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Il colore di Torino

Nessuno le aveva mai detto che Torino potesse essere rosa. Ci aveva trovato molti colori: l’arancione sbiadito dei palazzi della periferia, il bianco degli edifici del centro, il marrone della Dora, tutta diversa dal Po lungo e verde, il rosso delle tende delle bancarelle di Porta Palazzo. Ma rosa no. Di rosa non ci aveva mai trovato niente.

E invece quella mattina il colore stava scendendo dall’alto, dalla Basilica di Superga, e si allargava sulla città abbracciandola tutta. Se non fosse salita sul monte dei Cappuccini di corsa, alle cinque di mattina, se lo sarebbe persa.

Erano tante le cose che si era persa, a Torino, anche se in quei due anni si era continuamente ripetuta che non voleva perdersi niente.

Non era mai salita sull’ascensore della Mole.
Non aveva mai fatto il tour notturno della Torino esoterica.
Non era mai andata a fare un apericena in piazza Vittorio.
Non si era mai allontanata abbastanza per visitare il Castello di Rivoli.
Una lista di cose che, fino al giorno prima, pensava avrebbe avuto ancora molto tempo per fare.

Intorno a lei un gruppo di spagnole si faceva selfie senza riuscire a inquadrare bene la punta della Mole, tre ragazzi si schizzavano dalla fontanella e intanto bevevano l’ultima birra della serata, una coppia seduta su una panchina si teneva per mano guardando in punti diversi. Lei li osservava tutti, come se anche loro fossero lì per salutarla e allo stesso tempo come se lei fosse lì per salutare loro, scusandosi per non averli incontrati prima. Scuoteva leggermente la testa: c’era più gente lì alle 5 di mattina che alle 5 del pomeriggio. Un’altra cosa di Torino che aveva scoperto troppo tardi.

Quando si era trasferita non immaginava che si sarebbe affezionata così tanto alla città, a quella storia secondo cui ci si innamora dei posti non ci aveva mai creduto: sarebbe andata, avrebbe finito l’università, avrebbe conosciuto persone nuove, e poi sarebbe tornata a Milano, senza addii o lacrime. Ma non sempre le cose vanno secondo i piani, Torino le aveva insegnato anche questo.

Si sedette sul muretto e sfilò leggermente i talloni dalle scarpe, i tacchi le facevano male, aveva ballato tutta la sera e mettersi a correre nell’erba forse non era stata una grande idea, ma ad un certo punto le era venuta fretta, come se la cima del monte fosse stata un pullman in partenza e lei stesse rischiando di perderlo.

Nelle orecchie aveva ancora la musica di Cosmo, che diceva “bello” con quell’apertura vocalica che non sarebbe mai riuscita a replicare, quella “e” troppo stretta e quella “o” troppo larga per stare così vicine, che in due anni aveva imparato a distinguere come certificazione di torinesità.

Il gruppo degli amici che aveva lasciato all’inizio della strada per salire sul monte la raggiunse lentamente, qualcuno sbadigliando, qualcuno con ancora la musica addosso; nessuno di loro era stato abbastanza attivo per mettersi a correre dietro di lei, ma l’avevano seguita lo stesso. Si appoggiarono al muretto uno accanto all’altro: era l’ultima sera che avrebbero passato tutti insieme, poi qualcuno sarebbe tornato a casa, avrebbero cercato un lavoro, cominciato una vita diversa.

Per due anni si era illusa che fosse quella, la vita, che sarebbe rimasta così per sempre, e tutto quello che poteva fare, ora, era trovare un modo perché l’ultima sera, la sera dell’ultima festa, durasse più a lungo possibile.

Il rosa nel cielo era sempre più forte, seguito da sprazzi di azzurro, qualche macchina cominciava a uscire dalle case, qualcuno era già in giro in bici, o forse come loro stava solo cercando una scusa per ritardare il rientro a casa.

Con gli occhi indicò tutti i posti che avrebbe ricordato.
Il parco del Valentino, dove aveva visto il primo e unico scoiattolo della sua vita.
Il circolo dei Canottieri, con la musica che piaceva a lei.
Piazza Vittorio, che qualcuno le aveva detto essere una delle tre piazze più grandi d’Europa, ma lei non aveva mai controllato.
La Mole, in una via così stretta che a guardare la cupola si era sentita schiacciata.
Piazza Castello con la fontana a pavimento che era partita all’improvviso lavandola dai piedi alla testa.
Porta Palazzo, il mercato in cui tutti i venditori le sorridevano, sempre.
La mongolfiera del Balon, che ogni volta che la vedeva salire sperava si rompesse il cavo d’acciaio per guardarla volare davvero.

Dopo la mongolfiera c’era la Dora, e dopo la Dora il suo appartamento, e nell’appartamento la sua stanza, con le mensole vuote e gli scatoloni pieni.
Il suo treno sarebbe partito poche ore dopo, aveva ancora un sacco di cose da sistemare, controllare di aver preso tutto, farsi una doccia, restituire le chiavi al proprietario.

I suoi amici le si avvicinarono e si abbracciarono tutti insieme, uno accanto all’altro: la mongolfiera partì per il suo primo volo affiancandosi al sole che splendeva di giallo in un cielo che oramai di rosa non aveva più quasi niente. I suoi occhi si erano aggrappati a quelle sfumature con così tanta forza da rivederle ogni volta che avrebbe sentito dire che Torino era grigia: “Torino è rosa”, avrebbe risposto. Ma questo ancora non lo sapeva, e si stringeva più forte che poteva nell’abbraccio con i suoi amici, mentre il cielo diventava definitivamente azzurro. Il campanile suonò sei rintocchi.

La notte era finita.

 

Illustrazione di Matteo Perdon

Sissi Decorato

Sissi nasce, cresce e si laurea a Milano. Poi cambia idea e si trasferisce a Torino. Ama fare piani per il suo futuro e farli saltare; parlare di Dickens e leggere Sopie Kinsella di nascosto; i vestiti eleganti, ma solo se abbinati a scarpe eccentriche.

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