Nora_Massimiliano Maggi_ Narrandom blog di racconti

Wild horses

Sono passati dieci minuti buoni e sono ancora in palla su quel cazzo di accendi – sigari. Dieci minuti buoni che non guardo fuori dal parabrezza e forse sarebbe meglio darci uno sguardo. Ci do uno sguardo.

Oh mio Dio. È atroce. La strada pare stretta come il corridoio di un ostello.

Troppo piano o troppo forte? Per sicurezza rallento. Rallento. Rallento. Mi fermo, sul ciglio della strada. È una fortuna vivere in campagna. A quest’ora non passa nessuno. E se anche passasse, che merda di problema potrebbe mai avere? Sono solamente un uomo, un uomo sul ciglio della strada. Se mi andava di litigare, in fin dei conti, me ne stavo al bar.

Eppure mi dispiace un poco, che nessuno si fermi, che a domandare: “Tutto bene?” sia il mio cervello e che il mio cervello si chiacchiera addosso da dieci anni almeno. Se me lo avesse chiesto un essere umano, un essere umano che, come me, per me, con me, s’è fermato sul ciglio della strada, allora sì, allora sì potrei gridargli: “Fatti i cazzi tuoi, parassita del mio culo!” Potrei gridare: “Fatti i cazzi tuoi, se mi andava di litigare, me ne stavo al bar, me ne stavo!”

Non c’è nessuno, purtroppo.

Mi maledico. Sputo. Accendo una Marlboro. Salgo in macchina. Riscaldamento? No, non credo sia il caso. Riparto.

Troppo piano o troppo forte? Il corridoio, l’ostello, madonna benedetta, non si dovrebbe guidare, in queste condizioni. Sono in una condizione tale che… ah, non ci pensiamo. A conti fatti, non ho niente da rimproverarmi. Non più d’un poppante che, un giorno come un altro, per una ragione o per l’altra, guidato da questa o quella stella cometa, viene al mondo e si becca una schiaffo sulle chiappette tonde e blu.

Andiamo per gradi.

Eravamo a cena dal Bello. Dal Bello non si cucina mai. I fornelli soffrono d’impotenza cronica. Dal Bello si prende la pizza per telefono. Si mangia la pizza. Si parla delle prossime elezioni. Del Cinque Stelle che non è male, se solo avesse un candidato con la faccia giusta. Del Pd, che è la peggior cosa mai successa alla nostra beneamata penisola. Della Lega che, bene o male, sono pur sempre ventinove anni che fa il suo dovere. Di Silvio, del caro, vecchio Silvio. Di lui si parla sempre. Di lui e della magrebina minorenne. Si parla, imprecando, bevendo, spernacchiando e qualcuno se ne esce fuori tutto arrapato (di solito è il Giusto) e fa: “Il tempo è maturo per un bel cannone. Anzi no. Due cannoni. Anzi no. Bacco,” mi dice “fai un cannone. Fai un cannone che sembrano tre, tre e non uno meno.”

Si mangia la pizza. Si parla del Silvio e del non Silvio. Si fuma. Critica alla ragione? Pratica? Pura? Non s’è d’accordo, non proprio. Si bisticcia. Il Bello piange e dice che non capisce, proprio non capisce, perché si debba finire a bisticciare ogni volta. Il Saggio lo riprende: “Se avessero dato il governo a Togliatti non staremmo a piangere come delle mezze seghe. Invece lo hanno dato ai cattolici, il governo. Affanculo il Papa! Non questo, quello che c’era prima. Questo è bravo.” Sospira, s’asciuga un lacrimone. “Ma insomma: Affanculo il papa, affanculo la democrazia cristiana! Hai visto che porco dio di mentecatto ci hanno messo ora? Sembra un gufo. Il dramma è che mi toccherà morire incazzato nero. Incazzato guasto con la democrazia cristiana.” Beve. “Sono come la gramigna, quelli lì. La strappi un cespuglio e ci scappano due.”

Si tace.

Si tace per due minuti, quattro, otto, sedici, trentadue, si tace per un istante e per tutta la vita. Nel tacere si consuma il dramma. Quando è morto Gesù, c’era un silenzio assordante a fare da orchestra per le lacrime della Maddalena.

“Sapete che ci vuole?” Sbraita il Giusto, versandosi del rosso sulla camicia, sui pantaloni, zuppandosi le calze con litri e litri di ottimo Chianti. “Sapete che ci vuole? Ci vuole la bamba, ci vuole.”

Ne stende un poco sulla copertina di un vecchio Dvd. Arrotola una banconota. Fa schioccare un pugno in alto, nell’aria fumosa e sterile: “Per la patria, per Silvio, per la democrazia cristiana e per il trattato di San Sepolcro!”

“Per il trattato di San Sepolcro!” gridiamo, mentre il Giusto si spara mezzo grammo di coca dritta nell’encefalo. Poi scrolla le spalle e mi passa la banconota.

E allora, me lo dite come fa ad essere colpa mia?

Guido.

Guido e penso alla polvere. Alle polveri. Polveri sottili d’interesse mondiale. Penso alla polvere che mi cola giù dalle froge e alla polvere che si è mandato giù Richards, il chitarrista degli Stones. Dicono che quello si è tirato le ceneri del padre. Maledetto apostata, le ceneri del padre, cazzo.

Sposto lo sguardo dal parabrezza al lettore mp3. Ci vuole una canzone degli Stones. Ci vuole ora e non tra poco. Scorro fra i brani. Wild Horses o Angie? Certo, se la prima mi rimanda a tempi migliori, la seconda, potete scommetterci il buco del culo, mi tira la tristezza, la tristezza inconsolabile.

Sballiamoci con Wild Horses. Sarebbe meraviglioso sballarsi con gli Stones. Un sogno sarebbe, se non fosse che appena poggio il dito sullo schermo…

Avrei dovuto tenere gl’occhi sul parabrezza.

Una noce di cocco fa lo stesso rumore.

Che peso, vivere in campagna. Quando combini una tragedia non c’è nessuno che si fermi sul ciglio della strada a domandare: “Tutto bene?”

Com’è che a scuola guida mettono l’accento sulle frivolezze più irrilevanti e non passano quaranta secondi, che siano quaranta, a soffermarsi sul cartello: “Animali Selvatici Vaganti”?

È un daino. È piccolo, così piccolo che l’auto quasi non s’è ammaccata.

L’ho sparato dritto oltre il Guard Rail.

Ci ho vegliato per un quarto d’ora buono, su quella bestia. Ci ho vegliato e singhiozzato e come un disperato mi sono picchiato i pugni sulla testa e sugl’occhi e sulla bocca dello stomaco. L’ho coperta con il cappotto, quella bestia. Gli ho chiesto perdono, per me, per lui e per tutte le bestie che ogni giorno muoiono senza preghiere.

Se ci fosse stato Togliatti sarebbe campata, questa bestia?

Togliatti non c’entra, penso.

C’entra il destino, forse, e un paio di circostanze sfortunose.

C’entra la cocaina.

C’entra la polvere. Quella sì che c’entra. Polvere che si snoda fra le dune della materia cerebrale e si sgretola sull’asfalto.

C’entra questa bestia, questa povera bestia assassinata, che non è diversa da me, da Togliatti, da mia nonna, da mia moglie, se mai me ne dovessero regalare una, dai miei piccoli me stesso, dalla cocaina.

Polvere, penso, guardando questa povera bestia che ansima, guaisce e sbocca sangue.

Polvere e nella polvere. Viva il papa. Viva il mercoledì delle ceneri.

Ho un coltello, in macchina.

 

 

Un racconto di Massimiliano Maggi

Illustrazione di Nora

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