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Phobos

Phobos mi dice “Corri, corri amore”, corro con lui nel prato verde immenso e sono leggera, leggera, non peso e corro, mi allunga la mano e mi dice “Corri amore”, si gira verso di me e sorride e mi dice…

 

“Bambine, a tavola”. Si tirò su dal divano infilandosi le grosse ciabatte a forma di rana come quelle di Will, le aveva vinte con il concorso “W.I.T.C.H. 4ever” l’estate precedente, e nonostante facesse caldissimo le aveva indossate fin da subito. Caterina adorava Will, era addirittura andata dalla parrucchiera con alcune pagine del fumetto che la ritraevano per far capire bene come avrebbe voluto il taglio. Era rimasta delusa però. Si era guardata allo specchio dopo che le aveva fatto alzare la testa di getto, i capelli erano gonfi e soffici di phon, sembrava davvero Will, ma dopo qualche secondo e un paio di colpi di spazzola di rifinitura si erano afflosciati in un carrè anonimo e, avrebbe notato nelle settimane successive, difficile da gestire.

Si era trascinata fino al tavolo e rigirava la vellutata di zucchine sostenendo fosse troppo calda, mentre gli altri già la aggredivano a gran cucchiate. Laura si infilava tutto il cucchiaio in bocca con una smorfia da sforzo sporcandosi mezza faccia, con un entusiasmo che la madre considerava la bellezza dell’infanzia e il padre un fastidioso accidente non degno di attenzione. “Caterina perché non mangi”, Leonardo era diventato celebre tra gli amici di famiglia per fare domande senza domanda. Socchiudeva appena gli occhi quando chiedeva qualcosa, e tanto bastava perché l’interlocutore si sentisse autorizzato a non rispondere.

 

… mi dice “Corri amore”, si gira verso di me e sorride e mi dice “Sei così bella, amore, sei così bella che…” No. Non mi dice niente. Si ferma, si gira, mi abbraccia. I suoi capelli biondi lunghi mi arrivano fino alle ginocchia, ho la mia guancia appoggiata alla sua, i miei piedi sono sollevati da terra, mi guarda negli occhi e dice “Sei così bella amore”.

 

“Caterina per favore, mangia la minestra, abbiamo tutti finito, anche Laura. Laura, tesoro, prendi un fazzoletto pulito che ne hai fin sul naso”

“Non ho molta fame mamma”

“Prima mangi, prima ti do W.I.T.C.H. È arrivato qualche giorno prima questo mese”

“Stai scherzando? Perché non me l’hai dato subito? Perché non me l’hai dato dopo scuola?”

“Me ne sono dimenticata”.

Caterina ingollò la vellutata ormai fredda, gli altri si erano già alzati da tavola dopo aver lasciato il loro piatto nel lavello. Nel fare lo stesso di fretta, le scivolò di mano e si spezzò a metà con un clangore di cocci che la spaventò. Si fermò a fissare le due parti e venne attratta dal bordo della frattura tanto da sentire il bisogno di passarci sopra l’indice. Sentì un brivido percorrerle la spina dorsale e alcune gocce di sangue cadere sul bianco dei piatti inverditi dalla cena che iniziava a seccarsi. “Lo sanno tutti che la ceramica taglia”, Leonardo col suo quotidiano sotto braccio le mise in mano il fumetto ancora incellophanato. Come tutte le sere andò a leggere sulla poltrona.

Lire 4.000, euro 2,06, numero 7, novembre 2001. Il viso di Phobos campeggiava su tutta la copertina. Aveva uno sguardo cattivo ma Caterina sapeva che non era così. A piè di pagina il titolo del numero, “Un giorno lo incontrerai”. Lo lesse di getto, corse a mettersi il pigiama e lavarsi i denti. Nel letto si rimise a guardare tutte le vignette che lo ritraevano, le sfiorava.

 

… “Amore ti sei tagliata. Sanguini. Hai male? Dammi qui”, mi fa un incantesimo e la ferita si rimargina. Mi prende per mano e ricominciamo a correre nella radura. Corriamo e corriamo e le foglie degli alberi diventano gialle e gli toccano i capelli, e girano tutte intorno. Il vortice diventa più intenso e ci solleva da terra, voliamo. Si gira e mi guarda negli occhi. “Sei così bella amore”, rimaniamo abbracciati avvolti in ciocche oro.

 

Si svegliò alle tre del mattino con un mal di pancia molto forte. Si tirò su dal letto e riuscì appena a infilarsi le ciabatte-rana per andare in bagno che ci vomitò la minestra mal digerita sopra. Le venne da piangere.

 

… “Amore stai ancora male? Dormi. Ci penso io”.

 

La mattina quando la mamma andò a svegliarla venne colpita da un odore acre e non fece in tempo a capire cosa fosse che sentì qualcosa di appiccicoso sotto i piedi. Spostò le lenzuola e trovò Caterina raggomitolata con le ciabatte impiastrate ancora addosso. Lasciò la figlia in canottiera e mutande cacciandole sulle spalle la sua vestaglia troppo lunga, che trascinava a terra come lo strascico di una sposa. Fece una palla con le lenzuola e andarono in cucina insieme. A tavola Leonardo guardava il notiziario. “Caterina ha vomitato stanotte” gli disse mentre infilava il mucchio in lavatrice. “Perché non hai chiamato”, si alzò e andò a vestirsi.

 

Caterina attese il numero di dicembre con una trepidazione più frenetica del solito, tanto che anche il padre si risolse a un “Chi è Phobos”. Arrivò nella buca delle lettere il ventitré e prima della Vigilia lo aveva già riletto cinque volte. Con la mamma poi aveva fatto i giri di rito per gli auguri ai parenti, e verso sera erano andate nella gastronomia più esclusiva della città per ritirare il loro ordine. Avrebbero portato dei piatti perfettamente guarniti e impeccabili a casa di amici per il cenone. Si erano poi vestiti di tutto punto e Caterina aveva voluto indossare un abitino ghiaccio che le stava molto bene, accompagnando il pallore del suo incarnato e contrastando con il castano profondo del caschetto.

A cena si era seduta al tavolo dei bambini insieme a Laura nonostante avesse appena raggiunto l’età per essere ammessa a quello degli adulti e a una noia più composta. Facevano continuamente brindisi che chiamavano solennemente “toast” e Caterina ogni volta immaginava panini formaggio e prosciutto volare per la stanza a ogni invocazione. In macchina al ritorno era stanca e stava per addormentarsi quando la mamma le disse “Caterina, l’hai visto quel ragazzino biondo carino seduto con noi? È il figlio dei Fo’, avrebbe voluto parlare con te, ho visto che lo diceva al padre. Ma non sembrava avessi nessuna intenzione di comunicare col mondo, tu”.

 

A qualche giorno da Capodanno Leonardo rientrò a casa prima da lavoro con il giornale sotto braccio e una lettera. “Di chi è” disse a Caterina lasciandogliela in mano. Caterina restò impietrita. La aprì con il cuore che le rimbombava nelle orecchie insieme al titolo del numero di novembre.

“Ciao Caterina, sono Filippo ci siamo incontrati alla Vigilia ero al tavolo degli adulti. Scusa se ti scrivo ma non sapevo come fare per parlarti e ho trovato l’indirizzo sulla guida. Volevo chiederti se ti va se magari in queste vacanze andiamo a pattinare un pomeriggio che è divertente, magari puoi chiedere ai tuoi se ti lasciano ma credo di si. Risp ciao”.

 

Lasciò la lettera sul tavolo e corse in camera.

 

… “Amore, la ferita! Si è riaperta, è enorme. Sanguini moltissimo. Stai con me, guardami, guardami, non mi lasciare. Stai qui con me, Amore, per sempre. Ti guarirò io amore, ti guarirò io”.

 

Un racconto di Camilla Anna Elena Vernetto

 

Illustrazione di Filippo Ubertino

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