Le angosce di un piccolo uomo

La crepa era aperta, ad allargare il muro. Non faceva rumore, ma ogni giorno si dilatava un pochino, propagando intorno a sé il suo alone umidiccio. Guglielmo doveva passare di lì: non poteva aggirare l’impaccio. Uno strappo silente nei mattoni della vecchia cascina, quella abbandonata da anni, che si era materializzato all’improvviso, là dove i ragazzi del paese andavano a fumare le canne e le donne seppellivano vivi i troppi gatti che la provvidenza mandava.

Guglielmo lo sapeva bene quel che si può annidare in un simile anfratto, che espandendosi si fa beffa, come fosse in agguato e pronto a ghermire. Un taglio fradicio, imputridito, sferzato da pioggia e da vento, che inocula la sua somma apatia. Un “male di vivere”, come lo aveva chiamato qualcuno, di cui il ragazzo, dall’alto dei suoi dodici anni, poteva solo percepire il cumulo d’inedia responsabile di avvelenargli la vita.

Lo squarcio, però, si era rivoltato. E adesso stava vomitando tutto il suo dissenso in faccia a chi, come lui, transitava di lì ogni giorno, semplicemente per andare a scuola. Dava l’impressione di emanare i suoi miasmi direttamente sulla strada, come se in quel luogo nauseabondo fosse nascosto un cadavere. Il tanfo della fenditura pareva a Guglielmo simile a quell’odore dolciastro che si respira nei cimiteri. Olezzo di gas mefitici e fiori marciti, che diventa sinonimo di putrefazione. Tanto da rendere indelebile l’afrore della morte, seppur associato ad acqua stagnate di piante non curate e giunte allo stremo di ogni loro singolo virgulto.

Inutile cambiare marciapiede. La fessura, anche se da distante, scherniva la sua angoscia di giovane uomo. “Sono qui, vieni a vedere” blaterava malefica, da quel taglio che si allargava come una bocca deforme di chi articola male. E, fra le due estremità, un vortice a fagocitare dall’interno i suoi sogni di bimbo. Se Guglielmo fosse passato rasente al muro, una mano putrida si sarebbe di certo fatta strada fino ad afferrargli il berretto. Per poi scendere più giù, sino a prenderlo per il collo, con una stretta micidiale fatta di ossa che, invece di disarticolarsi, si saldano a diventare acciaio.

Proprio in quel punto, l’estate precedente, un gatto si era schiantato sul marciapiede, catapultato da una macchina in corsa e rimasto lì a decomporsi per giorni. Si era gonfiato tutto e aveva perso liquami putrescenti. Finché la strada non era stata più accessibile per la puzza e uno spazzino, col fazzoletto sulla bocca e grossi guanti di cuoio, lo aveva raccolto e portato via. Sul cemento era rimasta una pozza verdastra, che fosse stato di un’altra fattura lo avrebbe corroso. A scuola, un compagno aveva fatto notare che, a causa del caldo, il felino era esploso come un pallone.

Guglielmo pareva non essersi troppo impressionato, ma poi a casa si era lavato quattro o cinque volte le mani. Si era anche cambiato la camicia, credendo di avvertire un cattivo odore stagnare fra le pieghe del tessuto. Davvero bastava passare accanto alla morte, per rimanerne contaminati? Lui pensava di sì.

Per questo non amava parlare di suo zio Anselmo, a cui avevano fatto l’autopsia quando era morto. Lo avevano trovato in giardino, con la zappa ancora stretta in mano, accasciato fra le dalie che curava personalmente. Non si era capito con precisione cosa lo avesse stroncato, per cui avevano dovuto procedere. Durante il funerale la zia Lina era scoppiata in un pianto inconsolabile, per il fatto che il marito, disteso in quella bara, non avesse più un cuore nel petto, ma una lunga cicatrice che dallo sterno giungeva fino al pube. Gli organi interni, raccolti in un sacchetto, posti nella cavità addominale.

Guglielmo aveva buone ragioni per credere che anche quel cadavere, che stava marcendo nella crepa del muro, fosse stato violato. Ridotto a brandelli, senza più dignità. E forse, al suo nuovo passaggio, gli avrebbe sputato addosso tutti quei denti di cui non aveva più bisogno, oppure si sarebbe staccato i capelli e li avrebbe gettati a gonfiarsi nell’aria, come tanti piccoli gatti senza una direzione.

Così, quando gli venne la febbre alta, accompagnata da una forte sudorazione e il battito cardiaco accelerato, sua madre pensò che il ragazzo si fosse beccato l’influenza. Non c’era bisogno di chiamare il medico, perché questi passava da loro ogni sera a visitare il suo Santo: un marito e un padre che, a seguito di un ictus, giaceva da mesi incosciente nel letto. Non sarebbe più tornato normale, il suo Santo. Giorno dopo giorno perdeva facoltà, e quel corpo adesso era simile a un tronco. Glielo avevano detto chiaramente, i medici. Così come il consulto di specialisti giunto direttamente da Milano. Lei era triste, perché lo vedeva morire sempre un poco di più, ma era anche grata, perché lui era ancora lì a farsi accudire.

Guglielmo fu felice di potersi prendere una pausa. Lontano dal mondo fuori, dalla crepa nel muro e da tutto quel marcio che nascondeva al suo interno. A lui bastava restarsene chiuso in camera. La mamma sarebbe venuta a portargli da mangiare e, quando accostava la porta, non si sentiva neanche poi tanto il lamento provenire diretto dalle viscere di suo padre. Quel verso non pareva più umano. Eppure c’era un tempo in cui papà, la sua sicurezza e la sua roccia, era stato uomo.

 

Un racconto di Cristina Biolcati

Illustrazione di Matteo Perdon

2 pensieri riguardo “Le angosce di un piccolo uomo

  1. Indipendentemente dal mio racconto, che può piacere o non piacere, ringrazio di cuore la redazione di Narrandom per il lavoro svolto. Per la serietà e professionalità di Assunta Decorato e per l’immagine, stupenda, del bravissimo Matteo Perdon.

    1. Grazie mille Cristina per le belle parole. Per noi è un piacere averti accolta nelle nostre file. Il tuo racconto ci è piaciuto subito moltissimo. Hai una lingua particolare, molto ricercata, e siamo certi che il lavoro di Sissi e quello di Matteo non abbiano fatto altro che farla esplodere 🙂

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