Narrandom_Giulio_Perdon_Blog di racconti

Il colore che sono

Nel 1859, Jean Couleur comincia a frequentare il Café Guerbois, luogo di ritrovo dei pittori più celebri di Parigi: Manet, Monet, Pissarro. Si siede alle spalle degli impressionisti per carpirne i precetti: la luce, il movimento, la centralità delle emozioni del pittore. Tutto gli appare luminoso, vivo e decide, da quel giorno, che sarebbe diventato uno di loro. Nella sua camera, ricoperta di quadri e tavolozze, Jean dipinge paesaggi, laghi e stazioni ferroviarie. Con pennellate cariche di colore traccia, senza definirle, spirali di vento e miscugli di capelli che si espandono sulla tela mischiandosi al resto degli elementi. La composizione è un turbine di colori che esprime movimento, un paesaggio che ingloba il soggetto e la sua cromia.

Allora inizia a sedersi al tavolo accanto a quello degli impressionisti, qualcuno dei quali lo saluta con cenni frettolosi. Indossano cappelli verdi e Jean se ne fa confezionare uno dal sarto, parlano dell’unione dei colori e dell’importanza del sentimento dell’artista e Jean prepara tinture nuove e inizia a innamorarsi di tutto, spiegano la centralità del moderno e Jean inizia a passare intere giornate ai café di tutte le gares di Parigi.

In questo periodo conosce Marie, la figlia del panettiere. Va a comprare pagnotte da lei anche quando non gli servono ― si fa amare da piccioni e clochard― si offre di abbellire le pareti del locale, di rifare la vecchia insegna. E quando riesce a rubarle il primo bacio, velati da una nuvola di farina, Jean si innamora. Un mese dopo chiede al fornaio la mano della figlia.

Sposati, i due si trasferiscono in una piccola mansarda vicino al forno. Sopravvivono vendendo qualche quadro e preparando pagnotte, figli non ne nascono, né ne nasceranno. Si amano sul divano, sul letto e sul tavolino della cucina, i loro baci fanno fondere la Senna col cielo, intrecciare i rami degli alberi con quelli delle navi, nascondere i fumi delle fabbriche nelle nuvole. Vivono di amore e pane attraversati dall’odore di acqua ragia che ristagna nella casa; si muovono lenti nelle braccia dell’altro, mischiandosi e penetrandosi; le coperte, che riscaldano i loro corpi, sono la cornice che li racchiude; gli occhi di Marie diventano la vista di Jean che dipinge incessantemente raffiche di colori, i due respirano la stessa aria, si scambiano le cellule e i capelli e le mani di lui diventano le diramazioni di quelle di lei, che impastano il pane felici; si stringono negli inverni ghiacciati e si allontano, se non per le loro dita, protese le une verso le altre, nelle estati torride; si amano, lo sanno e per questo si amano di più.

 

Jean entra in casa. Appende il cappello all’ingresso e si dirige in cucina. Ora abitano in una casa più grande. È diventato un critico d’arte. Dà un bacio sulla fronte di Marie, che sta cucinando. A cena, i due non si scambiano che qualche breve parola. Finito di mangiare Jean si prepara a dipingere. Davanti alla tela si blocca. La donna che sta ritraendo non la riconosce, eppure è la moglie. Rimane lì. Fermo. In piedi. Col pennello in mano. Alla fine si sdraia sul divano e si addormenta.

Grazie a un amico conosce Georges Seurat. I due si scambiano molte missive. Il pittore gli presenta Paul Signac. Jean è affascinato dai loro quadri. “Ciascun colore è influenzato da quello accanto e quindi i colori non dovranno essere mescolati”, gli dice Seurat in un café parigino. “Anche le persone?”, gli chiede il critico. Il pittore non risponde.

Jean porta i due pittori a cena a casa. I tre non prestano attenzioni alle condizioni di Marie, che si sta ammalando. Non prepara più il pane. Lo va a comprare. Il padrone di casa mostra agli ospiti i suoi quadri. I due non rimangono particolarmente colpiti.

Jean decide di diventare un puntinista.

Usa come modello la moglie malata. Marie è costretta a rimanere immobile per ore. Ha la tosse. Quando deve alzarsi o andare in bagno, il marito si arrabbia. Urla.

Gli ci vuole un mese per terminare il primo quadro. Una donna che guarda il mare. Jean schiaccia, delicatamente, il pennello per tutto il profilo della moglie. Poi schiaccia il pennello, bagnato nel verde, per fare il parco. Schiaccia il pennello, bagnato nel blu, per fare il mare. L’acqua è ferma. Le onde non stanno franando. Quella nave è all’ancora nonostante le vele spiegate.

Jean non frequenta più il Café Guerbois. Ora, va in visita da Seurat una volta la settimana. Gli porta i suoi quadri. Il pittore dice che sono troppo piccoli. Lui li fa più grandi. Seurat gli dice di usare un pennello più piccolo. Jean compra il più piccolo che esiste a Parigi.

Ora impiega quattro mesi per completarne uno. La moglie, nonostante l’emottisi, gli fa da modella.

I suoi quadri rappresentano persone tra loro distanti. Anche gli elementi sono lontani. Ma i contorni sono precisi. I colori risaltano. Tutto è immobile.

Quando Marie sviene, Jean è costretto a chiamare il dottore. Il medico dice che deve rimanere a letto. Ferma. Jean pensa al suo prossimo quadro: “Femme au lit”.

La stanza è illuminata solo da un lume vicino la porta. Marie è stesa sotto le coperte. Jean, su di una tela molto grande, la sta ritraendo. Passa una settimana. I due si nutrono di minestra e pane raffermo. L’uomo si occupa solo del quadro e di sua moglie. È riuscito a termine solamente lo sfondo. Adesso inizia a ritrarre la moglie. Schiaccia il pennellino, bagnato di marrone, per farle i capelli. Passa una settimana. Schiaccia il pennellino, bagnato di nero, per farle il neo sotto l’attaccatura della cute. Passa un’altra settimana. Ha puntinato di rosa il suo viso. Dopo sette giorni decide di usare un rosa più spento.

Quando Marie inizia a sputare sangue, Jean spalanca gli occhi e la fissa.

Quando lei gli chiede aiuto, Jean abbassa lo sguardo. Quando la moglie prova inutilmente ad alzarsi, Jean cambia pennello, prende il più grande che ha.

“Aiutami”, gli dice Marie.

Jean rimane immobile davanti alla tela e dipinge, non sente le sue mani muoversi in gesti ampi e lenti; non percepisce lo scorrere dei giorni; non si accorge della luce della lampadina che inizia a tremolare; rivoli di sudore e crampi si fanno largo nel suo corpo, ma lui non ci bada, muove solo la mano muove solo il pennello che è colmo di nero il suo respiro è regolare non ha sentito la moglie morire affogata nel proprio sangue non ha sentito la sua mano rovesciare le foto sul comodino non ha sentito il campanello della porta non ha sentito l’odore delle feci uscite dal cadavere della moglie non ha avvertito i suoi pantaloni bagnarsi di urina puzzare di merda che gli scende per le cosce e i polpacci e che va a formare una macchia sul pavimento marrone e gialla la sua mano si muove precisa occupa ogni porzione di tela e quando dopo che nella notte la lampadina si è fulminata il sole ha fatto capolino dalla finestra e lui si ritrova non sapendo perché a osservare una tela completamente nera imbevuta di nero che trasuda il colore con davanti al corpo della moglie che puzza di cadavere e di piscio e di merda col viso sporco di sangue e la bocca immobile in un grido inascoltato Jean piange prende l’acciarino e si dà fuoco.

 


The color I am

 

In 1859, Jean Couleur starts frequenting the Café Guerbois, the meeting place of the greatest painters in Paris: Manet, Monet, Pissarro. He sits behind the impressionists to understand their precepts: light, movement, the centrality of the painter’s emotions. To him, everything looks vivid, alive and he decides, on that day, that he is going to become one of them. In his room, covered with paintings and palettes, Jean paints landscapes, lakes, and railway stations. With paint-loaded brush strokes he traces blurred whirlwinds and entangled hair that expand on the canvas and blend with the other elements. The composition is a swirl of colors expressing movement, a landscape that incorporates the subjects and their hues.

Then, he sits at the table next to the impressionists’, some of which greet him with hasty gestures. They wear green hats, and Jean has his tailor make him one; they talk about the union of colors and the importance of the artistic sentiment, and Jean prepares new colors and starts falling in love with everything; they explain the central role of modernity, and Jean begins spending whole days at the cafés of all the gares in Paris.

At that time he meets Marie, the baker’s daughter. He goes and buys bread rolls in her shop even when he does not need any― the pigeons and the homeless love him― he offers to paint the walls of the bakery, to make a new store sign. And when he manages to steal a first kiss from her, surrounded by a cloud of flour, Jean falls in love. A month later he asks the baker for his daughter’s hand.

Once married, they move into a small attic near the bakery. They survive by selling a few paintings and baking bread rolls. They don’t, and won’t, have any children. They make love on the couch, on the bed and on the kitchen table. Their kisses make the Seine fuse with the sky, tree branches twine with boat masts, factory fumes hide in the clouds. They live on love and bread pervaded by the stagnant smell of paint thinner in the house. They move slowly in each other’s arms, intermingling and interpenetrating. The blankets, which keep their bodies warm, are the frame that holds them close. Marie’s eyes become Jean’s sight who ceaselessly paints flurries of colors. The two breathe the same air, swap cells and hair, and his hands become the extension of hers’ which knead bread, cheerfully. They cling to each other in freezing cold winters and part, except for their fingers, reaching out for one another, during sweltering summers. They are in love, they know it and for that reason they love each other more.

 

Jean comes home. He hangs his hat in the hallway and goes to the kitchen. They live in a bigger house now. He has become an art critic. He kisses Marie on the forehead; she’s cooking. At dinner, they exchange no more than a few words. After the meal, Jean gets ready to paint. In front of the canvas, he feels stuck. He does not recognize the woman he is portraying; yet, it’s his wife. He stands there. Still. With the brush in his hand. Finally, he lies on the couch and falls asleep.

Through a friend, he meets Georges Seurat. They exchange many letters. The painter introduces him to Paul Signac. Jean is captivated by their paintings. In a Parisian café Seurat tells him, “Each color is affected by the color next to it, thus colors must not be mixed”. “Is it also true for people?”, the critic asks the painter. But the latter does not answer.

Jean invites the two painters for dinner. The three of them don’t pay any attention to Marie’s condition. She is getting sick. She does no longer bake the bread. She buys it. The host shows his paintings to his guests. The two are not particularly impressed.

Jean decides to become a pointilliste.

He uses his sick wife as a model. Marie is forced to stay still for hours. She coughs. When she needs to stand up or go to the toilet, her husband gets angry. He shouts.

It takes him a month to finish the first painting. A woman watching the sea. Jean delicately presses the brush on the canvas along his wife’s profile. Then, again, he presses the brush, soaked in green paint, to make the park. He presses the brush, soaked in blue paint, to make the sea. The sea is motionless. The swell’s gone. The ship is still at anchor, despite its open sails.

Jean does not go to the Café Guerbois any more. Now, he visits Seurat once a week. He brings his paintings. The painter says they are too small. Jean makes them bigger. Seurat tells him to use a smaller brush. Jean buys the thinnest brush in Paris.

Now it takes him four months to finish a painting. His wife, despite suffering from hemoptysis, serves as his model.

In his paintings people stand far from each other. And objects too are far. But the outlines are sharp. The colors stand out. Everything is immobile.

When Marie faints, Jean is forced to call for the doctor. The physician says she needs to stay in bed. Still. Jean thinks about his next painting: “Femme au lit”.

 

The room is lit by a single lamp near the door. Marie lies under the blankets. On a very large canvas, Jean is painting her portrait. One week goes by. The two eat soup and stale bread. The man attends to nothing but his painting and his wife. He has managed to finish the background only. Now he starts to paint his wife. He presses the thin brush, soaked in brown, to paint her hair. One week goes by. He presses the thin brush, soaked in black, to paint the mole below her hairline. Another week goes by. He has dotted her face pink. After seven days he decides to use a duller pink.

When Marie starts spitting blood, Jean opens his eyes wide and stares at her.

When she asks for help, Jean looks away. When his wife tries to get up unsuccessfully, Jean changes the paint brush and grabs the largest one he has.

“Help me”, Marie begs him.

Jean does not move from the canvas and paints, he doesn’t feel his hands moving with wide and slow gestures; he does not perceive the passing of days; he does not notice when the lamplight starts to flicker; rivulets of sweat and cramps run through his body, but he does not care, he just moves his hand he just moves the paintbrush soaked in black his breathing is regular he has not heard his wife die drowning in her own blood he has not heard her hand knock the photographs on the bedside table over he has not heard the door bell ring he has not noticed the smell of the fecis coming from his wife’s body he has not felt his trousers get wet with urine foul with shit running down his thighs and calves and forming a brown-yellowish stain on the floor his hand moves exact covering every portion of the canvas and when after the lightbulb burns out during the night and the sun starts shining through the window without knowing how he finds himself looking at a completely black canvas drenched in black exuding paint in front of his wife’s body stinking of corpse and piss and shit with the face covered in blood and the mouth frozen in an unheard scream Jean cries takes a lighter and sets himself on fire.

 

Illustrazione di Matteo Perdon

 

Giulio Fenelli

Giulio è romano DOC. Da piccolo ha frequentato corsi di equitazione circense, tennis, sci alpino e appenninico, e nel tempo libero scriveva poesie. Poi ha conosciuto il whiskey e le sigarette, e alle poesie non ci ha più pensato. Sogna in piccolo: gli basterebbe scrivere il nuovo Notturno Cileno e timonare il suo Pequod.

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