiato i polpastrelli e la guancia destra contro il marmo per trovare un po’ di sollievo. Si è addormentata così.

 

Io le osservo le dita gonfie, il corpo denutrito, il viso vuoto e sono soddisfatto: è irriconoscibile. Se non fosse per quella voglia serpentina che le attraversa il collo, sarebbe perfetta.

 

Finalmente oggi possiamo fare una passeggiata. So che anche Sara ne ha voglia. La chiamo “Sara”, ma non si gira. La chiamo ancora una, due tre volte. Sara mi guarda con la faccia di chi si è appena svegliato. Capisce che è con lei che sto parlando. Si solleva e avanza verso di me.

“Brava sei”, le do un bacio sulle crosticine dei graffi. “Sei brava e bella, Sara”. Lei si copre la testa con la mano.

Apro la porta e dopo sessantaquattro giorni, Sara mi sorride, per la prima volta. Le metto sulle spalle una vecchia camicia di jeans che le sta molto larga. Lascio passare nelle asole tutti i bottoni perché non voglio che prenda freddo. “Non devi prendere freddo, Sara.”

Quando esce sul pianerottolo vede un vecchio Cam giallo e nero. Le faccio cenno di salirci sopra.

“Ma sono grande…”, indietreggia. La prendo in braccio e la sistemo sul passeggino. Blocco la chiusura tra il pube e l’ombelico. “Così sei al sicuro.”

Non voglio che me la portino via.

 

Centotrenta euro di spesa.

Sara beve lo yogurt direttamente dalla confezione di plastica. Piega il collo, alza la testa più che può, perché quello non scende giù. Studio lo scontrino, pentito. Forse avrei potuto evitare di comprare tutte quelle cose. Quaranta euro di trattamento anti pidocchi.

“Ci sono i pezzi…”, obietta.

“Cosa?”

“Non mi piacciono i pezzi.”

Le strappo con dolcezza il barattolo dalle dita e lo lecco tutto, fino a ripulirlo completamente. Lo butto sotto i suoi piedi. Sara si sporge dal passeggino e lo vede rotolare verso il fiume. Le do un bacio sulla fronte. “Non voglio mai più sentirti lamentare”, le suggerisco nell’orecchio.

Sarebbero stati centoventisette senza quello yogurt.

 

Sono due mesi che cerco di capire cosa le piace. Perché se imparo a capire cosa le piace, inizierà a diventare un po’ più mia.

Questa sera le ho promesso che avrei cucinato la pasta con le vongole.

“Ti piacciono le vongole?”

Le ho preparato anche un bagno caldo. Ho sistemato delle candele intorno alla vasca. Profumazione brezza marina.

“Ti piacciono le candele?”

L’ho spogliata tutta e ho aspettato che s’immergesse. L’acqua era bollente ma non ha fiatato questa volta. Le ho passato la saponetta ovunque e le ho grattato via lo sporco con un guanto esfoliante. Le ho grattato via la pelle finché non fosse perfettamente pulita. Le ho lisciato i calli con la pietra pomice. Poi abbiamo fatto lo shampoo ripetuto tre volte.  Quando abbiamo finito, l’ho lasciata un minuto a riposare nell’acqua dove galleggiavano pezzettini di carne morta.

Era bellissima tra tutte quelle fiammelle. Mi sono inginocchiato e ho detto una preghiera. Ho ringraziato.

 

A cena abbiamo mangiato le vongole. Sara mi ha detto che nel suo paese hanno un sapore diverso.

“Quali ti piacciono di più?”, le ho chiesto.

“Sono diverse”, mi ha risposto semplicemente.

È molto più matura della sua età, è per questo che l’ho scelta. Per questo, e perché mi aveva implorato di essere mia. Non l’ha detto con queste parole, me l’ha suggerito con gli occhi.

“Ti piace il tuo nome?”

Inclina la testa e credo che annuisca. Credo che sia un sì quel cenno obliquo e timido che accenna senza alzare lo sguardo dal piatto. Credo che le piaccia, che sia il nome che la farà sentire mia.

 

Appena finisce di mangiare, sparecchio. Metto un foglio davanti a lei, e uno davanti a me: “Facciamo un gioco”, le dico. È felice di questa proposta, perché è la prima volta che giochiamo.

“Che c’è? Pensavi fossi un mostro?”

Inclina la testa.

Disegno sul foglio una griglia e la divido in tre sezioni. Prima sul suo, poi sul mio. E poi scrivo: cose, nomi e città.

“Lo conosci?”

Annuisce decisa.

“Bene, ma questo ha delle regole diverse.”

Aspetta che gliele sveli.

“È come il gioco normale, ma puoi scrivere una parola solo se quella cosa, quel nome o quella città ti piacciono veramente”.

Ci pensa.

“Facile, no?”

“Sì, è facile.”

“Allora giochiamo.”

 

È felice. Ha vinto lei: 250 punti contro 45. Le cose che mi piacciono, a parte Sara, sono pochissime. A lei invece piacciono strani nomi e città di cui non conoscevo l’esistenza. Anche io sono felice, perché ora mi sembra di conoscerla un po’ di più.

Guardo l’orologio e la porto a letto. Recitiamo l’angelo di dio per proteggere i sogni, lei lo legge dal santino che le ho appeso sul muro, affinché lo imparasse, affinché capisse cosa per me è importante, affinché mi conoscesse.

Anche sul mio muro adesso c’è una preghiera che parla di lei. La guardo e la imparo a memoria. È racchiusa in una griglia divisa in tre sezioni, riempita da stupidi oggetti, nomi che non riesco a pronunciare e città che non ho mai visitato.

  Illustrazione di Alessandro Buro

 

Jolanda Di Virgilio

La vita di Jolanda è un pendolo che oscilla tra la nostalgia di casa e il terrore di tornarci, la scelta di essere vegetariana e la passione per il cibo spazzatura, l’amore per Kieslowskij e l’esaltazione per la nuova stagione di TheLady. Nell’attesa che le venga diagnosticato il disturbo bipolare, legge e guarda serieTV.

 

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