Pale blue dot

Il giorno seguente se ne sarebbe andato. Aveva già portato via i vestiti, svuotato i cassetti, tolto i quadri dalle pareti e lavato i pavimenti in ogni camera. Il silenzio, di solito rotto dal ticchettio di una sveglia che in quel momento si trovava a svariati chilometri di distanza, era quasi ostile. Sul tavolo davanti a lui stava un unico piatto di plastica ormai vuoto e i ricordi dei due anni passati in quella città occupavano uno spazio marginale dei suoi pensieri, in quel momento.  Aveva una specifica immagine in testa: la foto scattata da una sonda spaziale, che inquadra la terra vista dai confini del sistema solare. Da così lontano il pianeta non era molto diverso da un granello di polvere.

Eppure lì dentro c’era tutto. Tutto quello che aveva studiato, letto, vissuto, ogni nazione che aveva visitato, tutte le persone con cui aveva parlato anche solo una volta erano contenute in quell’immagine. Poter vedere il mondo da una prospettiva tanto distante lo aiutava a superare il senso di vuoto che sentiva in quel momento. Il fatto che, da un certo punto di vista, nulla di quanto avrebbe potuto fare sarebbe stato importante lo rincuorava. Anche il cambiamento più estremo lo avrebbe semplicemente portato da un lato all’altro di quel minuscolo puntino blu spaziale. Solo microbi su un granello di polvere.

Concentrarsi su quella sua inutilità cosmica lo aiutava a calmare i nervi e a capire che agitarsi, per un qualunque motivo, era sempre controproducente. Cercando di assorbire il più possibile quel pensiero si alzò dalla sedia e raccolse le stoviglie per gettarle nel sacco dei rifiuti accanto alla porta. Il piatto conteneva ancora i resti di sugo che non era riuscito a raccogliere con il pane, condensati in linee rosse a spirale. Prese il bicchiere dal tavolo, bevve il fondo di birra che rimaneva all’interno, quindi lo schiacciò riducendolo a un disco. Spezzò in due la forchetta e fece sparire tutto all’interno della busta nera, ascoltando lo scricchiolare di plastica contro plastica. Il sacco era ancora mezzo vuoto. Una volta pulito il tavolo avrebbe definitivamente esaurito le cose da fare, considerazione che rese più forte quella fastidiosa malinconia che lo aveva rincorso durante tutta la giornata. Forse rimanere una notte in più nella casa già vuota non era stata la sua pensata più brillante, ma non aveva quasi avuto scelta: era arrivato di lunedì, e di lunedì se ne sarebbe andato. Partire un giorno prima sarebbe stato come ammettere il passare del tempo, lo avrebbe costretto a rimuginare su quanto era accaduto in quei due anni. Lasciando la casa come l’aveva trovata e organizzando il ritorno lo stesso giorno del suo arrivo credeva di potersi convincere di essere rimasto solo per ventiquattro ore. Naturalmente aveva ottenuto l’effetto opposto. Anche l’azione più stupida aveva preso l’esagerata importanza dell’ultima volta. I pensieri erano cominciati con le pulizie finali, che dovevano servire a cancellare ogni traccia del suo soggiorno. Con non poche difficoltà era riuscito a compiere la sua opera e ora tutto ciò che segnalava il suo passaggio erano le briciole rimaste sul tavolo dopo la cena. Solo microbi su un granello di polvere.

Per questo detestava i cambiamenti. Lo rendevano insopportabilmente sentimentale e inquieto, come una sbronza presa nel momento sbagliato. Ed esattamente come una sbronza, quelle sensazioni non lo facevano sentire sé stesso. Riportando alla mente l’immagine del pallino blu si accese una sigaretta. Con ogni boccata il puntino diventava sempre più nitido, mentre il fumo usciva dalla finestra, infiltrandosi tra le fessure della persiana chiusa. Solo microbi su un granello di polvere. Arrivato a metà della sigaretta non aveva più dubbi. Con l’ultimo sbuffo era tornato al punto di partenza. Era stato bene, in quel periodo, più di quanto avrebbe mai pensato, ma tutto era passato davvero troppo in fretta e l’unico modo che aveva trovato per arginare la malinconia era stato l’aggrapparsi a quella foto di un pianeta tanto distante da essere irriconoscibile. Riducendo tutto a zero come aveva sempre fatto non avrebbe avuto nulla da rimpiangere. Stavolta, invece, si ritrovava bloccato davanti a un tavolo pieno di briciole. Fastidiose, invadenti, ruvide briciole. Pur fissandole dalla sedia riusciva quasi a sentirsele addosso, a contatto con la pelle. Quei piccoli resti di pane erano tutto ciò che fisicamente gli rimaneva di quei due anni, ed erano anche troppo.

Quindi cominciò a pulire il tavolo, raccogliendo le molliche in un piccolo mucchietto, per poi farle cadere nella sua mano destra. Solo microbi su un granello di polvere. Per un secondo sentì l’impulso di infilarle nella tasca dei pantaloni. Quindi si avvicinò al sacco dell’immondizia e aprì senza fretta il palmo, facendo scivolare le briciole all’interno del cestino, ascoltando con attenzione mentre ognuna di esse cadeva sul fondo, strusciando contro gli altri rifiuti accumulati. Tirando i cordini in plastica gialla li annodò, chiudendo l’imboccatura. In fondo, erano soltanto briciole.

 

Un racconto di Stefano Rigoni

Illustrazione di Matteo Perdon

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