Objects in mirror are closer than they appear

In fin dei conti in comune non avevamo niente, ed è probabile che nessuno di noi avrebbe potuto dire con certezza cosa ci avesse spinto a frequentarci per un certo periodo durante quello che più o meno per tutti era stato l’ultimo anno di università. Dopo ognuno aveva preso la sua strada, o qualcosa che sembrava somigliargli. Alice si era trasferita in Estonia; il perché restava ignoto. Mi sono fatta l’idea che non avesse scelto Berlino o Londra come gli altri per una specie di anticonformismo automatico poco ragionato che le apparteneva, lo stesso meccanismo che le aveva fatto pensare fosse una buona idea farsi un tribale nel 2015, quando il resto del mondo se n’era già pentito da qualche anno. In ogni caso non parlava estone né russo e credo che ancora non avesse conosciuto molte persone lì, e forse per questo continuava a essere convinta che fossimo un gruppo di amici davvero affiatato. Non lo eravamo mai stati, ma non importava: quando tornava a Roma per più di quattro giorni riusciva sempre a convincerci del fatto che dovevamo rivederci e, anzi, ragazzi, perché è passato così tanto dall’ultima volta.

Dopo una settimana di indecisione sul gruppo whatsapp Maria aveva proposto un locale che faceva zuppe – solo zuppe – e lì eravamo finiti per un pranzo che somigliava a quelle feste che devi festeggiare per forza. A me era bastato sentire la sua voce, una voce di un paio di toni più alta di quanto dovrebbe essere consentito, per ricordarmi perché fossero passati parecchi mesi dall’ultima volta in cui avevamo trascorso del tempo insieme.

Il menù era un foglio troppo grande e troppo verde. Avevo scelto con cura l’unica zuppa senza legumi, ma era stato inutile: quando il cameriere mi aveva messo davanti il piatto c’erano comunque delle lenticchie che navigavano indolenti tra porri e patate.

Poi Luciano aveva iniziato a parlare dell’argomento che preferiva in assoluto, la sua ex ragazza, e io avevo dovuto guardarlo. Dietro di lui il muro era ocra, la stessa tonalità delle tovaglie, e c’era appeso uno specchio pieno di macchie che avrei scommesso provenisse da qualche mercatino vintage.

Da piccola avevo un libro che si intitolava qualcosa come Cento rimedi contro la noia, una raccolta di cento lavoretti brutti o irrealizzabili: un piccolo giardino fiorito con piante che i due fiorai che avevo vicino casa non avevano mai visto, un modo per fare la carta riciclata che dava come risultato dei cartoncini stortissimi e di colori incerti, la ricetta di una torta che aveva qualcosa di sbagliato perché non lievitava, come fare delle candele profumate partendo da altre candele profumate. L’unico oggetto che mi fosse mai riuscito di costruire partendo da quelle istruzioni era stato un periscopio. Ci avevo giocato per anni: mi sedevo dietro la cassapanca del salotto e guardavo cosa succedeva nei pressi del divano. A spiarle, le cose diventano più interessanti.

Così ora in mezzo alle macchie, dentro la cornice dorata, c’era il riflesso di due fidanzati sui trenta seduti a un tavolo molto piccolo. Di lei mi piaceva la disinvoltura con cui portava degli orecchini davvero tanto grandi pieni di perle e brillantini colorati che normalmente avrei definito brutti, lui aveva un maglione stile norvegese in cui sicuramente moriva di caldo e più di ogni altra cosa mi sarebbe piaciuto sapere cosa si dicevano, ma Maria aveva ripreso a parlare e sperare di sentire qualsiasi altra cosa era impossibile. In ogni caso ridevano. In altre situazioni, sull’autobus o al supermercato, li avrei odiati – tutto quel divertirsi e quell’essere belli insieme – ma in quel momento li invidiavo e basta.

Poi le zuppe erano finite ed erano arrivati i caffè e con i caffè dei biscotti di ceci del tutto simili a crocchette per cani che sapevano di cartoncino bagnato, e la coppia alle nostre spalle invece mangiava una torta al cioccolato che ero quasi sicura nel menù non ci fosse, e avrei voluto così tanto qualcosa di dolce e li avevo invidiati ancora più di prima. Allora mi ero alzata per andare in bagno. Stefano chiedeva ad Alice quanto costasse fare la spesa a Tallinn, io avevo preso i fazzoletti dalla borsa, mi ero girata e li avevo visti, vivi, senza la patina di ossido che li copriva nello specchio. Era stata una delusione: li avevo osservati mentre raggiungevo la porta che mi aveva indicato il cameriere e non si divertivano poi così tanto, non erano poi così belli insieme, i suoi orecchini erano davvero brutti e la loro torta al cioccolato credo che poi sapesse di cartone bagnato anche lei. Objects in mirror are closer than they appear, c’era scritto sullo specchietto del motorino da cui sono caduta tre volte al liceo, e un avviso del genere avrebbero dovuto metterlo anche in quello specchio, qualcosa sul fatto che era una finta, che nessuno si stava divertendo in mezzo a tutto quell’ocra, davanti a quelle zuppe.

Quando ero tornata dal bagno avevamo pagato ed eravamo andati via. Prima di uscire mi ero guardata un attimo allo specchio anche io, e se qualcuno oltre a me avesse visto quel riflesso, penso avrebbe detto che era quello di una persona contenta di aver visto degli amici che non vedeva da tanto. Ma in realtà ero stanca, e speravo passasse di nuovo molto tempo, e che almeno non avremmo scelto le zuppe, la prossima volta.

 

Un racconto di Chiara Nuvoli

Illustrazione di Alessia Arti

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