Narrandom_Blog di racconti_ Nora_ Sara Canfailla

Il solito posto

 

 

Anita aveva settantasette anni quando iniziò a non trovare più il caffè in casa.

Lo cercava al solito posto: secondo ripiano della dispensa, sulla sinistra, accanto allo zucchero -, ma non lo trovava più.

“Dov’è il caffè?” divennero le parole che pronunciava più spesso, neanche chiedeva più alla figlia come stava il nipotino di due anni.

Si chiamava Teresa, sua figlia, e proprio non poteva darle la risposta che cercava – “è un eccitante, in questi casi meglio evitarlo” erano state le parole del medico. In compenso, le diceva tante altre cose: che la signora del primo piano si era spaccata il crociato sedendosi sulla tazza del water, o che gli spifferi d’aria erano letali per la sua cervicale.

“Non ti va un caffè?”, le domandava ancora Anita, indifferente alle condizioni del crociato di una sconosciuta.

“Più tardi”, era la risposta di Teresa, e riattaccava con la storia della cervicale.

Un giorno, Teresa si presentò a casa della madre in compagnia di una signora alta, la pelle abbronzata, gli occhi neri e le sopracciglia folte e scure. Anita aveva già visto donne vestite come lei in giro per il paese, e si era domandata quello che in quel momento domandò alla sconosciuta, quando la vide ferma nel suo ingresso:

“Non hai caldo?”

Il termostato segnava 37 gradi: era l’estate più calda dell’ultimo decennio. Eppure la donna sembrava perfettamente a suo agio, con i capelli avvolti in un velo tortora e l’abito a collo alto che filava giù dritto e lasciava scoperte solo le mani.

“No”, rispose, scoprendo i denti grandi e bianchissimi. Anita la scrutò con sospetto; all’improvviso, come quando cerchi qualcosa a lungo e infine la ritrovi nel posto più impensato, le tornò in mente Patrizia, la sua figura minuta e color del latte, la pelle così sottile da lasciar intravedere il bluastro delle vene, gli occhi piccoli, di un verde annacquato.

“Non hai caldo?”, le chiedeva sempre Anita, a vederla nascosta nei pantaloni lunghi e nelle sue camicette di lino blu, abbottonate fino al collo.

“Fatti i fatti tuoi”, rispondeva l’altra, che di certo non avrebbe mai voluto che i ragazzi per strada si girassero solo per guardarle le gambe. Anita lasciava perdere, ma poi passava il tempo a domandarsi perché la sua sorellina non le permettesse di sistemarle le trecce, di metterle il rossetto, o di prestarle qualche vestito leggero.
Sembrava così infelice nelle sue camicette; non faceva altro che tirarsi giù il colletto stretto, come se avesse bisogno di respirare.

“Lei è Halima”.

Halima allungò goffamente una mano e Anita la strinse: aveva la pelle ruvida, proprio come la sua. Dimenticò di dire il proprio nome.

Halima divenne la sua coinquilina. In casa non indossava il velo, perché non c’erano uomini che potessero guardarla. Anita scoprì che i suoi capelli erano spessi, neri come gli occhi, e che all’umidità reagivano gonfiandosi e increspandosi. Scoprì che anche lei spesso tirava giù il collo alto dei suoi abiti e prendeva un respiro profondo, perché aveva caldo, come Patrizia, e anche lei, come Patrizia, lo negava con ostinazione.

“E io che faccio adesso?”, chiese a sua figlia, gli occhi persi. E continuò a chiederglielo, giorno dopo giorno, mentre Halima faceva la spesa e riponeva frutta e verdura sul ripiano sbagliato, il latte lo metteva tra le bottiglie d’acqua e non copriva gli avanzi con la carta d’alluminio.

“Adesso ti riposi”, era la puntuale risposta di Teresa. Ma Anita continuò a chiederglielo, ancora e ancora, prima con tristezza, poi con frustrazione.

Non importava quante volte sua figlia le spiegasse che grazie ad Halima non sarebbe stata mai sola, che non avrebbe più rischiato la vita dimenticando il gas acceso, che, se fosse scivolata ancora, non sarebbe rimasta sul pavimento tutta la notte perché incapace di rialzarsi. Anita, sorda a ogni risposta, continuava a chiederle che cosa avrebbe dovuto fare adesso.

Teresa dovette accettare il fatto che, qualsiasi risposta avrebbe dato a sua madre, lei avrebbe continuato a dimenticarla.

Così smise di risponderle, e Halima imparò a ignorare le sue domande. Faceva la spesa, lavava i pavimenti, caricava la lavatrice, tutto sotto l’occhio vigile ma rassegnato di Anita, le cui domande scorrevano in sottofondo come un disco rotto.

Una volta capitò che Halima si ritraesse con uno strillo acuto: sulla pelle abbronzata, i segni rossi delle unghie di Anita. Colpevole di averle impedito di tagliarlo lei il pane quel giorno, colpevole di averle sfilato il coltello di mano, si voltò a guardarla di scatto, gli occhi velati di una rabbia che non poteva sfogare, non su una donna che non sapeva ciò che faceva.

Allora Anita si sentì come quella volta in cui era atterrata con una giravolta davanti a Patrizia, fiera del suo nuovo vestito bianco merlettato, “vestiti così corti li mettono solo le donne da marciapiedi”, le aveva risposto lei.

Anita le aveva tirato uno schiaffo e aveva visto i suoi piccoli occhi riempirsi di lacrime. Si era sentita in colpa, ma non abbastanza. La colpa era della sua sorellina, della sua diffidenza ostinata, dei suoi sguardi giudicanti, dei suoi “io non sono come te e quello che fai tu io non voglio farlo”.

La colpa era di tutti i suoi no.

“Io faccio quello che voglio”, disse a Patrizia, ma in quel momento, a fissarla con risentimento, non erano i familiari occhietti della sua sorellina minore, ma i pozzi neri della sconosciuta che viveva in casa con lei. Guardando la pelle graffiata di Halima, Anita rivedeva la guancia gonfia e arrossata di sua sorella.

Non si rivolsero la parola per un’intera giornata. La mattina seguente, come al solito, Halima sorprese Anita con la testa infilata nella dispensa.

“Che fai?”, le chiese, ma lei le rispose con un’altra domanda:

“Dov’è il caffè?”

Halima esitò. Studiò il suo sguardo appannato, le sopracciglia sottili appena aggrottate, le rughe attorno alle labbra increspate in un broncio da bambina.

Le rispose nell’unico modo in cui Anita avrebbe potuto capirla. Si arrampicò su una sedia per arrivare allo scaffale più alto della dispensa e tirò giù il barattolo di alluminio con chiusura ermetica. Quando la vide illuminarsi, sorrise.

“Che ci faceva il caffè là sopra?”

Halima non disse nulla. Prese la moka, scese dalla sedia e iniziò a fare il caffè. Anita rimase a osservarla, e non le chiese perché avesse messo così tanta acqua, e neanche perché avesse pressato con il cucchiaino la montagnetta di macinato.

Si limitò a sorseggiare il caffè amaro, entrambe sedute al tavolo della cucina, tenendo la tazzina calda nel palmo della mano raggrinzita. Sollevando lo sguardo, vide Patrizia e le sue dita bianchicce, le labbra sottili arricciate contro il vapore del caffè.

Avevano fatto pace.

 

Un racconto di Sara Canfailla

 

Illustrazione di Nora

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