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Non era domenica

Quando Moira aprì gli occhi, si ritrovò nella sala d’aspetto di quello che, a prima vista, le sembrò lo studio della sua ginecologa. Indossava una tuta bianca che non le apparteneva, si guardò in giro persa nel bianco che annegava l’intera stanza, pareti, porte e sedie comprese. Alla sua destra, un distributore automatico di caffè e un boccione d’acqua.
Aveva l’impressione che, se non avesse avuto i capelli neri, sarebbe stata inghiottita dalle pareti anche lei.
«Moira Borsani!»
Una voce la fece sussultare. Dal timbro rauco e graffiato poteva essere quella di un anziano fumatore.
«Presente» disse, e subito si diede della stupida per aver risposto in quel modo, come una liceale al primo giorno di scuola.
«Prego, mi segua» disse ancora la voce. Moira però non vedeva nessuno. Si alzò in piedi, come imbambolata, cercando di capire in quale direzione guardare.
«Per gli occhiali di San Tommaso, è mezzanotte! Dannato Fumagalli!» la voce sfiorò l’urlo.
«Mi scusi» balbettò Moira «dove mi trovo?»
Un’altra voce, stavolta femminile, le rispose prima ancora che Moira finisse la frase.
«Sei morta, cocca. Sei nell’Ufficio di Smistamento.»
«Sono che?»
«Morta. EMME.O.ERRE.TI.A. E questo è l’Ufficio di Smistamento.»
Moira continuava a volgere lo sguardo a destra e a sinistra, stranita. Era ancora sola.
«Signorina Borsani» La voce maschile abbassò di un paio di toni «la posso chiamare Moira? È così giovane, povero fiore. Abbiamo un problema con il suo smistamento.»

«Che significa?»
La voce roca continuò. «Posso darti del tu? Vedi, sei morta nella notte tra domenica e lunedì. Fumagalli non ha saputo dire con esattezza a che ora sei arrivata, quel buono a nulla… dicevo, sei morta tra domenica e lunedì e perciò non sappiamo se mandarti in Paradiso o all’Inferno.»
La mascella di Moira quasi toccò le sue clavicole.
«State scherzando? E poi chi è questo Fuma…»
«No, cocca. Se muori dal lunedì al venerdì, è competenza del Santissimo Pietro, qui presente…»
«Non ci vede, Natasha, sveglia!»

«…altrimenti, se muori il weekend, magari in un incidente d’auto dopo una festa perché qualche ubriacone ha deciso di venirti addosso, ti tocca l’Inferno. Tutto chiaro?»
Moira scoppiò a ridere.
«Non può essere questo il metodo. Dovreste, che ne so, contare le azioni buone e quelle cattive, ad esempio. Mi state prendendo in giro.»
«Hai idea di quante persone muoiano ogni ora, ma che dico, ogni minuto? Secondo te abbiamo tempo e voglia di controllarvi ad uno ad uno? E poi nessuno vi ha mai promesso nulla. Siete voi che vi raccontate un sacco di balle.»
«Natasha, la coda si sta facendo lunghissima. Come la risolviamo?»
«Vecchio metodo?»
«Vecchio metodo. Moira, metti la mano nella tasca destra dei pantaloni, sii gentile.»
Moira vi infilò la mano e trovò una moneta da un euro.
«Testa e finisci con Pietro. Croce e finisci con me. In bocca al lupo.»
Moira si guardò le dita, sembravano così vive. Strinse e rilasciò il pugno un paio di volte, poi lanciò in aria la moneta.

 

Vedeva l’anello di suo padre vorticare sul tavolo e finire nel suo portafogli, mentre usciva di casa guardandosi indietro.
Vedeva sua madre scrivere di fretta e furia un biglietto alla figlia, “22:30 andare a prendere Agatha in oratorio”, e poi se stessa sbuffare, infastidita nell’aprire un frigo vuoto.
Vedeva Agatha nella sua macchina, seduta accanto a lei, mentre si toglieva il trucco pesante e le chiedeva di andare a prendere qualcosa al mc drive perché le era venuta fame, ma non aveva spicci. Vedeva il cruscotto dell’auto: erano le 23:32, ci aveva fatto caso perché era un palindromo.
Vedeva le patatine cadute sul tappetino e la coca cola della sorella rovesciarsi sul suo vestito nuovo.
C’era la ruota fumante di un motorino, ruotava talmente vicino al suo viso da farle sentire l’odore di gomma bruciata. Poi la gomma scomparve, e per un momento apparì il viso di sua sorella, i denti piccoli, i capelli biondi, la bocca aperta come a dire qualcosa che, però, non riusciva a sentire.
Si accorse di stare sanguinando.

 

Inizialmente pensò che non era giusto. Che tra tutte le persone della sua famiglia, lei era certamente quella che si meritava meno di morire.
Non aveva nemmeno fatto sesso.

Mentre guardava la moneta, immaginò cosa sarebbe potuto succedere, se si fosse scoperto cosa c’è davvero, dopo la morte. Orde di suicidi il giovedì pomeriggio, omicidi volontari la domenica mattina. Immaginò giudici appendere al chiodo toga e martelletto e chiese crollare come castelli di Lego tra le mani di un bambino annoiato.
Le sembrò di vederlo, Il Vaticano, cadere disfatto pietra dopo pietra dagli stessi discepoli, e sorrise all’idea di kamikaze in fila dallo psicologo.

Se solo avesse trovato un modo per scendere, la gente l’avrebbe adorata. Lei, portatrice di Verità: le avrebbero eretto un monumento, magari.

 

La moneta girò vorticosamente. Testa-croce-testa-croce-testa-croce…
Cadde sul suo palmo sinistro e chiuse le dita a pugno.
Non avrebbe dato loro questa soddisfazione, neanche morta.
«Moira» la voce di san Pietro le sussurrò accanto all’orecchio. «facci vedere.»
La ragazza si girò, fece un paio di passi indietro e si avvicinò al distributore di caffè.
Inserì la monetina, selezionò la sua bevanda.
«Al diavolo», pensò.

Illustrazione di Michele Antolini

Martina Marasco

Martina nasce a Varese il giorno dell’amore, circondata dai sette laghi e dalle parole di Stendhal. Non ha mai imparato a gestire la rabbia, le cose e le persone, così ha cominciato a scrivere. Ama i cani, al punto che di solito ci si fidanza e ride al pensiero di aver scritto la sua biografia in terza persona.

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