Alessandro Buro_ Sissi decorato - Narrandom - blog di racconti

Dove il futuro non arriva

Cinquantanove macchine.

Seduto sulla sedia girevole della reception, con lo schienale reclinato e la testa abbandonata sopra una spalla, Bruno guardava fuori dalla finestra l’autostrada deserta, battendo le palpebre con lentezza, come se volesse dare il tempo alla luce di due fari, due qualsiasi, di apparire.

L’orologio appeso al muro gli ricordava che mancava poco a mezzanotte. Bruno si allungò per staccarlo: non aveva mai fatto caso a come i quarantotto anni passati lì dentro avessero segnato la cornice di legno e opacizzato il vetro.

Dalla sala ristorante arrivava il vociare del gestore, reso acuto e strisciante dal vino dei fornitori, che invitava i parenti a un altro brindisi: andava finito, diceva, non ci sarebbe stato più nessuno a cui servirlo.

“Ormai l’ho pagato e me lo bevo!” ridacchiava.

Bruno aveva lasciato la sala dopo l’arrosto, dileguandosi con il passo di un fantasma che non fa paura a nessuno: più vedeva le persone sorridere, più con gli occhi sembrava scavare il pavimento. Sulla porta della sala c’era un festone che diceva “Buon 2017”; Bruno lo aveva staccato con delicatezza, piegato in quattro e buttato nel cestino.

Sempre cinquantanove.

Il quaderno che aveva usato per segnare il numero di macchine che vedeva passare, quattro righe verticali e una orizzontale, come aveva visto fare nei vecchi film ai naufraghi sopravvissuti o ai condannati a morte, ormai stava chiuso, incastrato tra il bracciolo della sedia e le sue ginocchia; la matita che teneva il segno scivolava lentamente tra la carta, come se anche lei volesse solo andarsene da quel posto.

C’era stato un tempo in cui a Capodanno l’autogrill di Roncobilaccio era pieno di persone, turisti che calcolavano male la durata del viaggio e non arrivavano in tempo per mezzanotte, camionisti a cui toccava lavorare nonostante la festa, solitari che non avevano con chi festeggiare e preferivano andare lì piuttosto che stare a casa. Brindavano nel parcheggio dimenticandosi di avere freddo e poi venivano in albergo per chiedere se c’era una stanza libera.

L’autogrill invece quella sera era immobile, il benzinaio era diventato un self service inutilizzato, l’autostrada un fiume in secca e le camere dell’albergo, quattro piani che troneggiavano appena fuori dallo svincolo, restavano vuote.

Bruno lo aveva predetto un anno prima, quando la Direttissima era stata inaugurata, portando via il traffico dall’Autosole Panoramica:

“Di qui non passerà più nessuno” aveva sospirato col gestore, pulendosi gli occhiali.

I clienti nel primo mese erano calati di poco, poi erano rimasti solo turisti che passavano di lì per caso, sessantenni col navigatore non aggiornato che gli chiedevano il conto borbottando “non dovevo fare questa strada, non dovevo fare questa strada”. Il signor Alberto, il commerciale di una grande azienda di vini che si fermava lì una volta a settimana da oltre vent’anni, fino ad agosto gli aveva promesso che avrebbe continuato a fare la Panoramica.

“Sono un tradizionalista, io!” aveva sentenziato promettendo di tornare dopo le vacanze.

Poi però non si era più visto.

Erano passate solo cinquantanove macchine da quella mattina e mentre la lancetta dei secondi scandiva gli ultimi minuti del 2016, nessun’altra coppia di fari aveva intenzione di avvicinarsi.

Quell’albergo, in breve, sarebbe diventato una carcassa buia sul ciglio di una strada vuota.

“Papà, la Direttissima è il futuro, andava aperta. Anche tu così ci metterai meno per venire a trovarmi” gli aveva detto sua figlia, da Milano. “Ormai hai settant’anni. Chiudi quell’albergo e fai il pensionato!”

Il futuro. Il futuro che aveva sfiorato Roncobilaccio e si era dimenticato di portarlo con sé. Il futuro che correva rapidissimo su un’autostrada innovativa e lasciava tutto quello che restava fuori, nella lentezza del nulla.

Bruno appoggiò con una carezza il quaderno sul bancone. Cinquantanove macchine.

Non sarebbe passato più nessuno.

“Tre minuti! Mancano tre minuti!” urlò il gestore del ristorante.

Bruno fece oscillare con un dito le file impolverate di chiavi appese. C’era la chiave della stanza numero 34, dove quella coppietta simpatica di amanti si rintanava ogni volta che riusciva. C’era la numero 58, dove sua figlia era entrata per rifare il letto e aveva trovato sotto la doccia l’uomo che sarebbe diventato suo marito. C’era la numero 1, dove lui e sua moglie avevano dormito per i primi anni del loro matrimonio, quando l’albergo era appena aperto e non volevano pagare qualcuno che se ne prendesse cura al posto loro. Prese quella chiave e strinse tra le dita il pomello dorato, chiedendosi che cosa avrebbe detto Clara in quella situazione. Probabilmente avrebbe trovato un aneddoto per ogni stanza, qualcosa da raccontare per tutti i quarantotto anni passati lì dentro. Gli avrebbe ripetuto quella frase che aveva cominciato a dire da quando aveva tossito forte la prima volta, seduta proprio su quella sedia: meglio andarsene in fretta con i ricordi vicini, prima che il dolore ti rovini anche quelli.

Cinquantanove macchine. Non ci sarebbe stato più niente di nuovo da ricordare.

“Dieci, nove, otto…” al vocione del gestore si erano aggiunte quelle di tutti gli altri invitati.

“Sette, sei, cinque…”. Il rumore della lancetta dei secondi rimbombava nella reception.

Cinquantanove macchine in un giorno.

“Quattro, tre…”

Bruno girò l’orologio e tolse le pile. Lo schiacciò tra il busto e le ginocchia mentre con le mani si tappava le orecchie.

Il 2016 stava per finire. Ma il futuro a Roncobilaccio non sarebbe arrivato.

 

Illustrazioni di Alessandro Buro

 

Sissi Decorato

Sissi nasce, cresce e si laurea a Milano. Poi cambia idea e si trasferisce a Torino. Ama fare piani per il suo futuro e farli saltare; parlare di Dickens e leggere Sopie Kinsella di nascosto; i vestiti eleganti, ma solo se abbinati a scarpe eccentriche.

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