Davide_Sofia Massalongo_Narrandom

Stanotte la luna è bellissima


22:00

 

«Lo sapevo, tutto pieno»

«Potete accomodarvi fuori»

«Grazie»

 

Sedie di ferro.

Stridio contro i sanpietrini.

Tengo lo sguardo basso sul menù.

 

«Cosa prendi»

«Una pizza»

«Grazie al cazzo»

 

Appoggio i palmi contro la griglia.

La fiamma artificiosa non riscalda.

Soffio nelle mani.

 

«Cosa posso portarvi, signori?»

«Per me una prosciutto e funghi»

«Una vesuvio, grazie»

 

La luna è dietro il campanile.

Lui apre il tovagliolo bianco, lo distende, lo accomoda sulle ginocchia.

Sbadiglia e guarda in là.

 

«Che è la vesuvio?»

«Con la burrata»

«Leggera»

 

Silenzi; acciottolio, brusio dall’altro lato dei portici, macchine che attraversano il viale.

Arrivano le pizze.

La mia è coperta di salsa, al centro c’è una burrata enorme, una sfera perfetta.

 

«Prima ho visto Davide e Clara»

«Perché non li hai salutati?»

«Non volevo fare confronti»

 

Incido il centro e il liquido bianco si sparge sul pomodoro.

Taglio, divido, sparpaglio filamenti di latte su tutta la superficie.

Ne assaggio un triangolo, è fredda.

 

 

21:00

 

Cammino davanti a lui.

Raggiungiamo l’altura trascinando i passi.

L’osservatorio è pieno.

 

«Quanta gente, cazzo»

«È bellissima»

«Certo»

 

Bambini con telescopi di carta e fotocamere di dita.

Coppie di innamorati sull’erba umida.

Qualche solitario dalla postura incerta.

 

«Non è mai stata così vicina alla Terra»

«Ah sì, la piccola astronoma»

«È bellissima»

 

Mi fermo al centro della radura.

Lui sposta il peso da un piede all’altro e inizia a lisciarsi la barba.

Si guarda intorno, accende una sigaretta.

 

È bellissima. È la cosa più bella che ricordo di aver visto.
Vorrei mettere le mani intorno agli occhi per vedere solo la luna e nient’altro.
Ma il suo modo di stare in piedi mi infastidisce. Il suo modo di starmi vicino mi infastidisce. Si tormenta la barba come se stesse tramando qualcosa. Se ne sta lì ingobbito, col mento in avanti, una mano in tasca. Mi sbuffa addosso sospiri di fumo. Voglio stare sola, qui e ora, dimenticare tutto.

Vedo avvicinarsi una coppia e li riconosco, vecchi compagni di università. Si fermano appena trovano uno spiazzo libero. Lei ride, lui la bacia, si abbracciano e guardano la luna.

Tornavamo dalla festa di fine corso, due anni fa.

«Siete l’unica coppia che forse può farci concorrenza, ragazzi, sul serio», aveva detto Davide mezzo ubriaco, stringendo una bottiglia con la mano destra e Clara con la sinistra.

 

«Andiamo via»

«Andiamo, tanto la luna l’abbiamo vista.»

«Era bellissima»

 

Scendiamo dalla collina a passi veloci.

Seguo la sua nuca con pochi capelli, ogni tanto mi giro e guardo in alto.

Mi stringo la pancia.

 

 

23:00

 

La burrata era enorme.

Una sfera bianca e perfetta.

Sgorgava lava bianca, freddissima.

 

Tre anni, il cortile dell’università, astronomia e antropologia.

Dove c’è uno c’è l’altra, diceva Davide.

Fatti per stare insieme.

 

Ho freddo nello stomaco.

Ho la schiena appoggiata contro un lampione.

Ho in bocca il sapore del latte.

 

Qualcosa preme nel petto, mi strozza la gola.

Sento la fronte sudata, le gambe che tremano.

Vomito bianco sull’asfalto.

 

Insieme da tre anni; perché lo amavo, perché parlavo solo con lui, da quando è entrato nella mia vita, quando si è seduto sui miei silenzi, così tutte le parole sono uscite di getto, perché ci amavamo, quando eravamo attratti – dove c’è uno c’è l’altra – dopo mesi a girarci intorno, a cercarci, a disegnare ellissi impazzite, prima che iniziassero la rotazione e la rivoluzione, quando lui amava un’altra e quando guardavo la luce della sua finestra spegnersi, e poi il cellulare, e aspettavo per settimane, finché non ho provato a staccarmi dalla sua orbita ma il legame era troppo forte, la sua massa troppo ingombrante, la mia volontà così leggera che veniva zittita da un suo cenno svogliato, la solitudine spaventosa, allora ho iniziato a voltare lo sguardo, a replicare luci e zone d’ombra, nel buio della sua camera, mentre dormiva, alzarmi a camminare per una casa che non era la mia e non era la nostra, perché mi infastidiva il suo essere lì presente, il borbottio del suo respiro, la posizione scomposta delle sue braccia, lo amavo ma non glielo dicevo e lo odiavo ma non glielo dicevo e mi odiavo per poi andarmene via, piangere da sola per rispondere Bene a Come stai e Niente a Cosa fai, finché abbiamo smesso di fare domande, di progettare, di alimentare desideri, perché adesso mi dà fastidio ogni cosa che non posso fare a meno di vedere, il suo modo di muoversi nello spazio, il suo modo di guardare me e gli altri e le cose che condividiamo, l’indifferenza con cui si gira tra le lenzuola per darmi le spalle, le dita fredde e le labbra screpolate, il suo essere il mio centro e io il suo satellite, la gravità del nostro legame collassato in una lista di subordinate instabili, di una sintassi così complicata – di bugie relative e promesse temporali, di prospettive limitative e incomprensioni avversative, di progetti incidentali e recriminazioni causali – da schiacciarmi.

E poi il silenzio.

 

Pulisco la bocca. Mi abbraccio la pancia.

 

 

00:00

 

Stanotte sono sola; non è mai stata così vicina, la luna: è bellissima.

 

 

Illustrazione di Sofia Massalongo

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

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