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Il migliore dei soffioni possibili

Fai conto, amico mio carissimo, che non sei neanche lontanamente il più grande né il più piccolo tra gli esseri che abitano questo mondo. E fai pure conto che questo mondo, il tuo mondo, non è neanche lontanamente il più grande né il più piccolo tra i mondi che abitano le evenienze incalcolabili del vostro denso universo ubriaco.

Ti starai chiedendo adesso perché io ti stia dicendo queste cose, starai precisando a te stesso o agli altri che le sapevi già, che te l’hanno ripetute e ripetute ancora fin dai tempi della scuola. Starai supponendo quindi che io sia ubriaco, un alcolizzato sconosciuto in un universo pure lui ubriaco; vedi però, amico, sento come un odore di polvere e ragnatele da quassù, voglio scommettere che la percezione di quanto sia marginale la tua vita nel disegno complessivo di tutto il resto te l’abbiano sì concessa il giorno in cui hanno deciso di ridarti il naso, la mattina in cui tua mamma ha smesso di accompagnarti con la macchina a scuola, ma che a un certo punto tu, dopo aver sofferto, certo, per la clamorosa acquisizione, abbia di sicuro giudicato intollerabile questo lussuoso optional della comprensione delle cose e l’abbia trascinato di forza in soffitta, e poi ce l’abbia rinchiuso – nel vecchio mobile fatto a mano da tuo zio c’era un cassetto abbastanza vuoto, piuttosto resistente a dire il vero – recalcitrante lui, il cassetto o il suo contenuto, nella tua testa che ancora dopo tanti anni si dimena e di stagione in stagione te lo fa sentire che ci prova a uscire, ed è per questo che alza la polvere, ce n’è davvero troppa lassù di polvere e ben poca luce ma la finestra è in una posizione scomoda e non ti va di pulire, e poi sei allergico alla polvere e anche la luce in fin dei conti hai sempre pensato che ti facesse male, in definitiva sei allergico alla verità.

D’altronde beh, sì insomma, io ti perdono; chi di noi non è mai stato schiavo dell’estasi di fingersi immortale? Nel mio e nel tuo universo si passa presto alle sigarette, alla fine.

Vedi, amico mio carissimo, quello che sto cercando di dirti è che non devi aver paura. Potrai sentire certo le gambe tremare adesso che le sterminate catene montuose si spostano e il cemento armato dei palazzi e delle carceri si crepa; e quando il cielo si accartoccia sopra di te, da laggiù sembra un velo sottile di cartapesta, potrebbe venirti da urlare. Non farlo.

Piuttosto, sentiti vivo. Vai in soffitta e apri finalmente il cassetto in cui riposa quella straziante sensazione di impotenza, di marginalità assoluta e relativa, e fanne buon uso. Usala da spinta per continuare a esistere e vivi, finché c’è tempo, godi e vivi in nome della fine a cui non puoi scampare mai. Fai sempre conto che non sei neanche lontanamente il più grande né il più piccolo tra gli esseri che abitano questo mondo. E che questo mondo non è neanche lontanamente il più grande né il più piccolo tra i mondi che abitano le evenienze incalcolabili del vostro denso universo ubriaco. Un universo tanto piccolo da starsene in quel frutto di soffione che ho deciso adesso di far volare nell’aria tiepida di questa mia mattina d’estate, la fine del tuo universo, imminente, per me è una brezza flebile che mi scivola tra le labbra dai polmoni: una cosa semplice tutto sommato, come ce ne sono milioni.Ma non temere, amico caro, son sicuro anche io di vivere nel polline del fiore reciso da qualcuno di me troppo più grande. Io lo so che siamo tutti in un frutto di soffione, attaccati a un dente di leone aspettiamo di essere spazzati via dall’alito di vita proveniente da un altrove. Ma intanto sorridiamo e piangiamo e viviamo tutti noi sospesi e in prospettiva in contrasto con il cielo tiepido di una mattina d’estate.

Poi qualcuno ci coglie e ci soffia via; va così. E a noi non resta che farcene una ragione.

Illustrazione di Maria Durando

Luca Marinelli

Luca nasce tanto tempo fa in un carciofo alieno, a Roma sud. Per questo si è appassionato alla fantascienza. Vorrebbe vincere il premio Nobel per la pace e/o essere nero come il suo mito Barack Obama.

 

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