Narrandom_Blog di racconti

Bu Gui Lu- 18/25

Le strade di Datong erano quasi deserte, mentre Wu le percorreva a bordo della sua
bicicletta; una torcia accesa legata al manubrio per aprirsi uno spazio visivo attraverso la
spessa coltre nebbiosa che abbracciava la città. Non incontrò quasi nessuno, a parte un
gruppo di soldati di pattuglia, coperti da inquietanti maschere antigas. Lui, invece, usava
solo una maschera di carta, legata dietro le orecchie, e un paio di occhiali da aviatore che
aveva comprato anni prima in un negozio di cianfrusaglie – un acquisto fortunato, che lo
distingueva dalla maggior parte dei suoi colleghi, che per non ustionarsi gli occhi dovevano
usare dei semplici occhialini da nuoto. I soldati lo seguivano con lo sguardo, dietro le spesse
lenti, mentre sferragliava lungo il vialone di finestre chiuse: il sospetto con cui lo guardavano
– con cui guardavano chiunque, in realtà – era palpabile, pungente come frecce avvelenate.
Wu si era scrollato di dosso il fastidio dicendosi che in fondo era meglio così: solo una
settimana prima i militari avevano scovato una cellula di dissidenti, lì a Datong, che
pianificavano un attentato alla fabbrica di carbone Ming, dove lui lavorava, quella su cui
Datong si reggeva. Erano insospettabili lavoratori comuni, traditori che avrebbero cancellato
la città, la miniera e la sua vita. Non provò alcun rimorso né pena quando il Partito ordinò la
loro impiccagione immediata.
Attraverso la nebbia carica di zolfo, era emerso il sole – non il Sole, scomparso dal cielo da
anni – che decorava l’insegna dell’ospedale Taiyang.
L’appuntamento era fissato per le sei: grazie al cielo, Wu aveva sempre l’orologio con sé,
dato che giorno e notte erano diventate indistinguibili. Non poteva assolutamente tardare: di
fronte all’immenso complesso del Taiyang la fila di parenti e visitatori era chilometrica,
ordinata e smistata dalle guardie armate che presidiavano il perimetro della struttura. Wu
aveva preso posto, aspettando paziente; dal fumoso orizzonte, intravedeva la sagoma del
reparto Bu Gui Lu- 18/25.

L’anziano corpo del padre riposava nel letto a una piazza, in mezzo ai resti avvizziti di
migliaia di altri padri, in attesa del trasferimento al Bu Gui Lu- 18/25. Lo sguardo benevolo
ma deciso del Grande Presidente del Partito accompagnava i loro ultimi momenti in quei
letti, dall’alto della stanza; una serigrafia che confortava gli animi in tutti gli ospedali del
Paese.
Il padre di Wu respirava faticosamente nella maschera dell’ossigeno, stringendo le lenzuola
nei pugni ad ogni inspirazione, tormentato dalle fitte ai polmoni e dagli spessi conati di
sangue. Wu stringeva le sue mani e con la testa china recitava preghiere per la sua anima
–al Bu Gui Lu- 18/25 ne avrebbe tratto conforto –, mentre il padre boccheggiava in cerca di
respiro, quel tanto che bastava per lasciare al figlio le ultime parole.
«Ricorda di sposarti presto, Wu. Così, quando finirai qui, avrai anche tu un bravo figlio a
salutarti. Noi non possiamo andarcene da soli. È contro… E’ contro…»
«E’ contro il Partito, non generare figli.»
Il padre sospirava, sollevato dalla perspicacia del figlio. Wu capiva in fretta, ed era senza
dubbio una dote importante, indispensabile per portare avanti la Loro Rivoluzione. Con una
carezza aveva salutato il figlio, e con la stessa mano, mentre i barellieri lo portavano al Bu
Gui Lu, aveva salutato il Grande Presidente con le tre dita tese. Non aveva rimpianti, il
vecchio: i polmoni li aveva sacrificati volentieri in quelle fabbriche a carbone, in quelle strade
coperte di anidride solforosa.
«Quando arriverà la Notizia – aveva detto il padre – porta un’offerta alle Grotte di Yungang».

Era poi scomparso dietro alle porte, con migliaia di altri padri, con migliaia di barellieri,
ingoiati dal Bu Gui Lu, e Wu era rimasto solo con migliaia di figli e il sorriso rassicurante del
Grande Presidente.

Un mese dopo, la Notizia era arrivata: morto nel corpo, vivo nella Rivoluzione. Wu aveva
rispettato le volontà di suo padre: aveva portato le offerte – crisantemi e carbone – in una
tazza di ceramica perlacea ai piedi di uno degli immensi Buddha di Yungang. La testa china,
aveva recitato, pregato, infine si era alzato in contemplazione: il bianco della ceramica
risaltava in maniera splendida contro il nero che ricopriva la statua e il fumo del tocco di
carbone neanche si vedeva, si confondeva con l’aria circostante, come se l’anima del padre
si stesse unendo alle anime di tutti gli altri, in un unico, gigantesco abbraccio. Sulla via del
ritorno avevano cominciato a cadere le prime gocce d’acqua. Wu aveva tirato fuori la tuta
fornitagli dalla dirigenza della miniera e vi si era avvolto. Camminando sotto la pioggia carica
di acido solforico, pioggia mai abbastanza abbondante per pulire l’aria di Datong, osservava
la terra fumare e le piante appassire e le statue corrodersi. Insieme a lui, i mille figli, oramai
orfani, incappucciati nelle stesse tute, in cammino verso la città. Sul crinale della collina si
erano fermati in molti a osservare lo spettacolo delle cime dei palazzi emergere come da un
sogno, spiccare attraverso la nube che era la loro casa, come lance forgiate in cemento e
freddo vetro. Di fronte ai camini delle fabbriche e alle voragini delle miniere, Wu rifletteva
sull’eredità di suo padre e sul cammino che ora sarebbe toccato a lui portare a termine,
prima di cadere e passare il testimone della Loro Rivoluzione al figlio che avrebbe generato.
La pioggia cadeva, acida e corrosiva, rendendo più nitida la visuale e più velenosa la terra.

Di fronte all’entrata della miniera, sotto lo sguardo costante delle sentinelle, Wu aspettava
l’apertura dei cancelli – non prima del discorso quotidiano del caporeparto – insieme a tutti
gli altri figli.
«Con il nostro sudore, renderemo grande la Rivoluzione!»
Wu, dietro i suoi occhiali da aviatore, piangeva al ricordo del padre e dei suoi ultimi
agonizzanti giorni.
«Con il nostro sacrificio, costruiremo il domani che ci spetta!»
Ripensava alle loro vite, passate a scavare e respirare e ingerire carbone, per alimentare le
fabbriche, colonne portanti di insensibile acciaio per il Partito.
«Perché?» si chiedeva Wu.
«Con la nostra morte, i nostri figli avranno una vita migliore!»
Wu ripensava alle vecchie foto di suo nonno, foto di un anziano uomo che conobbe il
Grande Presidente in persona e che morì tra i fumi sulfurei del carbone per dare a suo figlio
la vita migliore che gli spettava. La pioggia continuava a cadere, sembrava destinata a non
finire mai. Sotto il mantello di acqua e nebbia, i lavoratori attendevano, figli dei figli passati,
padri dei padri futuri. Tanto sacrificio non poteva portare a nulla, il Partito lo aveva
promesso. Con le tre dita tese al cielo, come lance di sfida, Wu e gli altri figli urlavano a
squarciagola – letteralmente, ogni urlo feriva le fragili mucose – in nome della Loro
Rivoluzione. Wu non si chiedeva più perché: il perché lo sapeva e lo accettava.
«Per il Partito!»
Wu entrò nella miniera Ming. Avrebbe lavorato. Avrebbe fatto il suo dovere. Sarebbe, un
giorno, finito al Bu Gui Lu, che troneggiava alle sue spalle.
«Per il Partito! Per il Partito! Per il Partito!»

 

Illustrazione di Verin

 

Guido Zanetti

Guido nasce a Genova nel 1992. Cresce a Pavia, dove studia filosofia per tre anni e tre quarti. Corre a Torino, dove studia sceneggiatura alla Scuola Holden.

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