Che il fuoco non ha distrutto

Vien era diventato cattolico perché era l’unico modo per diventare qualcuno, così gli aveva detto il padre. La famiglia l’aveva spinto nelle braccia del Vinh-Long: l’istituto educativo cattolico per la formazione della nuova classe dirigente della Repubblica del Vietnam del Sud, di cui Vien doveva essere la stella.

Hùng, il padre, indicando il piccolo fratellino Diêm, gli diceva ogni giorno “Rendilo fiero di te, studia, prega e fa’ che Dio ti ami più degli altri”.

Era il 1958 e Vien, guardando la foto del Presidente Diêm, recitava il pater noster nella sua piccola stanza. Tutti gli abitanti di Saigon avevano ricevuto, dalla milizia cattolica, la Sua icona. E tutti, inginocchiandosi, ammiravano il Suo volto. Giungevano le mani e chiedevano del cibo, sottovoce, il benessere per la loro famiglia, un fuoco caldo che non si sarebbe mai spento. Perfino i buddhisti, che più di tutti lo osteggiavano, erano obbligati ad averne l’icona all’interno dei monasteri. Vien non capiva il malumore di quella grande fetta del popolo.

Il Presidente aveva spodestato l’imperatore tiranno per fondare la Repubblica del Vietnam del Sud, combatteva duramente il regime di Ho Chi Minh e scovava nugoli di spie comuniste nascoste soprattutto nelle file dei buddhisti. Che i monaci non volessero il bene della Patria? E che problema c’era se proprio il bene della Patria era racchiuso nelle braccia vigili e forti di nostro signore Gesù il Nazareno?

Il Presidente, da una parte appoggiato degli Stati Uniti D’America e dall’altra dalla Santa Sede, sotto lo sguardo benevolo di Dio Onnipotente, rendeva grande il Vietnam sconfiggendo i rivoltosi comunisti.

Al quinto anno del Vinh-Long, Vien era riconosciuto da tutti come il migliore studente dell’istituto e, quindi, dell’intero stato. Il preside e tutti gli altri preti dediti all’insegnamento gli prospettavano un futuro certo all’interno dei vertici statali. Vien si limitava a sorridere, a chinare il capo, quando riceveva dei complimenti, con gli occhi pronti a scorgere un sorriso del padre, che non arrivava mai.

I suoi risultati accademici suscitarono anche la stima del Presidente che, durante la parata per l’anniversario del settimo anno dalla fondazione della Repubblica, gli conferì una medaglia al merito. L’esercito aveva marciato fiero e imponente salutando il corpo di stato e la bandiera vietnamita posizionata sopra a quella della Santa Sede. In quell’occasione Vien aveva salito, con gli occhi tremolanti, gli scalini verso il Ministro degli Interni, alle cui spalle poteva osservare il Presidente Diêm colloquiare con il suo venerabile fratello, il Cardinale e Governatore della città di Huê. Tornato a sedere tra i suoi familiari, il padre gli aveva sussurrato all’orecchio “Hai la stima mia e di tutti i nostri antenati, ora”.  Vien lo considerava il giorno più importante della sua vita, fino a oggi: undici gennaio 1963.

Bruciano i monasteri buddhisti. Bruciano i villaggi che rifiutano la conversione, bruciano coloro che non abbracciano Dio.

Brucia Saigon.

Il presidente fa quel che può: nuove leggi di natura cattolica per rassicurare la popolazione, cristiani sono i nuovi politici e i poliziotti e i capi dell’esercito, eppure il fuoco non si arresta.

Fuoco esce dai fucili a Huê durante la festa del Vesak, quando i buddhisti scendono in strada a manifestare; il fuoco ne colpisce nove, spegnendoli. Dicono siano stati i Viet cong. Vien, per la prima volta, non ne è convinto.

Fuoco è uscito dai fucili a Huê durante la festa del Vesak, quando i buddhisti erano scesi in strada a manifestare; il fuoco ne ha colpiti nove, spegnendoli. Dicono siano stati i Viet cong.

Oggi Vien guarda una folla di monaci buddhisti raccolti in cerchio, sorvegliati da un gruppo di poliziotti. Deve andare a parlare con Lam Tieu Phan, il sotto segretario del ministro degli interni, gli deve dare un lavoro. Il padre lo ha fatto vestire, ha controllato personalmente il suo bagno. “Oggi è il giorno in cui cambierai il destino della famiglia”, gli aveva detto. Vien aveva chinato il capo, il padre, quando stava uscendo di casa, gli aveva dato una pacca sulla spalla, era trasalito. Ma ora non è importante, anche lui lo sa. Al centro del cerchio un monaco è seduto nella posizione del loto su di un cuscino per la meditazione e sgrana l’Akṣamālā di grani di legno recitando il mantra del Buddha (“Nam Mô A Di Đà Phật”). Il suo nome è Thích Quảng Đức, scoprirà di lì a poco Vien. Nel frattempo, alle spalle del monaco, un altro religioso gli rovescia su tutto il corpo una tanica di benzina. Lui non sembra accorgersene. Con la benzina che rimane nella tanica il monaco crea una scia allontanandosi. L’odore della benzina si mischia a quello di sudore e incenso che circonda i presenti. Sembrano tutti ricoperti di benzina. Tutti sono ricoperti di benzina. Vien sente quel lezzo salirgli dentro al naso, colargli lungo le ossa, frangergli nel petto.

Quando Thích Quảng Đức rimane in silenzio, l’untore accende il fiammifero. Immediatamente il fuoco lo raggiunge.

Appena la prima fiamma si propaga, tutti i monaci si prostrano, intonando litanie. Vien è il solo, insieme ai poliziotti, che rimane in piedi, impietrito.

Il fuoco brucia l’asfalto. Poi sale, ghermisce le gambe, lo sterno, le braccia, il collo e il viso.

Thích Quảng Đức brucia vivo e immobile. Non emette un suono.

Uno dei poliziotti lascia cadere il manganello e si inginocchia a terra col volto coperto dalle lacrime, le mani nei capelli, la bocca come una voragine infernale.

Thích Quảng Đức si è immolato per la libertà di religione, scoprirà di lì a poco Vien, che nei suoi studi non ha mai sentito parlare di libertà di religione, ma gli sembra una cosa giusta.

La piramide che è Thích Quảng Đức crolla all’indietro, ora il suo corpo è disteso sull’asfalto con le gambe ancorate nella posizione del loto.

Thích Quảng Đức brucia per venti minuti e, quando solo il fumo esce dalle sue ceneri, tutti i monaci si avvicinano.

Vien riesce a intrufolarsi fra le prima file, vede i resti. La pelle se n’è andata via, così come gli occhi e la lingua: rimane lo scheletro. E in quello scheletro, protetto dalla brace della cassa toracica, c’è il cuore intatto di Thích Quảng Đức. Che non è bruciato, che il fuoco non ha distrutto.

 

Illustrazione di Aisthesis

 

Giulio Fenelli

Giulio è romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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