Il racconto più brutto di Narrandom

È un racconto brutto, meglio mettere le cose in chiaro. Quanto è detestabile questa frase? Almeno quanto le domande retoriche. Che poi le cose, quando le metti in chiaro, spesso diventano strane e un po’ inquietanti, meglio lasciarle all’ombra dell’incertezza, tinte di scuro. Come i capelli di mia nonna. La mia amata nonna. Che dopo questo racconto brutto capirete anche voi perché è una donna meravigliosa, forse. Fu protagonista del primo racconto che scrissi per Narrandom quando Narrandom non si chiamava ancora Narrandom, quando non ero costretto a scrivere un racconto a tema Argento – quando mi fa cacare ‘sta parola. Facendo qualche ricerca si scopre che è un ottimo conduttore elettrico, che viene usato in odontoiatria e per produrre batterie a lunga durata, ma non mi frega un accidente. Ed è l’unico materiale ammissibile per le posaterie delle feste a casa di mia nonna.

In questo racconto, comunque vada, non troverete nulla di buono, perché voglio scrivere un racconto brutto. La ricerca stilistica è inesistente, la trama è inesistente, la struttura è inesistente, le ripetizioni tante. Less is more? Non qui, non ora.

Come dicevo, mia nonna si è schiarita i capelli. Non andavo a trovarla dall’Epifania, che è una festa piuttosto sottovalutata nell’economia del sentire cattolico, in quanto incontro di Gesù col mondo.

A proposito di questo, sul tavolino del soggiorno di mia nonna ci sono sempre almeno tre Gesù, in forme iconografiche, dattiloscritte rilegate male, e granulose a file di dieci pater noster, e almeno tre telefoni cordless coi tasti grossi. I Gesù per devozione, i telefoni perché mia nonna se n’è fatto mettere uno in ogni stanza, così quando suonano suonano tutti e quel baccano infernale lo sente per forza, e dovunque si trovi ha un telefono a portata di mano. Tuttavia mia nonna ha l’abitudine di sedersi sempre sulla poltrona del salone quando chiacchiera, e poi non riporta mai il telefono nella stanza a cui è preposto, cosicché, con una ritualità più che messianica, si forma sul tavolino un sinedrio di cordless attorno ai Gesù – che volendo, quel tavolino così apparecchiato, lo si potrebbe intitolare “la chiamata del Messia” per poi venderlo a un vescovo come al più miscredente anticlericale, a seconda dell’interpretazione data, per qualche decina di migliaia di euro.

Adesso ci arrivo ai capelli di mia nonna, ve lo prometto, ma ricordatevi che questo racconto è brutto, badate bene, non vi fate strane idee, credo abbiate già avuto più prove di quante San Tommaso avrebbe l’ardire di pretendere. E non aspettatevi miglioramenti, niente correlativi oggettivi, niente sottotesto, niente show, don’t tell e stronzate americane altre, per quello leggetevi Carver.

Ed ecco che, sull’irrinunciabile poltrona di pelle color salmone stanco, mia nonna è bionda.

È passata da una rigorosa e rituale tinta scura a un biondo Michelle Hunziker. Quando le ho chiesto il motivo di quella bizzarria, mi ha risposto che l’ha fatto perché si noti meno la ricrescita bianca, perché vuole smettere di tingersi ma non vuole passare direttamente dal castano al bianco perché si vedrebbe troppo lo sconveniente effetto bicolore, dunque sta procedendo per gradi: a ogni tinta usa una tonalità più chiara.

Ed è in questa pianificazione, in questa spiegazione inappellabile, nello zelo religioso con cui mia nonna porta avanti da mesi il suo progetto che c’è dell’indiscutibile e folgorante meraviglia. È così e basta, e chi non lo capisce, o quantomeno intuisce, non capisce un cazzo, sono serio.

L’età di mia nonna e la sua incrollabile fede, dogmatica quanto vocativa, le suggeriscono nei confronti della morte un atteggiamento di accettazione talmente rassicurante e conciliatorio da risultare quasi comico agli occhi di chi la guarda presenziare, come un sindaco a un’inaugurazione con le forbici pronte a tagliare il nastro, e come Atropo, la terza delle moire, immancabile e istituzionale, seduta con una compostezza quasi regale sulla panca centrale in terza fila, a ogni funerale del piccolo paese – e scusate se sono parco di aggettivi e rime interne, ma era tutto un po’ troppo bello.

E non è finita qui, cari voi, perché quando ho chiesto a mia nonna, quel giorno che era oggi, con la devozione che si ripone in un inesauribile oracolo, perché mai volesse smettere di tingersi e diventare bianca, lei mi ha risposto che lo fa perché quando morirà, se dovesse succedere all’improvviso e non avesse fatto in tempo ad andare dal parrucchiere, non vuole che al funerale le si noti la ricrescita: non starebbe bene.

Ed ecco la ragione della meraviglia. Ecco la cura, il decoro. Ecco la poesia, la Verità. Ecco la risposta a ogni escatologico dubbio e alle cose tutte. Ecco perché quando succederà non troverò la forza per alzarmi dal letto per chissà quanto tempo.

Questa è la paura della morte, per mia nonna. Mia nonna, che si sta adoperando per scongiurare il rischio che al funerale le si noti la ricrescita. Capite?

Mettere le cose in chiaro – i capelli, nel suo proposito illuminato.

Ma non c’è alcuna struttura circolare né coerenza in questo racconto, eh, non attribuitemi meriti inguisti, ché è già bello se non ci sono refusi.

Un racconto talmente mal fatto, ne sono quasi convinto, che a ben vedere ci sarà pure un racconto peggiore su Narrandom, uno solo. Magari qualche pretenzioso pippone esistenziale, o qualche rigurgito di retorica nauseante, o qualche romanticheria più stucchevole e banale persino del Piccolo Principe; è un racconto così sfigato questo, che alla gara del racconto più brutto, ora ne sono certo, e fanculo pure la coerenza col titolo, vincerebbe la medaglia d’Argento.

D’argento, come i capelli che mia nonna, avendo la premura e la previdenza che vi ho descritto, che passa dal castano al biondo al bianco, a differenza di tante vedove sprovvedute, non avrà, quando la sua testa, come quella di tutti noi presto o tardi, poggerà su un’imbottitura bianca incastrata nel legno. Amen.

 

Illustrazione di Verin

 

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

Lascia un commento