Bressani_Tramarin_Narrandom_Blog di racconti

Tirarsi su

Cosa fa un bambino nella culla? Mangia e dorme, caga e piscia – ti dicono tutti. Piange – aggiungono alcuni. Ma state ben attenti, che c’è dell’altro. Quando non è intrattenuto dallo svolgimento delle sue funzioni vitali o quando, per magia, decide di non rompere i coglioni, allora ecco cosa fa: si masturba. Sì lo so, quest’immagine pedopornografica non sarà particolarmente piacevole per la maggior parte di voi, ma è la verità. Un neonato, quando si annoia, si tocchiccia. Ma non ve lo dico tanto per, e nemmeno per il gusto di farvi accapponare la pelle o di risultare uno schifoso, – cosa che comunque mi soddisfa parecchio – ma per precisare che per un uomo il cazzo è il fulcro della vita. E non è una cosa da beceri infoiati; vi prego di seguirmi, soprattutto voi donne. Cercate di capire la differenza: la figa è un buchettino vergognoso che vi insegnano a nascondere, a stare attente a quel che ne fate, a chi aprite l’ingresso, etc… Per noi maschietti la situazione è diversa. Quel pendaglio oscillante che abbiamo tra le gambe è il nostro status symbol. È grazie a quello che possiamo tornare più tardi la sera quando siamo minorenni, è grazie a quello che nessuno si preoccupa di controllarci il collo e le mutande quando torniamo a casa da una festa, è grazie a quello che negli spogliatoi di qualunque sport si stabilisce il leader morale della squadra. Ecco quando si dice ”grazie al cazzo”. Sì, è proprio grazie al cazzo che siamo quello che siamo. Grazie a quel meraviglioso amichetto flaccido che sputa liquidi.
Il punto è che, a una certa età, il pisellino inizia a diventare pisello – siamo verso i dieci anni – per poi raggiungere il suo ultimo stadio evolutivo: il cazzo! Arrivi a quattordici anni, sei in prima superiore, e finalmente hai un magnifico cazzo pronto all’uso. Anzi, trepidante all’uso. Non vedi l’ora di fargli fare un bel giro di giostra, farlo entrare nella tana del lupo, permettergli di scorrere lungo le sinuose forme del taboga e di bagnarsi fino a diventare un tronco acquatico.
Ma che Luna Park sarebbe senza il tunnel degli orrori?
Per me sarebbe stato un Luna Park migliore, ne sono certo. Non sarebbe nato il problema che ancora adesso mi perseguita, ma andiamo per gradi.
Io la verginità l’ho persa a quattordici anni, con una di diciotto. Ero in gita con la scuola ad Amsterdam. Lei si chiamava Virginia, ma tutti la chiamavano Vi. Era meravigliosa, con una chioma ramata e degli occhi che posso solo dire che erano verdi. E non perché mi manchino le parole, ma perché proprio così risultavano. Tu la guardavi da lontano e vedevi solo il verde, come se fossero loro a stabilire la tonalità di tutto il resto. Una di quelle cose che ti accorgi che ha gli occhi verdi – scusatemi le ripetizioni, ma ve l’ho detto, erano così e non voglio usare altre parole – e subito dopo noti che sono proprio verdi e semmai, dopo qualche minuto, magari mentre ci parli, li vedi ancora più verdi. Ma poi ci rifletti. E capisci che alla fine ha proprio gli occhi verdi e che c’è poco da fare. E intanto la conversazione va avanti e tu vedi solo quello. Poi torni dai tuoi amici che non ci credono che stavi parlando con quella strafiga e ti chiedono cosa vi siate detti. E tu puoi solo dire che ha gli occhi verdi.
Ecco, questo è il modo in cui io mi prendo le cotte.

Era la terza sera ed eravamo appena tornati all’albergo, verso mezzanotte. Stavo rientrando in camera da solo, quando la vidi per il corridoio. Fu lei ad avvicinarmi.
– Ciao Eddy, come stai?
– Ciao Vi… Bene dai, tu?
– Bene. Che combini?
– Nulla di che, tu?
– Allora se non fai niente seguimi, che le mie compagne dormono già tutte.
– Dove?
– Che te frega, vieni e basta.

In effetti non me ne importava nulla. Mi bastava andare con lei. Così uscimmo dall’hotel e andammo sul retro, dove c’erano delle panchine di fronte a un parco giochi per bambini. Tremavo dal nervoso, ma la cosa era facilmente giustificabile visto il freddo.
Ci sedemmo e lei tirò fuori una canna.
– Fumi? – mi chiese.
– No grazie, non fumo nemmeno sigarette.
– Sì che fumi, te lo dico io.
– Ma…
– Avevi detto che mi avresti seguita no ?

Così la accese. Faceva una puzza tremenda, tipo di rosmarino. Poi me la passò e mi insegnò a fumare. I risultati furono molto limitati: tosse, confusione, tosse, vista appannata e tosse.
Parlammo di un sacco di cose, con un andamento piuttosto lento e catatonico. Cose del tipo “eh la vita…”, “sarebbe bello se…”, “ma non ti piacerebbe un mondo dove…?”. Devo ammettere che in fondo mi sentivo bene. Più per la sua presenza che per tutto il resto.
Poi mi disse che doveva farmi vedere una cosa e mi portò dentro una casetta dei giochi per bambini.
Ecco, quello col cazzo che me lo dimentico. Si tolse il maglione, così la maglietta e il reggiseno. Poi mi baciò. Dire che fossi vittima degli eventi era poco. Dire che fossi l’uomo più felice della terra era pochissimo.
Fece tutto lei. Mi spogliò, mi mise le mani nei punti giusti, mi salì sopra e mi cavalcò. Quanto è durato? Per le sue amiche due minuti, per lei cinque, per me quindici, per i miei amici mezz’ora.
Nei giorni seguenti non mi rivolse più la parola, manco mezzo saluto. E devo dire che questo faceva di me un vero tombeur de femmes, uno che le prende una notte e poi addio. Agli occhi degli altri.
Nella mia testa avevo assaporato per una sera la ragazza che desideravo, pensavo di averla conquistata e invece sembrava fosse stato solo un gioco senza risultati. Io avrei voluto rivederla, parlarci di nuovo, uscirci.

Al rientro dalla gita la avvicinai per chiederle spiegazioni. E purtroppo arrivarono.
Tipo mezzo secondo fa vi ho detto che sembrava fosse stato solo un gioco, giusto? Ecco, aveva pure un nome. Si chiamava ”sblocca il primino”. In pratica le ragazze più grandi e – consentitemi – anche un po’ più zoccole, sceglievano uno del primo anno e dovevano sverginarlo. Fine. Vi aveva vinto la sfida. Anche a mani basse visto quanto mi piaceva.

Ma veniamo ai giorni nostri. Quello che è successo nel frattempo è che non ho mai più scopato. E n’è passato di tempo. Ora ho diciannove anni. Ho anche avuto più occasioni per farlo, ma non mi si alza. Non c’è verso. Io mi trovo lì con una donna e va tutto bene, ma quando si tratta di fare il passo in più… beh non c’è la minima risposta. Così sono andato da uno psicologo ed ecco la diagnosi: coitofobia.
– Signore, lei ha subito un trauma e ora è coitofobico. Ha paura del sesso. Il suo problema non è l’erezione in sé, ma avere rapporti con qualcuno.
– Bella roba.

Aveva ragione però. In effetti, in questi cinque anni, ho fatto una sola cosa: mi sono massacrato di seghe. Pensando a Vi, sempre, dalla prima all’ultima. Che poi la penso anche in altre occasioni. Tipo un po’ quando mangio, un po’ prima di addormentarmi, un po’ mentre ascolto la musica. Diciamo che in quei momenti quotidiani, dove magari non hai da concentrarti troppo su qualcosa, un po’ per vizio e un po’ per piacere, penso a lei.
E l’ho anche chiesto allo psicologo:
– Secondo lei, se mi trovassi in quella situazione di nuovo con Virginia, ce la farei?
– È possibile, ma non glielo posso assicurare. In genere si procede con una serie di sedute.

Ma io nella terapia a lungo termine ci credevo meno di zero ed ero convinto che l’unica chiave fosse rifarlo con lei. Della serie che se sei per una strada senza vie d’uscita l’unica cosa da fare è ripercorrerla all’indietro.
Così decisi di provare. Avevo ancora il suo numero di telefono. La chiamai.
– Pronto? Chi è?
– Ciao Vi, sono Eddy.
– Eddy?
– Quello della gita ad Amsterdam.
– Oh cazzo! Che c’è?
– Voglio vederti.
– Scusa?
– Voglio vederti.
– Per?
– Non ha importanza. Ci sei stasera?
– Boh sì…
– Allora vieni al parco vicino alla piscina alle dieci.
– Ma mi puoi spieg…
– A dopo, ciao.

Ora mancano dieci minuti all’appuntamento. Sono su una panchina e nello stomaco ho una pastiglia di Viagra che ho rubato dal cassetto a mio padre. Insieme alle altre due che tengo nella tasca della giacca.
Eccola che arriva. È ancora verde come un tempo.
L’amico Fritz che ho in mezzo alle gambe sembra non rispondere agli stimoli farmacologici, ma io oggi devo chiavare per forza. Fosse anche uno stupro. Prendo le altre due pilloline blu e me le calo prima che lei possa capire cosa stia facendo, pentendomi di non essermi portato una bottiglietta d’acqua.
– Ciao Eddy! – tremo di nuovo.
– Ciao Vi, come stai?
– Me la cavo. Dimmi, che succede? Perché hai voluto vedermi?
Mi gira la testa e il cuore bussa sul petto come uno che è rimasto chiuso fuori casa. Non posso restare seduto con lei in piedi, le darei un senso di superiorità e oggi devo comandare io. Così mi alzo, nonostante la scarsa risposta delle gambe.
– Ora ti spiego tutto, ma prima vieni con me che devo mostrarti una cosa. – Dite che è da stronzi riciclare le frasi di altri? Dite che lo è sopratutto se le si riusa con chi le ha dette la prima volta? Possibile, vi dico io. Ma a me basta avere qualcosa che funzioni. Se per farcela dovessi prendere a pugni mia madre lo farei. Dopo la medicherò. Ma io una vita di castità costretta non la voglio. Manco fossi una donna islamica.
– Va bene – mi dice. E accenna un sorriso tanto falso quanto diffidente. Poi mi poggia una mano sulla guancia. – Ti senti bene? – riprende – ti vedo un po’ pallido.
Non faccio in tempo a risponderle che sento le gambe cedermi, la vista si offusca fino al buio totale e vado giù secco. La sento lontana, che mi urla di svegliarmi e invoca aiuto. Poi neanche più quello. Solo silenzio.

Non so cosa sia successo, ma ora sto riaprendo gli occhi e vedo le mie gambe coperte da un lenzuolo bianco. Ho una cannula infilata nel braccio e sento un ticchettio robotico. Qualcuno mi tiene la mano. Alzo gli occhi.
– Vi… dove sono? – credo di non aver mai avuto la voce così debole in vita mia.
– Sei in ospedale.
– Ma che è successo?
– Sei svenuto e non ti riprendevi, così ho chiamato l’ambulanza. I medici parlano di arresto cardiaco.
Sia maledetto il Viagra.
– E mia madre dov’è?
– È andata a casa a dormire un’oretta. Arriverà dopo.
Ma perchè è rimasta qui, a guardare un tipo a occhi chiusi e a tenergli la mano? Non mi pare la domanda giusta da fare, ma qualcosa significa. Spero.
Così le sorrido. Un po’ per coprire i miei dubbi, un po’ perché se lo merita. Ancora un altro po’ perché mia madre non c’è e lei ha sonno, ma fa finta di nulla.
– Sei dolce – mi dice. E si avvicina.
Schiocca un bacio tanto rumoroso quanto delicato sulle mie labbra rinsecchite e mi fissa. L’ECG si velocizza e percepisco uno strano calore salirmi dalle cosce fino al basso ventre.
Le sposto la mano sulla mia pancia.
– Vi.
– Dimmi.
– Ce l’ho duro.

Un racconto di Thomas Tramarin

Illustrazione di Federico Bressani

 

 

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