Davide_Gabriele Panteghini_Narrandom_Blog di racconti

La vasca delle calle

L’acqua scorre tra le sue gambe; la mano risale il corpo – indice e medio sfiorano l’ombelico poi carezzano il seno sinistro – si alza oltre il pelo dell’acqua e tocca le piastrelle: il velo di vapore si sta già sciogliendo.

Daniele apre la porta. Cristina scatta e si mette seduta, raccoglie le ginocchia al petto e chiude il soffione della vasca. Il marito è appoggiato allo stipite, con un piede incrociato all’altro, nudo. La luce lo colpisce di sbieco dalla finestra che affaccia sul giardino e dà al suo corpo una limpidezza, una precisione di forme, un’eleganza che fino a una settimana prima Cristina riusciva a trovare affascinanti senza provare uno spietato senso di vergogna: l’addome piatto e tonico, il petto ricoperto di peli biondi e sottili, le ciglia lunghe con qualche ciocca di capelli davanti, la prominenza delle spalle e dei bicipiti, le vene appena tratteggiate che portano a mani magre, dalle dita affusolate, capaci di bramosia come di quella delicatezza che l’aveva fatta innamorare.

Le viene il sospetto che voglia farsi guardare fino a cogliere un segnale di desiderio sul suo volto, o il suo permesso, ed ecco che il marito si avvicina, scavalca il bordo della vasca, poi il suo corpo; il cazzo è già eretto verso di lei all’altezza del viso.

Dopo un istante Daniele si immerge. Cerca di far combaciare ogni parte dei loro corpi. Si spinge tra le sue gambe, la fronte premuta contro la sua. E mentre il respiro di lui si fa più frenetico, insieme al ritmo dell’acqua che sbatte contro le pareti della vasca, lei irrigidisce le cosce, gira la testa di lato, chiude gli occhi sul vaso di calle – i bordi frastagliati dei petali.

 

Era partito lo scorso giovedì: un lavoro importante, aveva detto, e nella sede di Milano c’era aria di promozione. Si erano trasferiti nella villa da meno di un mese, ancora operai e imbianchini lavoravano tutti i giorni per rifinire le stanze secondo le indicazioni di Daniele.

A partire da sabato, Cristina si era arresa al pensiero di sentirsi sola. La casa era grande, ancora vuota e impersonale, e la presenza degli operai la tediava: sembrava di vivere in un cantiere sempre aperto, in un costante senso di precarietà. Seduta ai piedi del letto, vedeva la polvere e le loro ombre sporcare il corridoio, i loro brusii e sospiri contaminare l’aria di un presagio stantio.

Il giardino era l’unico luogo che riuscisse a rasserenarla. Passava i pomeriggi sulla sdraio, col suo cappello di paglia, a sfogliare riviste svogliata e prendere il sole e guardare le aiuole in fiore, le siepi, l’acero rosso, gli arbusti e le calle che ornavano il viale – principale occupazione di Greta. Così, scoprì, si chiamava la ragazza che curava il giardino, una sera che le chiese di fermarsi a bere qualcosa di fresco. L’offerta si ripresentò più volte, dopo e durante l’orario di lavoro. Cristina usciva con un vassoio d’argento e due bicchieri scintillanti di limonata; ne offriva uno a Greta che beveva con foga, scoprendo il collo e la curva della mandibola, e lei sorseggiava il suo mentre la guardava lavorare con una sinuosità nei movimenti che trovava quasi fiabesca. Aveva la pelle lucida sotto la divisa verde e i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, i suoi occhi azzurri sembravano penetrare lo scudo degli occhiali di Cristina.

Poi saliva in casa e si immergeva nella vasca. Riscoprì il piacere di un lungo bagno caldo, come era solita fare da ragazzina. Avvicinava il bacino verso il soffione e lasciava che l’acqua le cadesse in mezzo alle gambe. Le piaceva la delicatezza di quella pioggia, dei rivoli che le carezzavano la vagina: le davano un brivido caldo, un conforto soffice e raro.

Un pomeriggio, alzandosi dalla vasca, vide la ragazza innaffiare le calle giù in giardino: il soffione della canna bagnava quei petali picchiettandoli d’acqua – sembravano sussultare.

Due giorni più tardi, Greta raccolse un mazzo di calle, le legò con un nastro viola e le porse a Cristina. I pistilli gialli erano ammantati dai petali bianchi venati di rosa.
Greta si fece avanti, le prese una ciocca di capelli, se la rigirò tra le dita e gliela sistemò dietro l’orecchio. Baciò Cristina.

Il giorno dopo la raggiunse in bagno, già completamente nuda. Sul ripiano, in un vaso di cristallo, erano in bella mostra le calle – gli steli rigidi, i petali come in ascolto, complici.

L’acqua era calda e profumata. Greta si adagiò accanto a lei e iniziarono a baciarsi, mordicchiarsi le labbra, stringersi i seni. Poi si posizionò sopra Cristina e delle gocce caddero sul suo viso dai capelli di lei. Con l’indice le tracciò dei cerchi sulla pancia, intorno all’ombelico, poi sempre più giù, le sfiorò i bordi della vagina, e sempre con movimenti circolari, lenti, spinse il dito dentro di lei. Sedeva tra le sue gambe mentre scosse di calore le attraversavano il corpo. I capelli biondi cadevano sui seni pieni e simmetrici, i capezzoli leggermente all’insù, la vita sottile e la pelle morbida, il viso affilato, e il vapore che risaliva dall’acqua in spirali profumate. Greta allungò il braccio e prese una calla dal vaso, baciò il petalo bianco e strofinò il fiore sui seni di Cristina, poi abbassò il viso, schioccò un bacio sul clitoride – le labbra spesse, calde, morbide – e si fermò a guardarla, a godere del desiderio impresso sul suo volto; continuò, la lingua che si muoveva lenta, su e giù, una carezza – come di petali picchiettati dall’acqua – vibrante, che avvampava tutto il corpo. Cristina inarcò la schiena, protese il bacino, ansimando, sempre più forte, e liberò l’orgasmo tra la schiuma dell’acqua.

 

Daniele si alza ed esce dalla vasca. Lo sciacquio provocato da quei movimenti scomposti si esaurisce, presto nel bagno torna il silenzio. Si avvolge un asciugamano in vita, rimane a fissarsi allo specchio per un po’, dà un bacio a Cristina.

«Mi sei mancata», le sussurra all’orecchio prima di uscire.
«Anche tu», vorrebbe rispondere lei, ma anche quella bugia le si incastra a mezza gola.

Aspetta di sentirlo scendere le scale. I petali delle calle si stanno già ripiegando all’ingiù, coi bordi frastagliati e anneriti. Ne prende una dal vaso e se l’appoggia tra i seni, la fa scivolare sulla pancia e lentamente in mezzo alle gambe, poi apre il rubinetto e si sistema in avanti col bacino, sotto il soffione.

Chiude gli occhi; spera che l’acqua la riscaldi, e prega che quel vapore la avvolga ancora.

 

Fotografia di Gabriele Panteghini

 

Davide De Capitani

Davide nasce vent’anni fa in quel ramo del lago di Como. Refrattario alle manifestazioni d'affetto, da grande adotterà un carlino di nome Carver. I papillon che si ostina ad esibire contribuiscono a farlo sembrare uno snob classista. In realtà gli fanno solo schifo le cose - spesso le persone -, ma ha un cuore d'oro.

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