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Il gioco dell’oca

Un attimo prima era tutto buio, poi la grande scatola si aprì e una luce accecante investì Rossa. Quattro mani di diverse forme la eclissavano intente a tirar fuori lei e le sue simili, per poi posarle sul tavolo di legno. Gli umani sono così frenetici.

Rossa non si era ancora abituata al calore della lampadina quando davanti a lei si materializzò un enorme foglio di carta spessa. Sopra vi erano disegnati dei rettangoli a distanze regolari gli uni dagli altri, i quali sembravano disposti a formare una spirale che dall’esterno arrivava al cuore della tavola. Sentì un fastidio alle tempie quando due polpastrelli la presero per la testa, la alzarono e la posizionarono vicino a Verde, Blu e Gialla, su una casella più grande contrassegnata dalla parola PARTENZA. Notò che i rettangoli erano numerati in ordine crescente e che quello al centro recava il 90. Rossa, che aveva già stabilito di essere la più intelligente, capì subito che si trovava davanti a un percorso di gara. Meditò per qualche tempo sul da farsi: sarebbe stato giusto informare le avversarie? O forse era meglio sfruttare fino in fondo il vantaggio di essere la più sveglia? Dopotutto, non era colpa sua se le altre erano dure di comprendonio.

Rossa decise di tenersi le sue scoperte per sé e cercò di mettersi in moto, ma rimase di sasso quando scoprì di non poter nemmeno avere un sussulto: nonostante gli sforzi non riuscì a muoversi di un solo passo e cadde in uno stato di disperazione e smarrimento. Si guardò intorno e vide gli umani muovere le braccia e le labbra nel silenzio della stanza. Li invidiò.

All’improvviso uno strano cubo con un diverso numero di pallini su ogni lato rotolò sul tavolo proprio davanti a Verde, fermandosi sul 2. Polpastrelli femminili la sollevarono, portandola avanti di due caselle. Rossa realizzò così la seconda triste verità: avrebbe potuto muoversi solo grazie agli umani, i quali a loro volta dovevano sottostare al cubo per quanto riguardava la distanza del movimento. All’invidia per loro si aggiunse quindi l’invidia per Verde, che era stata così fortunata da spostarsi per prima e ora sostava, superba, davanti a tutte. Le sembrò addirittura di vedere distintamente un’espressione di sfida negli occhi dell’avversaria, il che la fece infuriare. Decise però di aspettare, sicura che sarebbe arrivato il suo turno.

Il cubo diede 6, il numero massimo. Rossa visse con soddisfazione persino il fastidio del sollevamento e, quando atterrò sulla casella corrispondente, sentì una forza nuova crescere nel suo corpo di plastica. Forse è così che si sentono gli umani quando arrivano primi, battono i loro pari, surclassano gli avversari. Nell’attesa aveva fantasticato molto sulle sensazioni che avrebbe provato una volta in vetta e non riuscì a nascondere lo stupore quando notò che l’invidia provata prima per Verde non si era trasformata in compassione o pietà: l’unica cosa che le importava era arrivare sul 90 prima di tutte le altre, con il maggior vantaggio possibile.

I turni si susseguivano senza tregua. Ogni lancio del cubo corrispondeva a un aumento del vantaggio di Rossa, che ormai pregustava l’approdo al traguardo. La casella con il 90 era molto più nitida di Blu, la prima inseguitrice, che riusciva a malapena a distinguere guardandosi alle spalle. Quando toccava a lei essere mossa di qualche altro passo verso la vittoria, si perdeva a guardare gli umani e la loro strana gestualità: tra tutti, solo il suo partner sorrideva.

Gialla era lontanissima. Nemmeno due 6 consecutivi avrebbero potuto riportarla in gara. Toccava a lei essere mossa quando la sua umana si alzò di scatto dalla sedia, tirò fuori uno strano apparecchio dalla tasca e se lo mise vicino all’orecchio. Fatto un segno agli avversari, uscì dalla stanza. Poco dopo la seguirono anche tutti gli altri concorrenti, lasciando così la tavola e la gara in una dimensione di frustrante immobilità.

Beati gli umani, loro sì che sono davvero liberi, pensò Rossa. Si possono muovere in ogni direzione, basta che lo vogliano. Non sono obbligati a seguire un percorso predefinito come noi. Chissà come ci si sente. Rossa cercò di tornare a concentrarsi sulla vittoria, ma non poteva fare altro che aspettare il ritorno degli umani. Un’angoscia inaspettata la colse improvvisamente: torneranno? Non resistette alla tentazione e decise di chiederlo a Blu. Più che la risposta, le interessava condividere la paura, sostenerne il peso insieme a qualcun altro. La chiamò, ma non ottenne risposta. Alzò la voce, urlò, niente. Fu così che Rossa si accorse di non poter parlare. Era la prima volta che sentiva il bisogno di confidarsi, ma era semplicemente condannata a rimanere in silenzio.

Fortunatamente gli umani tornarono nella stanza, ma colei che era uscita per prima mancava all’appello. La speranza di poter finalmente vincere la gara non fece in tempo a riaccendersi in Rossa: venne  riposta a casaccio nella scatola, insieme con le altre pedine e il percorso.

Era di nuovo tutto buio, silenzioso.

Forse gli umani si erano stancati.

Forse nulla di tutto ciò aveva importanza.

 

Un racconto di Marco Broggini

Illustrazione di Maria Sciannimanico

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